
Dal teatro al grande schermo fino alle aule del Centro Sperimentale di Cinematografia, dalla laurea in architettura al Piccolo Teatro di Milano e il corso di mimo con Marise Flach, dalla comicità muta e surreale a un buddy movie femminile in viaggio nell’epoca degli influencer, dalla collaborazione col grande animatore italiano Bruno Bozzetto a oltre 100 pubblicità: sono solo alcune tappe del percorso di Maurizio Nichetti, protagonista dell’Evento speciale sul cinema italiano alla 62ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival.
Dove il regista, attore, insegnante e molte altre cose ha partecipato alla presentazione della monografia Marsilio a lui dedicata e ha introdotto la proiezione in Piazza del Popolo del suo lungometraggio d’esordio Ratataplan (1979) la sera del 20 giugno. Trattenendosi il giorno successivo per la conclusione dell’omaggio, che ha riproposto la sua più recente fatica per il grande schermo, Amichemai (2024), protagoniste Angela Finocchiaro (amica e sodale del cineasta-attore fin dai tempi del gruppo teatrale Quelli di Grock!) e Serra Yilmaz, volto già caro al cinema di Ferzan Ozpetek. A Pesaro, Nichetti ha anche avuto modo di incontrare la stampa, risponendo con l’umiltà dei veri outsider (quelli a cui non serve ostentare di esserlo) e una passione per ogni aspetto e fase del proprio lavoro che, a 78 anni e oltre 50 di attività, non è affatto venuta meno.
La freschezza di film “fuori moda”
Parlando del libro incentrato su di lui (a cura di Pedro Armocida, direttore del festival pesarese, e di Gabriele Gimmelli), il poliedrico artista confessa che si sarebbe aspettato «qualcosa di meno corposo». Tanto più che un’analisi sistematica della filmografia nichettiana è stata sin qui un oggetto più unico che raro: forse, dice lui, un po’ per il pregiudizio che ancora può accompagnare, consciamente o meno, l’essere “bollati” come comici. E forse perché lui stesso non si è mai preoccupato troppo di autopromuoversi: «Ero talmente occupato in quello che facevo che non mi sono mai posto il problema delle pubbliche relazioni. Non ho mai avuto un mio agente, un mio addetto stampa. Non mi sentivo abbastanza importante da portarmeli dietro, e quando mi capitava di andare in giro per qualcuno parlavo sempre io: ero un mimo loquacissimo fin da giovane».
Per quanto riguarda i suoi film, poi, ha influito il radicamento nel capoluogo lombardo: «A Milano ci sono le industrie dell’editoria, della pubblicità, della moda, ma a fare cinema lavorando a Milano siamo pochi, la maggior parte si sono trasferiti a Roma». Lui invece nella città meneghina è rimasto, realizzando lungometraggi che lui stesso definisce «“fuori moda” anche quando uscivano»: senza dialoghi o quasi nei tardi anni ’70, in bianco e nero negli ’80, e via così. Ma questo è anche un segreto del loro essere invecchiati così bene, e della loro capacità di cogliere in anticipo fenomeni e derive dei linguaggi mediali.
Basti pensare a Domani si balla! (1982), che parlava di televisioni private «quando ancora nessuno credeva che avrebbero cambiato il nostro gusto, il nostro modo di guardare, di passare le serate», o a Ladri di saponette (1989), dove una sorta di nuovo Ladri di biciclette trasmesso sul piccolo schermo viene interrotto parodicamente da invasivi intermezzi commerciali, fino all’impossibilità di distinguere tra l’uno e gli altri: e si confusero persino i censori, che stavano per bocciare il film a causa degli “spot” al suo interno, costringendo Nichetti a correre a Roma per spiegare trattarsi di finzioni, pur estrememante verosimili.
Insegnare non è dirigere
Di pubblicità Nichetti si occupa anche alla sede milanese del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove insegna da un quindicennio. Ma, rispondendo alla nostra domanda, spiega di vedere l’attività di regista e quella di docente come nettamente distinte. Anche perché «l’aver frequentato queste scuole ha insegnato quasi di più a me di quanto io abbia insegnato agli allievi». In particolare sui vertiginosi cambiamenti legati alle innovazioni tecnologiche. Come l’intelligenza artificiale: non è un caso, racconta ironico Nichetti, se negli ultimi tempi le lettere motivazionali degli aspiranti alunni tendono sovente ad assomigliarsi un po’ troppo: «L’anno scorso, tra queste lettere tutte uguali, ne ho trovata una dove ci si era dimenticati di togliere la frase: “Ecco 3000 battute scritte in italiano fluente”. Quello studente l’ho preso subito!».
E però, riflette il regista, «l’aver cominciato a lavorare quando non c’erano i computer mi ha dato una marcia in più ad ogni nuova tecnologia che nasceva: con l’avvento del digitale, quando tutti hanno cominciato a voler lavorare in digitale, sui livelli, il compositing, chi veniva come me dal cartone animato ci rideva sopra, perché per noi erano i rodovetri e i livelli dei rodovetri». E come non ha temuto il passaggio al digitale, Nichetti non teme l’I.A.: «È solo un potenziare al massimo grado la capacità di ricerca su un dato argomento. Ma se non hai l’idea e se non sai cosa cercare, non inventa niente per te. Perciò non mi spaventa: è uno strumento in più che abbiamo per realizzare delle idee. Ma non mi posso mettere lì e aspettarmi che l’intelligenza artificiale mi scriva una storia».
La lezione dei progetti incompiuti e le peripezie di Amichemai
Ai ragazzi che frequentano i suoi corsi, Nichetti spera soprattutto di trasmettere «l’entusiasmo con cui partecipo a ogni lezione, esercitazione, presentazione». E di allenarli «a perdere, non a vincere: non puoi dire a un ragazzo che l’Oscar è garantito, che i premi sono garantiti, il lavoro è garantito, lo prenderesti in giro». Si tratta, allora, di imparare ad elaborare le sconfitte «senza perdere la fiducia in sé stessi». Come è stato per lui, che ha dovuto penare quasi una decade per portare a casa Volere volare («Se vedete il DVD vi accorgete che avevo otto anni di meno quando ho iniziato, sono invecchiato aspettando di avere i soldi per farlo»).
E ci sono i film mai realizzati, tra cui un San Francesco in animazione commissionato dalla Rai negli anni Duemiladieci e poi accantonato (c’erano già stati anche studi sulle scenografie, rifacendosi ai dipinti del Duecento e Trecento), e, prima dell’exploit di Ratataplan, ben sette sceneggiature mai tradotte in immagini. Nessun rimpianto, però: «Quando una cosa non va in porto è meglio lasciarla lì». Perché un progetto cinematografico «o migliora, o lo butti via, e i film non realizzati non hanno mai avuto questo scatto, perché non sono stati mai messi in cantiere».
Sorte che invece è spettata ad Amichemai, tra innumerevoli imprevisti e modifiche in corsa: «Nasce nel 2019 come un road movie su due donne non giovanissime che partono nemiche e arrivano forti di una maggiore complicità. Era nato così, come film “povero” e facile da fare, con una piccola troupe in giro per l’Europa. Poi nel 2020 è arrivato il Covid, hanno chiuso le frontiere, dove vai perciò a fare un road movie?».
I problemi, peraltro, non sono terminati neanche col venir meno della pandemia. Durante il casting per il ruolo della badante, che Nichetti stava svolgendo tra Moldavia e Russia, inizia l’invasione dell’Ucraina. A quel punto «non potevamo andare lì a fare una commedia on the road, ma non avremmo potuto farlo nemmeno in Polonia o in un altro Paese vicino, li avrebbe messi a disagio. Allora cambia tutto un’altra volta, restando entro 1000 chilometri dall’Italia, perché comunque il viaggio doveva essere fatto in macchina».
La soluzione avrà il volto dell’attrice turca Serra Yilmaz: «Una persona meravigliosa, tiene testa ad Angela, che è una cosa difficilissima. Prima di lei stavo cercando il “Clown bianco” della coppia, da mettere vicino ad Angela che era la comica. Poi mi è venuta l’idea di far diventare comico il personaggio della badante». Proprio le traversie legate alla realizzazione di Amichemai e le successive difficoltà di distribuzione (la commedia, peraltro ben accolta sulle piattaforme streaming, è stata penalizzata dalle poche proiezioni in sala) spingono Nichetti ad anticipare che il suo prossimo progetto non sarà per il cinema. Ma niente paura, conclude: «Sentirete ancora parlare di me».
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