MAMMA, THAT’S ALL RIGHT DI VALENTINA SIGNORELLI a Pesaro62
MAMMA, THAT’S ALL RIGHT DI VALENTINA SIGNORELLI a Pesaro62

Se oggi il “Sogno americano” per molti (negli stessi USA e nel resto del mondo) è sempre più simile a un incubo, ci sono icone della cultura a stelle e strisce che sembrano non tramontare mai: una di queste è Elvis Presley, soprattutto nel Tennessee, dove, muovendosi tra le città di Memphis e Nashville, ci porta il nuovo progetto cinematografico di Valentina Signorelli (Anséra – Trace the Future, Where Is Europe?, Drink Me Out, Made In Dreams), intitolato Mamma, That’s All Right.

Il riferimento al primo singolo di “The King”, That’s All Right Mama, registrato e pubblicato nel 1956, è evidente: ma quel “Mamma” con due “m” ci fa subito pensare (anche) al Belpaese, e infatti il lavoro di Signorelli (prodotto da Daitona e presentato come Evento Speciale alla 62esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival) è dichiaratamente lo slice of life di due musicisti italiani in Tennessee, il chitarrista catanese Mario Monterosso e il bassista palermitano Luca Chiappara. La filmmaker, che abbiamo intervistato, li segue sullo sfondo di una ricorrenza emblematica come poche altre nella società statunitense, il Giorno dell’Indipendenza del 4 luglio.

Valentina, hai definito questo progetto un “non-film”. Perché, e in che senso?

È una definizione che mi piace sia dal punto del contenuto sia da quello della produzione: nel primo caso, raccontiamo la storia di due musicisti che non sono né eroi né antieroi, non sono grandi star di cui si racconta l’ascesa, sono persone ordinarie. Li osserviamo, nella cornice della Festa del 4 luglio, seguendo il filo della domanda: “Che cos’è il sogno americano oggi?”.

La mancanza di una precisa definizione di genere per il progetto si è riflessa anche dal punto di vista produttivo, perché abbiamo osservato i protagonisti e le loro vite ma senza procedere attraverso un’organizzazione specifica: il risultato dura poco più di mezz’ora, inclusi i titoli, ma abbiamo tantissime ore di girato.

Del “Sogno americano” di cui si parla intravediamo anche il lato oscuro: la prima sequenza ci mostra un uomo che spara in un poligono, immagino non sia stata una scelta casuale…

No, non lo è. Si trattava di mostrare il contesto, cos’è il Tennessee oggi. Il progetto nasce dal NIAF e da Aurelio De Laurentiis Film Prizes, che si dava come obiettivo quello di raccontare storie di italiani in America in maniera non stereotipata. Da lì è nata l’idea di ambientarlo in uno Stato del Sud, sia perché l’esperienza italiana negli USA generalmente è mediata da città come New York, Chicago, San Francisco, sia perché nel nostro Paese non si sa molto del Tennessee, dove almeno l’8 % della popolazione è di origine italiana o italo-americana. Quindi ho pensato di raccontare questo Stato del Sud attraverso una caratteristica che colpisce chi come me viene da fuori, ovvero il fatto che le persone sono tutte armate.

Non è ovviamente l’unico Stato in cui è ammesso girare armati in luoghi pubblici, ma lì è particolarmente visibile, molti uomini e donne portano il cappello da cowboy e la pistola. Per la scena iniziale nel poligono avevo proposto a Luca e Mario, i protagonisti, di venire con noi, ma si sono rifiutati, perché contrari all’utilizzo delle armi, anche a scopo ricreativo.

A settant’anni di distanza, la figura Elvis Presley continua a ispirare scelte e percorsi di vita, come vediamo nel tuo lavoro. Perché, secondo te?

Come dicevi, sono passati settant’anni dall’uscita di That’s All Right Mama, il primo singolo di Elvis Presley, inciso tra l’altro ai Sun Studios dove siamo stati per il nostro progetto. Non so cosa potrei dire in più su Elvis Presley, ma soprattutto a Memphis, dove lui ha trascorso molti anni, è davvero una figura ubiqua, nell’iconografia, nella musica che si ascolta suonare dal vivo. Forse anche per il suo essere stato uno dei principali anelli di congiunzione tra la comunità bianca e la comunità nera degli Stati Uniti, specie durante la segregazione razziale. Che oggi formalmente non c’è più, ma la città è comunque fortemente divisa tra quartieri bianchi e quartieri neri.

Diversa è la situazione di Nashville, dove oggi arrivano molti giovani da Stati più ricchi come la Florida o la California, perché la vita costa meno e perché c’è una forte espansione mossa dall’industria musicale, rispetto alla quale il Tennessee è anche il primo Stato USA che ha legiferato per tutelare gli artisti dall’uso dell’intelligenza artificiale [l’ELVIS Act del 2024, NdA].

Nel finale del tuo “non-film” abbiamo anche un contributo di Priscilla Presley. Come è avvenuto il suo coinvolgimento?

L’idea è nata da una riflessione sulla storia che stavamo raccontando. Priscilla Presley, naturalmente, essendo stata sposata con Elvis Presley per diversi anni, è fortemente legata a Memphis, malgrado venga da New York. Ha visto e conosciuto l’evoluzione della scena musicale attraverso gli occhi di Elvis. Grazie a una catena di contatti sono riuscita a farle avere una lettera in cui le illustravo il progetto e le chiedevo semplicemente di rispondere alla domanda su cosa fosse per lei il Sogno americano. Lei molto gentilmente ha accettato di partecipare e di rispondere, per noi è stato un grandissimo onore.

Oltre a lei, nella conclusione vediamo molti altri cittadini e cittadine comuni dare la loro risposta alla domanda. Il fatto che siano persone differenti anche per etnia, sembra già suggerire un’idea di America che non è quella delle deportazioni di massa compiute dall’ICE trumpiana…

Noi abbiamo realizzato il progetto poco prima delle elezioni presidenziali che hanno riportato Trump al potere. Secondo me è stato importante, oltre che una fortuna per noi, poter chiedere alle persone in quel momento cosa fosse il Sogno americano. L’attuale fase politica penso sia sotto gli occhi di tutti e non credo sia compito mio come filmmaker sbilanciarmi. Non perché non abbia una mia opinione, ma perché l’obiettivo del mio progetto era di unire, attraverso la musica e attraverso il cinema, mettendo al centro le storie delle persone.

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Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.