Peter Jackson Honorary Palme d'or of the 79th Festival de Cannes. © DR

È giunta da pochissimo la notizia che Peter Jackson verrà insignito della Palma D’Onore durante la cerimonia d’apertura della 79esima edizione del Festival di Cannes. Il tempismo non poteva essere dei migliori visto che proprio quest’anno si celebra il 25esimo anniversario dell’uscita nelle sale de La Compagnia dell’Anello, il primo capitolo di un’immensa epopea cinematografica che ha rivoluzionato per sempre il genere fantasy.

Ma prima degli Oscar, prima della Terra di Mezzo e prima di diventare uno dei registi più influenti della sua generazione, il giovane Peter altro non era che un bambino che si dilettava a girare film sulla Prima Guerra Mondiale nel giardino di casa con una Super 8 presa in prestito dai genitori. 

Quella stessa Super 8 gli tornerà utile all’età di 12 anni, quando metterà in atto il suo primo, ingenuo tentativo di realizzare un remake in stop-motion del suo film preferito, King Kong, servendosi di nient’altro che di una sagoma di cartone per ricreare l’ Empire State Building e di un modellino di gomma, fil di ferro e pelliccia (rimediata da un cappotto della mamma) per il colossale gorilla. 

Tutto questo succedeva tra gli anni ’60 e ’70 a Pukerua Bay, un piccolo sobborgo dell’Isola del Nord della Nuova Zelanda. Ed è proprio così, tra scenografie di cartone, trincee scavate in giardino e aeroplanini giocattolo puntati verso il cielo, che ha inizio una delle parabole creative più affascinanti del cinema contemporaneo.

Quando la creatività comincia per gioco

In un mondo sempre più frenetico, che ci spinge a essere costantemente produttivi e a monetizzare ogni respiro che facciamo, abbiamo quasi dimenticato che cosa voglia dire coltivare un hobby per il semplice gusto di farlo. In un contesto come quello in cui viviamo, la storia di Peter Jackson ci ricorda quanto sia importante, prima di tutto, divertirsi con le proprie passioni.  

Peter Jackson incarna forse meglio di chiunque altro il mito del filmmaker autodidatta: i set dei suoi primi film sono le stradine dei sobborghi, gli attori sono amici reclutati durante il weekend, le scene vengono girate a mesi di distanza l’una dall’altra.

Ed è proprio con questa modalità che nel 1987, dopo una produzione durata quattro anni, prende vita Bad Taste, una commedia fantascientifica splatter che segnerà il primo vero passo di Peter Jackson fuori dal microcosmo del suo quartiere. Nel 1988 il film partecipa infatti al Marché du Film del Festival di Cannes, segnando un primo contatto con l’industria cinematografica internazionale.

La caratteristica che salta maggiormente all’occhio guardando Bad Taste, è indubbiamente l’estro creativo da cui prendono vita gli effetti speciali. Peter Jackson non è solo un regista, ma anche un audace sperimentatore il cui ingegno nasce da un eccezionale mix di entusiasmo, ostinazione e follia. Le grottesche maschere aliene che vediamo nel film (cotte direttamente nel forno della mamma), sono soltanto un primo assaggio della profonda passione che egli nutre per la dimensione più artigianale e scenica del cinema.

Una passione che lo spingerà, nel 1993, durante la produzione del più maturo Creature Del Cielo, a co-fondare insieme all’amico Richard Taylor la Wētā Digital, compagnia di effetti speciali che, appena pochi anni dopo, ridefinirà completamente gli standard del settore dando vita al cuore pulsante della Terra di Mezzo. È il 2001 e Peter Jackson torna nuovamente a Cannes per presentare in anteprima mondiale Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello.

L’eredità culturale de Il Signore degli Anelli

Leggenda narra che quando a Stanley Kubrick venne proposto di dirigere una trasposizione del capolavoro di J.R.R. Tolkien, egli rifiutò ritenendolo un libro “troppo vasto” per essere portato sul grande schermo. Oggi, a 25 anni di distanza da quando Peter Jackson ha portato sul grande schermo la sua trasposizione, sembra quasi impossibile scriverci qualcosa di veramente esaustivo. La situazione si è ribaltata: sono i suoi film a essere “troppo vasti” per essere raccontati in poche righe. 

Si potrebbero menzionare i 17 premi Oscar vinti complessivamente dalla trilogia, di cui 11 solamente per Il Ritorno del Re, diventato così uno dei film con il maggior numero di statuette della storia del cinema, primato condiviso solamente con Ben-Hur e Titanic. Si potrebbero menzionare i quasi 3 miliardi di dollari incassati complessivamente al botteghino, a fronte di un budget di appena 280 milioni. Potremmo raccontare l’impresa titanica di girare tutti e tre i film simultaneamente per 16 mesi in set sparsi… ma la verità è che Il Signore degli Anelli è molto più del risultato di una produzione cinematografica d’eccellenza, è qualcosa di più simile al miracolo della vita sulla Terra, è il frutto di una serie di incontri e incastri talmente perfetti e talmente improbabili che difficilmente potranno ripetersi da qui a cento anni.

Ed è proprio per questo motivo che Il Signore degli Anelli, oltre ad aver ridefinito per sempre la rappresentazione (e la percezione) del cinema fantasy, elevandolo a qualcosa di più di un semplice genere d’evasione, è stato anche il protagonista di un tipo di fenomeno, da parte dei fan, che ha qualcosa di unico nel suo genere.

Moltissimi appassionati de Il Signore degli Anelli, infatti, non si limitano a essere fan del prodotto finito, ma sono diventati fan dell’intero “dietro le quinte” della trilogia. Se anche voi avete sentito raccontare, magari anche solo di sfuggita, di quando Peter Jackson entrò a piedi nudi in uno stadio di cricket a metà partita per registrare le voci dei tifosi che sarebbero poi servite a ricreare la vastità di un esercito di Uruk-hai, oppure di quando decise di mobilitare dei soldati dell’esercito neozelandese come comparse davanti al Nero Cancello, perché naturalmente più disciplinati e facili da dirigere durante una scena di marcia… allora sapete di cosa sto parlando.

Se tutto questo è stato possibile è perché, mentre ampliava sempre di più le proprie possibilità produttive e metteva in piedi un’impresa cinematografica epocale, Peter Jackson è riuscito a conservare la stessa ostinazione e la stessa inventiva giovanile con cui, anni prima, modellava e cuoceva maschere di lattice nel forno di mamma Joan, costringendola a cambiare i piani per la cena all’ultimo minuto.

Joan Jackson viene purtroppo a mancare appena tre giorni prima dell’uscita de La Compagnia dell’Anello e Peter, per celebrarne la memoria, decide di organizzare una proiezione speciale in suo onore dopo il funerale.

Un cerchio che si chiude

Lo straordinario successo commerciale de Il Signore degli Anelli è anche ciò che permette a Peter Jackson di coronare definitivamente il suo sogno d’infanzia: nel dicembre 2005 arriva nelle sale King Kong. Non un piccolo corto in stop-motion, ma un vero e proprio colossal. I modellini di gomma e le sagome di cartone dei primi, ingenui esperimenti, lasciano ormai spazio a un sofisticato lavoro di motion capture a opera della ormai celebre Wētā, con Andy Serkis (già interprete di Gollum/Sméagol nella trilogia di LOTR) a prestare il corpo al gigantesco primate.

E ora, la Palma d’Onore che il Festival di Cannes assegnerà al regista neozelandese sembra chiudere un cerchio iniziato quasi quarant’anni fa: nel 1988 un giovane Peter Jackson arrivava dai confini del mondo per presentare al Marché du Film un lungometraggio folle e sanguinolento girato con gli amici. Il prossimo 12 maggio sarà sulla Croisette come uno dei registi più influenti della sua generazione, a ritirare il massimo riconoscimento “per la sua creatività straordinaria, che ha elevato il genere dell’heroic fantasy a nuovi livelli”.

Dall’horror indipendente ai colossal fantasy, dalla pellicola Super 8 agli universi digitali. Nel corso della sua carriera, Peter Jackson è stato testimone e protagonista di rivoluzioni tecnologiche, record al botteghino e imprese produttive titaniche. Eppure, si direbbe che non abbia mai dimenticato l’impulso originario da cui tutto ha avuto inizio. 

Perché se ci immergiamo nello schermo e guardiamo con attenzione attraverso tutta quella rete di minuscoli dettagli che costituiscono armature e città di pietra, possiamo renderci conto che anche nei suoi mondi più imponenti continua a brillare la stessa scintilla degli inizi: quella di un bambino curioso che filmava scenette improvvisate nel giardino di casa e giocava a costruire scenografie di cartone, senza pensare a nulla se non al puro divertimento. 

E forse è proprio questa forma di creatività giocosa e fine a se stessa che noi stessi dovremmo tornare a esplorare.

Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su FacebookInstagram Telegram.

Cassandra Enriquez
Classe 1993, diplomata in Sceneggiatura presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Il mio imprinting col cinema è avvenuto all’età di dieci anni, facendo zapping alla TV e capitando casualmente sulla versione estesa de La Compagnia dell’Anello. Tutto ciò che è capitato dopo è in qualche modo legato a quella sera di zapping: il desiderio di lavorare col cinema, la voglia di imparare le lingue (dopo tutto Tolkien era un linguista), la smania di viaggiare, la passione per le belle storie… Sono affascinata da tutto ciò che riguarda l’arte dello storytelling e il mio sogno più grande è quello di vivere la mia vita dividendomi tra una bozza di Final Draft e una manciata di biglietti aerei di sola andata.