ROMA LAZIO IN SERIE Una casa per la serialità televisiva
ROMA LAZIO IN SERIE Una casa per la serialità televisiva

Il percorso artistico di Fabrizio Gifuni rivela una concezione del mestiere d’attore che va oltre la rappresentazione, dove recitare significa esplorare la complessità dell’essere umano e interrogare le contraddizioni della società. Artista che odia ripetersi, è soprattutto attraverso il lavoro sulla parola e il dialogo con la Storia che Gifuni ha costruito un’identità artistica personale, riconoscibile e profondamente legata al presente. 

Attraversando la Storia

Fabrizio Gifuni è, insomma, un attore che ha costruito il proprio percorso artistico attraverso un rapporto con la società italiana e la sua storia, in una ricerca costante tra teatro e cinema…ma anche televisione. La tv rappresenta per Gifuni un terreno privilegiato per raccontare l’Italia in divenire, anche e soprattutto tramite personaggi realmente esistiti: da De Gasperi (in De Gasperi – L’uomo della speranza di Liliana Cavani) e Paolo VI (Paolo VI – Il papa nella tempesta, diretta da Fabrizio Costa), da Aldo Moro a Tortora (rispettivamente in Esterno Notte e Portobello, entrambi per la regia di Marco Bellocchio), emerge una linea coerente: interpretare figure complesse senza trasformarle in semplici icone, cercando di restituire le loro contraddizioni e il contesto storico in cui hanno agito.

«Non mi sono speso come molti miei colleghi nella serialità – tende a precisare però Fabrizio Gifuni, ospite all’Auditorium Arte per Roma Lazio In Serie e intervistato dal critico Steve Della Casa – molte delle serie che mi è capitato di fare e ho scelto di fare sono “diventate” molto spesso cinema. La linea di confine, quindi, era quasi inesistente tra i due format, come per Esterno Notte o La Meglio Gioventù. Forse l’unico momento in cui ho veramente sperimentato qualcosa di distante dalle serie a cui ero abituato io (a livello di impegno su un set) è stato quando ho interpretato Nino Sarratore ne L’Amica Geniale: pur amando follemente il cinema e (quando c’è un coinvolgimento forte) la televisione, resto però un uomo di teatro. – continua Gifuni – Siccome non riesco a fare a meno di tre a mesi di teatro all’anno, la lunga serialità mi spaventa sempre molto: magari ci sono dei bei progetti che però mi tengono impegnato per un anno, costringendomi a firmare in anticipo per le opzioni di un’ipotetica seconda o addirittura terza stagione e bloccandomi per due o tre anni. Una cosa impensabile per me».   

La convivenza di registri attoriali di tv/cinema/teatro allo spettatore attuale può sembrare naturale, quasi ovvia, ma per un attore che tentava di sfondare negli anni ’90 o all’inizio 2000 si trattava di una particolarità al limite del pericoloso: «In quegli anni in Italia – racconta Fabrizio Gifuni – si era creata una situazione veramente demenziale per cui si pensava esistessero attori di teatro e attori di cinema e non entrambe le cose: la mia “famosa” classe della Silvio D’Amico (che contava Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, nda) non arrivava neanche a fare i provini per il cinema, ci guardavano con uno stigma tale che abbiamo cominciato a nascondere la nostra formazione teatrale, se non addirittura inventarci una “biografia proletaria” per farci prendere sul serio. Una cosa completamente insensata dal momento che l’interprete è l’interprete. Un piccolo merito che ha avuto la mia generazione è stato rompere questo pregiudizio, anche grazie (ancora una volta) a progetti come La Meglio Gioventù».

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