Fatima Bianchi, Quando il sole sorge, Orvieto Cinema Fest 2025
Fatima Bianchi, Quando il sole sorge. Courtesy of Orvieto Cinema Fest 2025

Dal 21 al 28 settembre 2025, Orvieto ospita l’ottava edizione dell’Orvieto Cinema Fest, il festival umbro dedicato al cortometraggio che continua ad affermarsi per qualità e respiro internazionale. Il tema di quest’anno è il “il sacro”, esplorato come spazio simbolico, intimo e condiviso. In questa cornice si inserisce Quando il Sole sorge mostra di Fatima Bianchi — regista e artista visiva attiva tra Milano e Marsiglia — che si impone come una delle proposte più potenti e significative del programma.

Allestita nella Chiesa dei Santi Apostoli e curata da Martina Dal Savio e Gaia Rotili, l’installazione si presenta come un’esperienza immersiva tra suoni, voci e immagini, che ruota attorno al cortometraggio Les Dissidentes (2024) e si sviluppa in un percorso audiovisivo multisensoriale. Cinque postazioni audio dislocate nello spazio espositivo, offrono al visitatore la possibilità di ascoltare testimonianze autentiche raccolte dall’artista grazie a cerchi di parola organizzati presso il centro Hamsa Yoga e Shiatsu. Le voci di donne della zona affrontano temi diversi legati alla maternità, intrecciando esperienze personali, riflessioni e desideri. 

Per la curatrice Martina Dal Savio, il progetto ha rappresentato non solo una scoperta personale, ma anche l’opportunità di «gettare un seme» nel territorio orvietano. «Il coinvolgimento delle madri che hanno partecipato è stata una risposta forte e chiara del bisogno e della voglia di creare comunità e fare rete».

Con Quando il Sole sorge, Fatima Bianchi ci invita a riconoscere la maternità come un’esperienza da liberare da modelli imposti. In linea con il tema del Festival, la mostra trasforma uno spazio sacro in luogo di resistenza e offre al pubblico la possibilità di entrare — in punta di piedi — dentro una narrazione collettiva che riguarda tuttə.

Abbiamo incontrato Fatima Bianchi per parlare della mostra, del film e del processo creativo che li ha generati.

Intervista a Fatima Bianchi

Come mai hai scelto il titolo della mostra Quando il Sole sorge?

È legato al film, ma anche all’idea dell’inizio della giornata. Le madri aspettano che il sole sorga per rimettersi in moto, ma in realtà sono sveglie dalla notte perché non si fermano mai. Questo “prendersi cura” continuo è raccontato anche nei layer audio della mostra, dove una voce canta: “Quando il sole sorge abbiamo paura che non tramonti mai e quando tramonta abbiamo paura che non sorga più”. Una metafora che mette luce sul lavoro invisibile delle madri.

Come hai lavorato con le curatrici per costruire l’allestimento? E quanto conta per te il modo in cui il pubblico vive l’opera?

Siamo andate sul posto tre mesi prima. Abbiamo trasformato la chiesa in uno spazio nuovo, usando le stesse lenzuola che nel film le madri lavano ripetutamente. Le abbiamo appese nella chiesa, cucite a mano: sono diventate un involucro che racchiude il film. È un gesto di cura, lo stesso che le madri compiono ogni giorno. Per me era importante che tutto fosse coerente con il progetto.

Perché ambientare il film su un’isola? E cosa rappresenta questo “esilio” nella maternità di oggi?

Nella mia pratica unisco sempre documentario e finzione. Sono partita dalla mia autobiografia — il rapporto con mia madre e mia figlia — e poi ho fatto gruppi di parola con altre madri. Dopo la ricerca, ho scelto di rimettere in scena alcune cose. L’isola è un paesaggio aspro, minerale, dove ho immaginato queste donne esiliate perché hanno osato pensare in modo diverso. Sono sotto vigilanza, anche da una guardiana donna — perché il patriarcato può essere rappresentato da chiunque. È una provocazione per riflettere sul modello sacralizzato della maternità e metterlo in crisi. L’isola esiste davvero: si trova nell’arcipelago del Frioul, vicino Marsiglia, disabitata, con una stratificazione storica molto potente. Mi affascinava la sua natura selvaggia.

Come hai usato il montaggio per restituire la complessità del tema?

Ho scelto un montaggio con le voci fuori sincrono, come se fossero pensieri che risuonano nelle loro teste mentre compiono gesti ripetitivi. Diversamente dal mio lungometraggio Mater Insula, dove tutto è in sincrono, qui le voci intime diventano quasi un grido. Mi interessava toccare quel punto in cui l’intimità diventa politica. Il fuori sincrono è una delle cose che amo nei documentari di creazione più sperimentali.

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