
Ritroviamo Elena Di Cioccio nel cast della terza stagione di Signora Volpe, la serie mystery targata Sky e Acorn TV ambientata tra i paesaggi del Lazio e dell’Umbria. Tornando a vestire i panni di Roberta Barzini, brigadiere schietto, intuitivo e costantemente in divisa, l’attrice regala nuova tridimensionalità a un personaggio chiave della squadra investigativa guidata dal capitano Riva.
Un ruolo che in questi tre nuovi episodi da novanta minuti si fa ancora più centrale e operativo, nato da un fitto confronto sul set con il regista britannico David Evans e da una sinergia internazionale capace di superare ogni barriera linguistica.
Con noi Elena Di Cioccio ripercorre questa esperienza e ci racconta i suoi prossimi impegni, tra teatro e confessioni anonime capaci di mostrarci com’è alleggerire le proprie paure attraverso la condivisione con l’altro.
Dal 28 ottobre ti vedremo su Sky per la terza stagione di Signora Volpe: com’è stato tornare nei panni di Roberta Barzini?
Amo profondamente Roberta Barzini perché è un personaggio che ha delle caratteristiche monolitiche. È una donna delle forze dell’ordine, mossa da un profondo senso di giustizia, di ordine, di disciplina, ma legata proprio al senso di protezione della comunità e a ciò che è giusto. È assolutamente fatta di cuore, ha un profondo amore per quello che fa, per la gente. La Barzini è proprio l’esemplificazione delle forze dell’ordine, del voler bene alla comunità attraverso il fare qualcosa, è l’artigiana della giustizia.
È un personaggio che quando sente qualche cosa la dice, le scappa quasi di mano. Nella relazione con il suo capitano Riva, che lei rispetta e a cui vuole molto bene proprio perché è il suo capitano, è il classico “cane da guardia”, quella che fa le cose, ma anche che dice la parola di troppo.
Però anche quella che osserva tutto.
Assolutamente sì: Roberta Barzini non si permette di parlare oltre i fatti, è una donna che fa i fatti. Però vede, guarda, ascolta e ogni tanto la battuta le esce. Diciamo che incarna il punto di vista dello spettatore che spesso vorrebbe dire quella cosa che dice la Barzini. Un’altra cosa che adoro di lei è che è talmente monolitica che è l’unico personaggio che ha un solo costume di scena, ovvero la divisa.
Hai avuto qualche reference per la costruzione del personaggio?
La reference che mi era stata data, e che mi era piaciuta tantissimo, era quella di una donna che ha vissuto, che ha fatto tante cose, inciampando un po’ dappertutto, anche per colpa del suo carattere. Poi ha trovato, attraverso un percorso nelle forze dell’ordine, una sorta di ridimensionamento, di redenzione. Ha trovato il posto giusto per esprimere la sua forza, anche il suo temperamento. Che sta dove? Nella divisa.
È quel classico temperamento che se lo lasci libero da altre parti probabilmente fa qualche disastro. Invece messo al servizio degli altri diventa utile. E per questo è molto attaccata al suo lavoro. Lei è quella cosa lì, le piace. E non ci dorme la notte se non mette insieme i pezzi e non arriva con una soluzione. E poi, arrivando dalla strada, con un percorso anche forse dai bassi fondi, un po’ trasversale, riesce a parlare sempre con tutti.
Qual è il rapporto tra la Barzini e il capitano Riva?
Per lei il capitano è una sorta di fratello, di parente, ecco. Nella serie la nostra dinamica è veramente chiara. Però sì, c’è una componente affettiva. A lei sta a cuore che il suo capitano sia felice.

Le puntate sono già andate in onda sulla piattaforma britannica Acorn TV, giusto?
Sì, sono già state rilasciate in tutto il mondo. La serie è piaciuta, sta piacendo. È educata, pulita, ricca perché ben scritta e girata bene, in posti meravigliosi.
Volevo parlare della tua rubrica Segreti su VanityFair.it, da cui è nato anche un podcast: com’è leggere le confidenze dei tuoi lettori? Che effetto fa dire la tua a proposito di ciò che ti scrivono?
Il podcast è stato, come dire, una Summer Edition, volevamo sperimentare questa versione, ma ci siamo resi conto, nonostante sia stato molto divertente, che il vero cuore rimane la rubrica, soprattutto per il valore dell’anonimato dei lettori. La persona che legge, in questo caso io, è lì per ascoltare e non per giudicare. Quindi questo è stato un po’ il principio con cui abbiamo costruito questa rubrica. Nella mia vita per prima ho fatto i conti con il tema del segreto: cosa vuol dire vivere con un segreto così grande che non puoi rivelare o che non vuoi rivelare?
Nel mio spettacolo dal vivo, che ho portato in giro con molte date, per spiegare alle persone la difficoltà e la sensazione di conservare un segreto che non vuoi o non puoi rivelare, facevo un esempio: hai qualcosa che ti piace tanto, come un barattolino di Nutella, lo vorresti mangiare tutto, ma rimani sempre insoddisfatto perché non lo puoi fare. E quindi diventi un po’ aspro, a volte nervoso, a volte arrabbiato, a volte depresso, perché qualcosa ti frena.
Quindi sulla base di questo mi sono messa in ascolto. Il mio punto di vista, quando rispondo alle lettere che mi arrivano, è: siamo sulla stessa barca, se condividiamo, alleggeriamo. La condivisione è un alleggerimento. Anche perché non sono né una psicoterapeuta, né un genitore, né un parente, non sono neanche l’amica che ti conosce.
E forse questo è un bene.
Esatto, io sono un’amica che non ti conosce, quindi se tu mi dai degli elementi, dico: guarda, con questi elementi potrebbe essere che… Però partendo dal presupposto che nessuno di noi ha la verità in tasca, siamo persone uniche con caratteristiche uniche in un determinato contesto, abbiamo solo bisogno ogni tanto di un giro della clessidra perché magari le cose non le vediamo in maniera chiara, abbiamo bisogno che qualcuno di esterno smuova le acque. Quello che mi arriva è vedere quanto tutti noi siamo accomunati dalla preoccupazione di essere giudicati, di essere malvisti…che è diventata asfissiante.
E nelle storie che mi raccontano le persone, vedo la fragilità, l’imperfezione, come se noi non accettassimo di poter essere fragili e imperfetti. Abbiamo il terrore di andare in mille pezzi e lo capisco, ci sono passata, lo so cosa si prova, la paura di non riuscire a rimettere i pezzi insieme.
Cosa ha portato nella tua vita Segreti?
Adoro questo spazio perché mi ha fatto crescere parecchio. Ogni volta che qualcuno mi scrive o mi racconta una cosa, penso sempre: cosa c’è di mio nella tua storia? Perché mi appartiene questa storia? Per difetto, perché ci assomigliamo, perché è una cosa che non farei mai? Ogni lettera che mi arriva è una relazione che viene intrapresa.
E quindi mi ha aiutato tantissimo a vedere come stanno gli altri, a uscire dal mio personalismo, perché per tanti anni mi sono occupata solo di me me stessa, dei miei problemi, delle mie follie e di cosa ha rappresentato fare un coming out importante… A volte ci si sotterra con il proprio egoriferitismo, senza accorgersi delle storie degli altri.
Tornerai invece a fare teatro?
Sto scrivendo materiale nuovo, e lo provo in giro nei peggiori bar di Caracas. È l’unico modo per far vivere il materiale; provandolo in giro, ancora e ancora, perché a volte non è detto che se tu costruisci una storia quella storia funzioni, e quindi visto che sono nuova nel fare comicità in questo senso, sono solo tre anni che ho cominciato, cerco di riprendere il possibile le cose che avrei voluto, e fare questo per me è una gioia. Il prossimo passo è slegarmi dalla mia storia di prima, che è stata estremamente impattante.
Anni fa hai lavorato con Paolo Strippoli in Piove: che ricordo hai del set con lui?
Paolo ha un talento enorme, ma anche una visione: oltre al coraggio di realizzare determinate cose, ha trovato un sostegno adeguato. Non perché sia fortunato, ma perché tutte le persone che ha incrociato hanno condiviso la sua visione. Che cosa significa questo? Significa che condividere la visione di un regista significa dargli gli strumenti per realizzarla davvero.
Piove in particolare è un film horror bello, inquietante, con un’attenzione scenica incredibile, con grande tensione emotiva, questo perché Paolo sa esattamente cosa vuole, dove lo vuole, come lo vuole. Ed era un regista giovanissimo, non mi stupisco che ora sia il nostro candidato all’Academy con L’Estranea.
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