Riccardo Milani e Diego Abatantuono. Foto di Claudio Iannone
Riccardo Milani e Diego Abatantuono. Foto di Claudio Iannone

La vita va così di Riccardo Milani, dopo aver inaugurato la ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha incassato oltre 1.600.000 in 4 giorni di programmazione, segnando la miglior partenza al box office per un film italiano da agosto, inizio della stagione cinematografica 2025.

“Abbiamo cercato di raccontare una storia esemplificativa e significativa per tutti”, queste le parole del regista Riccardo Milani durante la conferenza stampa a Roma, prima di partire per un tour promozionale in cui non ci sono solo grandi città ad accogliere la proiezione del film, ma anche piccoli comuni, proprio come nelle storie più care al regista, dove i luoghi diventano protagonisti assieme alle comunità che li abitano.

Virginia Raffaele in La vita va così di Riccardo Milani. Courtesy of Medusa. Foto di Claudio Iannone
Virginia Raffaele in La vita va così di Riccardo Milani. Courtesy of Medusa. Foto di Claudio Iannone

Che tipo di risposta stai ricevendo dal pubblico con queste prime proiezioni del tour in giro per l’Italia?

Una risposta enorme, e non è per nulla scontato, ne sono molto contento. La cosa che mi sorprende di più sono gli applausi finali che sento a tantissime proiezioni, anche quelli di persone che vanno e mi riferiscono quando non sono lì; mi registrano gli applausi, me li mandano.

Io stesso sono stato presente a proiezioni in cui alla fine arrivava l’applauso, e la gente non sapeva che fossi in sala, quindi è un calore che mi fa molto piacere. Vuol dire che arrivano dei segnali, delle emozioni; penso che le persone abbiano voglia di emozionarsi, forse è un tempo in cui le emozioni sono un po’ rarefatte, e quindi quando si ha l’occasione, con un film, di trovare delle emozioni, è come se ci si aggrappasse. Il pubblico ama il film, ama i personaggi, in questo caso ama anche questo pastore che non è un attore professionista.

Come è stato infatti dirigere Giuseppe Ignazio Loi, anche in relazione al resto del cast?

In tutti i film che ho girato ho sempre inserito persone che non fanno il mestiere dell’attore, stavolta però nel ruolo di un vero e proprio protagonista: un personaggio che doveva essere totalmente credibile, che sapesse fare quel mestiere, che si sapesse muovere come un pastore, che avesse anche la conformazione fisica di un pastore.

Ignazio è un uomo buono, con la purezza di un bambino, però anche con un grande rigore morale, un senso etico fortissimo, una grandissima dignità. Devo dire che non ha mai avuto un’incertezza, forse perché l’ho aiutato nel senso della misura che ha nel rapportarsi con le cose della vita, però non è stato affatto difficile.

Come sei entrato in contatto con questa storia e quando hai deciso di farne un film?

Una decina di anni fa, avevo sentito parlare di questa vicenda, la leggevo sui giornali, la sentivo lì, nel territorio, è una cosa che hanno affrontato anche le cronache nazionali e quelle internazionali, è diventata famosa ad un certo punto anche all’estero, e ho capito sin da subito che sarebbe stata l’occasione per parlare di più temi. Perché c’è sia la vicenda di un pastore che dice di no, ma anche di una comunità spaccata sulla necessità di avere nuove opportunità di lavoro.

Il confronto finale tra Francesca e Giovanna è un momento molto intenso: cosa rappresentano loro all’interno della narrazione?

Sono due donne che si caricano sulle spalle un po’ il destino di quest’isola e quello è un dialogo importante nel film; da una parte Giovanna (Virginia Raffaele, ndr), la figlia dell’uomo protagonista che è combattuta nel doversi dividere tra le ragioni del padre e quelle della comunità, della sua amica, di chi vuole un presente, un futuro, e non ancorarsi al passato, dall’altra c’è la giustizia, Giovanna (Geppi Cucciari, ndr) è la giustizia. Che la giustizia fosse incarnata da una donna sarda, quindi radicata sul territorio, è stata una cosa che ho cercato dall’inizio.

Il ballo finale, la dimensione corale: cosa significa?

Significa ricompattare una comunità, perlomeno la mia speranza è che la comunità riesca a farlo; come se quella musica la rimettesse in piedi, con quel modo di tenerli tutti quanti insieme nello stesso posto. Essere messi l’uno contro l’altro è una costante dei piccoli centri, delle piccole comunità, le persone vengono messe l’una contro l’altra e su quella divisione poi lavora bene chi vuole approfittarne.

Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su FacebookInstagram Telegram.

Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.