
“Che cosa vedi?”
Sunshine è un film raro. Parlarne oggi, a quasi vent’anni dalla sua uscita, è tanto difficile quanto entusiasmante. Non proverò neanche a presentarmi come una voce super partes, semplicemente perché non credo di essere la persona giusta per un’operazione di questo tipo.
Per mia fortuna, credo altrettanto fermamente che Sunshine non necessiti di un’ennesima recensione, né tantomeno di essere analizzato al fotogramma (benché ci sarebbe moltissimo di cui discutere, sotto questo aspetto). No, se sono qui è per parlarvi di un film che non dimentica mai di essere tale, che racconta una storia anche e soprattutto attraverso i suoi dettagli, che parla di tutti noi e che ci trascina in un racconto teso, preciso, potente.
In altre parole, sono qui per darvi il benvenuto sulla Icarus II, e per raccontarvi della meraviglia che si nasconde al suo interno.
A bordo della Icarus II
La premessa del film è tanto semplice da poter risultare quasi banale: il sole si sta spegnendo, un’equipe di otto scienziati parte per una missione quadriennale che li vede legati a un’enorme bomba che, teoricamente, dovrebbe far riaccendere la stella morente.
Da Armageddon (Bay, 1998) a The Core (Amiel, 2003), passando per quasi tutta la filmografia di Emmerich, con Sunshine Boyle e Garland, alla terza collaborazione dopo The Beach (2000) e 28 Giorni Dopo (2002), non puntano a reinventare la formula del disaster movie, ma invece ne sfruttano i crismi per incorniciare un dramma intimo, umano, tangibile.
Per tutta la durata del film siamo a bordo della Icarus II, seconda spedizione partita alla volta del sole dopo che tutti i contatti con la Icarus I sono terminati. Non ci viene mai mostrato un momento precedente alla partenza dell’equipaggio, né ci è dato sapere (se non per una singola sequenza a chiusura del film) in che stato versa il nostro pianeta. Tutto ciò che ci serve sapere è presentato organicamente dalle conversazioni tra i membri dell’equipaggio, tutta l’azione è mostrata o spiegata in modo tanto comprensibile quanto credibile.
In quanto spettatori abbiamo un posto privilegiato all’interno della nave, ma al tempo stesso nessuno ci prende per mano e ci accompagna nella narrazione. Anzi, come spesso accade nelle opere firmate da Garland (Ex Machina, Civil War) veniamo trascinati nella nostra condizione voyeuristica senza tanti fronzoli; il contesto dell’azione ci è dato dall’azione stessa, dall’interazione tra i personaggi e dalla messa in scena di uno spazio, quello della Icarus II, che presto diventa familiare.
Sunshine: un flop al botteghino
L’estetica richiama ai grandi del genere, con dettagli che strizzano l’occhio ad Alien (Scott, 1979), Solaris (Tarkovsky, 1972 e Soderbergh, 2002) e anche Event Horizon (Anderson, 1997), con corridoi stretti e asettici ma al contempo vissuti, umani, con la tecnologia futuribile e accessibile nella sua semplicità.
Nota a parte per il design delle tute EVA, sospese tra il già citato Alien e la goffaggine dorata dei Mondoshawan de Il Quinto Elemento (Besson, 1997), che fanno da vere e proprie protagoniste di alcune delle sequenze più concitate del film. Il cast, poi, è composto da una selezione di quelli che sarebbero diventati tra i nomi più grandi dell’industria negli anni a seguire: Cillian Murphy è Capa, il fisico di bordo e a tutti gli effetti protagonista della vicenda, ma insieme a lui troviamo Chris Evans, Rose Byrne, Cliff Curtis, Benedict Wong, Hiroyuki Sanada, Michelle Yeoh e Troy Garity.
La colonna sonora, una collaborazione riuscitissima firmata da Underworld e John Murphy, ci regala passaggi emotivamente devastanti come la celeberrima Adagio in D Minor, ma anche chicche nascoste come Capa’s Last Transmission Home, Mercury e Distortions. Il comparto audio, più in generale, è una delle punte di diamante del film, con effetti di distorsione che accompagnano le inquadrature sulla luce solare e i suoni meccanici, quasi alieni, della Icarus II, a ricordarci costantemente dello spazio infinito appena fuori da quelle pareti bianche.
Tutti questi elementi, uniti a trovate di regia ispiratissime (soprattutto nell’ultimo atto del film) e a una già citata sceneggiatura essenziale e emozionante al tempo stesso, fanno di Sunshine un film brillante, coinvolgente, personale.
Leggendo tutto questo si potrebbe pensare che Sunshine sia stato un successo, se non assoluto quantomeno relativamente modesto: Boyle era sulla cresta dell’onda e si apprestava a spopolare con The Millionaire (2008), il genere era all’apice della sua popolarità, di cui Garland ci dà un’interpretazione intima e accattivante, gli attori donano performance convincenti, gli effetti sono buoni, per non dire ottimi. E allora perché, quasi vent’anni dopo, siamo in pochissimi a ricordarci di questa perla?
Perché all’uscita è stato un flop clamoroso, non rientrando nemmeno nei costi di produzione, con recensioni perlopiù tiepide, concentrate su un terzo atto spesso definito “inconcludente”. Una motivazione la si potrebbe ricondurre alla ricercatezza stilistica del film, che si propone appunto monolitico nel suo presentare una storia chiusa, a tratti quasi asfissiante, senza compromessi di sorta. Se oggi A24 e Neon ci hanno abituato a prodotti di questo tipo, non è difficile riguardando Sunshine capire quanto sia lontano dai prodotti ad esso contemporanei.
Ma tratteggiare i “se” e i “ma” di quello che è stato un fallimento, a mio parere, è un’azione piuttosto inutile. Quanto detto finora dovrebbe avervi già persuaso o dissuaso nel dare (o ridare) una speranza a questo film, ma qui finisce il mio parlarvi di Sunshine come un film e inizia il mio raccontarvi Sunshine dal punto di vista di chi l’ha sempre amato, di chi ogni volta che lo rivede si emoziona ancora, di chi ancora oggi, vent’anni dopo, fatica a trovare le parole per descriverlo appieno.

Sunshine: una perla per lo spettatore
Credo sia evidente che Sunshine è, per me, la meraviglia nascosta di Boyle e Garland. Potrei dilungarmi per ore sul perché, o sui minimi dettagli che compongono questo splendido mosaico, o ancora sulle trovate narrative tra le più geniali che io abbia mai visto al cinema. Mi limiterò, invece, a dirvi che tutto questo vi aspetta nei 108 minuti del film, e che se volete tuffarvi a bordo della Icarus II la porta è sempre aperta.
Se ho scelto di non fare spoiler di sorta è unicamente per una necessità che Sunshine impone, ovvero quella di essere vissuto in prima persona, e non raccontato: ogni parola in più sarebbe superflua, ogni descrizione limitativa, ogni tentativo di spiegarvi come la fotografia di un equipaggio può diventare più spettrale di qualsiasi fantasma impallidisce di fronte alla messa in scena effettiva del film. Mi limiterò a dire che Sunshine è un film emozionante che non prova mai a strappare la lacrima facile, che racconta il dramma e la gioia di essere umani, con tutte le nostre paure, dubbi, colpe, incertezze, responsabilità e soprattutto speranze. È un film che non mi ha mai abbandonato, e che sono sicuro non abbandonerà mai neanche voi.
Se dal cinema cercate l’esattezza scientifica, o la completezza esplicativa, o ancora un virtuosismo autoreferenziale, allora Interstellar (Nolan, 2014) o The Abyss (Cameron, 1989) sono sicuramente prodotti più adatti al vostro palato, e non c’è niente di male. Se invece vi sedete davanti allo schermo per emozionarvi, allora non posso far altro che invitarvi alla volta della nostra stella morente, a bordo di una minuscola astronave lanciata nell’infinità dello spazio, in compagnia di otto persone che potrebbero essere tutti noi e al tempo stesso non sono nessuno di noi.
In breve
La speranza è che Sunshine possa godere in futuro non tanto della fama, ma sicuramente del rispetto che indubbiamente merita. A tutti quelli che si aspettavano una recensione, o un giudizio compiuto, chiedo umilmente perdono: probabilmente non sono davvero la persona giusta per scrivere di questo film, ma non so descrivervi la gioia che è parlarvi di qualcosa che apprezzo e ammiro così tanto Chi di voi, come me, è rimasto stregato dall’opera di Boyle, sa che non servono tante parole per descriverla.
Chi invece ne è ancora all’oscuro spero esca da queste righe incuriosito, invogliato a esplorare qualcosa di estremamente ben fatto e che ha tutte le carte in regola per diventare un cult, se non assoluto almeno personale. Dal canto mio, posso dirvi solo che ogni mio ritorno sulla Icarus II è più bello del precedente, e che non vedo l’ora di sapervi tutti a bordo.
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