Ben Affleck e Tye Sheridan in The Tender Bar. Credits: Amazon Prime Video.

George Clooney, tendenzialmente, fa più notizia come attore che come regista. Eppure, The Tender Bar, o, se preferite in italiano, Il bar delle grandi speranze (su Amazon Prime Video) è già il suo ottavo lungometraggio dietro la macchina da presa. E non è nemmeno la prima volta che il divo rinuncia a comparire come interprete. C’era già stato Suburbicon (2017), apparentemente uno dei film più anomali del Clooney cineasta: cinico, grottesco, a tratti apocalittico. Lontanissimo dal pacato dramedy di formazione che è The Tender Bar, dall’autobiografia di JR Moehringer (adattata da William Monahan).

In realtà, però, l’ex protagonista di E.R. è, semplicemente e coerentemente, un filmmaker che si mette al servizio della storia, su cui investe, anche stavolta, nell’ulteriore veste di produttore (insieme al consueto sodale Grant Heslov). L’attore-regista, dunque, segue a modo suo la tradizione della Hollywood più classica, mimetizzandosi nello stile suggerito dallo script. Che, nel caso di Suburbicon, partiva da un sulfureo copione dei fratelli Coen, non a caso.

Se non tutto, molto allora dipende dall’interesse della vicenda e dalla qualità della scrittura drammatica che sorregge quella filmica. Forse l’incontro migliore tra queste sinora è stato con Good Night, and Good Luck (2005), sceneggiatura (Premio Osella a Venezia) degli stessi Clooney e Heslov. Etica ed estetica si incontravano perfettamente nel bianco e nero dell’America Anni ’50. Divisa arbitrariamente in buoni e cattivi (gli antiamericani, le spie dei “rossi”, i comunisti) dalla propaganda maccartista. Che la coscienza di un giornalista ribalta svelandola per la caccia alle streghe che era. Purtroppo, invece, The Tender Bar resta lontano da questi livelli. E, al netto del solido mestiere nella realizzazione, ci troviamo di fronte a uno dei titoli meno memorabili nella filmografia del suo regista.

Un figlio, uno zio e il romanzo di una crescita

Daniel Ranieri e Ben Affleck in The Tender Bar. Credits: Amazon Prime Video.

Long Island, Stato di New York, tra gli anni ’70 e ’80. Il problema di JR Moehringer (Daniel Ranieri da bambino, Tye Sheridan da adulto) è l’identità, quella messa in forse dal suo stesso nome-sigla. Che sta per “Junior”, ovvero il nome di suo padre (Max Martini), dee-jay radiofonico noto come “La Voce”. Egoista, bevitore, violento. Ha abbandonato la madre di JR, Dorothy (Lily Rabe) e ricompare fugacemente nella vita del figlio, quanto basta per rinnovare il peso della sua ingombrante non-presenza. La vera famiglia di JR, allora, è composta dalla madre, dal nonno (Christopher Lloyd) e dal suo vero e unico riferimento maschile positivo, lo zio Charlie (Ben Affleck).

Da quest’ultimo arrivano i gesti di affetto e considerazione, ma anche le lezioni di vita, che accompagneranno il protagonista nella sua crescita. E tra i libri del bar di Charlie, il Dickens (nome non casuale), il ragazzo scopre e coltiva la vocazione per la scrittura. L’ingresso a Yale sembra l’occasione per realizzarla, sebbene la madre lo preferisca avvocato. Per JR, allora, insicurezze sociali e psicologiche vanno insieme e rischiano di fargli fare (e ripetere) le scelte sbagliate. Come inseguire per anni un amore non corrisposto, che ha il volto della più ricca collega Sydney (Briana Middleton). Ma, inevitabilmente, più di qualsiasi educazione sentimentale e professionale, a fare la differenza sarà la resa dei conti col fantasma paterno.

Sublimare la crisi

Affleck e Tye Sheridan in The Tender Bar. Credits: Amazon Prime Video.

Tutto molto chiaro. Anche troppo. Come vada a finire, poi, è noto sin dai credits, visto che il lungometraggio, come si diceva, è tratto dal libro dello stesso JR Moehringer che, seguendo un suggerimento più volte ribaditogli nel film, si è orientato sull’autobiografia. Ma se il pubblico (oggi come ieri) ha fame di auto-narrazioni, ci vorrà pur qualcosa per rendere il racconto interessante da seguire e significativo da ricordare. Ed è ciò che manca a The Tender Bar, parabola edificante quanto didascalica (con tanto di voce narrante del protagonista) sulla tenuta del sogno americano.

Così, il film di Clooney si va a collocare senza guizzi nello scaffale delle opere sull’America che affronta la sua crisi di riferimenti ideali sublimandola, ricomponendo i pezzi e rassicurando gli animi. Basta uno zio Charlie nel posto giusto al momento giusto, con la sua «scienza del maschio». Tra i comandamenti: non tenere mai i soldi nel taschino. Prenditi di cura delle persone che ami. Se non sai controllarti, non bere. Lavora sodo, risparmia. Impara a cambiare una gomma. E soprattutto: «Mai, in nessuna circostanza, picchiare una donna. Anche se ti pugnala con le forbici».

L’America, insomma, e in particolare l’americano bianco eterosessuale, si salva dagli errori dei padri auto-riformandosi. Con una moderazione che è anche quella di una sceneggiatura col freno a mano tirato, al di qua di sconfinamenti nel melodramma come di qualsivoglia critica radicale a ciò che descrive. E, in definitiva, incapace di andare oltre le convenzioni del suo genere di riferimento.

Forse, allora, il miglior romanzo (nel romanzo) di formazione è quello di Ben Affleck, in una prova sobria e misurata perfettamente funzionale alla temperie del film. Ma anche conferma della sua maturazione come attore, ormai pienamente capace di giocare con i mezzi toni della malinconia, della tenerezza e dell’(auto)ironia. Chissà se, sfumata l’occasione dei Golden Globe, l’Academy se ne accorgerà.

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Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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