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Torino Film Festival: Camp De Meci/Poppy Field

POPPY FIELD by Eugen Jebeleanu

In concorso al Torino Film Festival, Camp De Meci (Poppy Field) è il primo lungometraggio del regista rumeno Eugen Jebeleanu.

Eugen Jebeleanu esce dal teatro per tornarvi, con Camp De Meci (Poppy Field), un film essenziale ed intimo, dove gli equilibri danno l’idea di essere più fragili di quello che sono. Regista teatrale e attore debutta con il suo primo lungometraggio su un uomo condizionato dalle credenze retrograde e da dogmatiche costrizioni che lo tengono in bilico tra la verità e la menzogna.

Cristi, giovane poliziotto di Bucarest, è omosessuale, ma riserva il coming out solo ai membri della sua famiglia che non lo prendono troppo sul serio. Quando però è al lavoro deve fingere di essere “normale”, perché i compagni che indossano la sua stessa divisa sono esponenti irriducibili di una mascolinità dura sfoggiata con fierezza e spalle larghe.

Fuori scena/sul palco

Il film fa della metafora teatrale un pilastro portante, sia nella narrazione che nella messa in scena. Il protagonista vive due vite parallele negando una parte di verità ad ognuna. Nel tempo ragionato che Jebeleanu ci concede per sbirciare nella vita di Cristi vediamo l’arrivo del suo compagno, con l’intimità tra i due resa problematica dalle cose da non fare, come baciarsi in pubblico o fare una gita in montagna. Ma l’amore tra i due è il fuori scena che l’uomo si concede, prima di salire sul “palco” della quotidianità, dove il ruolo che recita è quello di un macho eterosessuale, che più di una volta ha rischiato il posto per sviste dovute ad una rabbia soffocata che gli monta dentro come vera essenza messa a tacere.

POPPY FIELD by Eugen Jebeleanu

Durante un’azione in un cinema, ispirata da eventi realmente accaduti, Cristi si troverà davvero in uno scenario dove le due realtà rischiano di collidere.

Sbatterci contro

La squadra di polizia (“gendarmeria”) in cui opera Cristi viene chiamata per intervenire durante una protesta omofobica in un cinema. La rappresentazione riprende il fatto di cronaca avvenuto nel 2013 in cui un gruppo di manifestanti fecero irruzione in un cinema per interrompere la visione di un film a tematica LGBTQ. La situazione in cui si ritrova è paradossale: una schiera di esaltati omofobi con immagini votive inveiscono contro il pubblico in sala. Lo scontro tra una Romania nazionalista e conservatrice e una promessa per il futuro, che poi è quella che rappresenta lo stesso regista con la sua opera.

I sentimenti sopiti e la crisi di identità del protagonista lo porteranno ad un’esibizione di violenza che è vissuta come sfogo e come dimostrazione di virilità. Mettendosi nei guai è costretto a trascorrere delle ore solo nella sala cinematografica ormai deserta, dove si susseguono i suoi compagni, apportando come dei personaggi kafkiani il loro punto di vista, assurdo e veritiero al tempo stesso.

POPPY FIELD by Eugen Jebeleanu 

L’equilibrio è precario e vacilla ad ogni confronto, in un teatro emozionale/emotivo che mette all’angolo lo spettatore.

Rossa pastosità

Le immagini di Camp De Meci vivono di un impasto denso e corposo che le connota matericamente, come un quadro dove la pennellata è pesante e violenta. Il film è girato in pellicola 16 millimetri e il tocco del direttore della fotografia Marius Panduru (molto importante per il cinema rumeno contemporaneo) dona una consistenza in cui i colori primari governano le sequenze.

Il blu poetico della prima parte cede il passo, timidamente, al rosso pastoso delle poltrone del cinema, dove Cristi sprofonda inquieto, per finire con il giallo della notte e subito dopo della mattina del ritorno a casa.

Camp De Maci è intenso e non fornisce soluzioni, ti prende dal primo istante per lasciarti andare esausto, alla riflessione costretta su una storia come tante, dove prendere fiato dalle apparenze imposte dalla società non è poi così scontato.

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Tag:, , , , , Last modified: 1 Dicembre 2020
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