One Day One Day

Vado al cinema con un’amica e per una volta mi sento privilegiata, sto vedendo un film proibito, “vietato agli adulti”.

One day One day, titolo che motteggia l’idea di una speranza senza fine (un giorno, sì, un giorno…) molto probabilmente vana, infatti, è stato distribuito inizialmente solo per gli studenti delle scuole superiori, all’interno degli istituti scolastici – e vietato ai cinema classici.

Il regista Olmo Parenti motiva la sua scelta molto semplicemente: visto che nessuna casa di distribuzione, festival o network tv era interessatə al film, quando l’agenzia Will Media è entrata come co-produttrice del progetto, abbiamo deciso di non farlo vedere a chi non lo voleva vedere. E mostrarlo invece a chi ancora non ha imparato ad abbassare o distogliere lo sguardo: i giovanissimi.

Dal 16 marzo scorso, così, One day One day ha girato nelle scuole (e al Pordenone Doc Fest, in via eccezionale) di mezza penisola, finché, per quel giochino chiamato tecnicamente psicologia inversa, anche i circuiti tradizionali hanno drizzato le antenne.

Roberto Saviano ci ha scritto un editoriale e in poco tempo sono state raccolte 12.000 firme per chiedere di farlo circuitare nei cinema tradizionali, e alle prime proiezioni (di questi giorni) si è spesso registrato il sold out. Will Media – e il collettivo di artisti di cui fa parte Parenti, “A thing by”, allora, in maniera indipendente, stanno organizzando nuove proiezioni in giro per l’Italia (Genova e Napoli le prossime date).

Ma dicevo, che stavamo uscendo dal cinema, e in effetti, cosa mostra One day One day che a tanti prima NON aveva interessato?

Borgo Mezzanone

Semplice: mostra chi e come (si) vive nella più grande bidonville d’Italia, che si trova nel foggiano, in una piana di baracche, rifiuti, terra e roulotte divelte che si chiama Borgo Mezzanone.

Ci abitano i lavoratori in nero che lavorano nei campi dove si coltivano gli ortaggi destinati alla rete della grande distribuzione (i supermercati), ma come spiega ancora Parenti, non è un’indagine sul caporalato. Piuttosto è il tentativo di raccontare quale sia il blocco strutturale per cui una, tante, centinaia di persone finiscono a vivere in un posto così: il racconto di chi sono, e perché sono finite lì.

Il film è molto lineare, molto diretto: siamo dentro un’automobile, nei sedili dietro, invasi dai vestiti appallottolati, e tra i vestiti un ragazzo che parla, la telecamera è ad altezza sedile:

“Da quanto vivi qui?” [nell’auto]
“Cinque anni buoni. (Five good years).”
“Were they good? (Sono stati buoni?)”
“Yes, it’s good. (Sì, sono stati buoni.) Perché nessuna condizione è permanente. E poi pensa a chi dorme per strada (sleeping outside, bus stop, train station), so i can see here is my 5 stars hotel. (Questo è il mio hotel a 5 stelle.) Me lo devo godere.”

Senza permesso di lavoro la stabilità è utopica

Ricordate il Decreto Sicurezza del ministro dell’interno Matteo Salvini, varato tra mille polemiche nel 2018? Quello che precarizzava ancora di più il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e che il Pd ha rottamato nel 2020 grazie al Decreto Immigrazione? Già, ora al 2022, la situazione per moltissimi migranti, è comunque di natura costantemente emergenziale.

Ottenere un permesso di lavoro senza permesso di soggiorno non è possibile, e per ottenere il permesso di soggiorno le maglie non si sono allargate. Le navi si fermano ancora davanti ai porti chiusi, come nell’era Salvini, anche se in pochi ne parlano – sta succedendo anche in queste ore alla nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans, bloccata dalla gestione Lamorgese per giorni al largo della Sicilia con a bordo 92 migranti ed entrata solo nelle scorse ore nel porto di Pozzallo (Ragusa).

“Quello che abbiamo capito facendo il documentario, che forse non sarà sbalorditivo, ma l’abbiamo capito in prima persona, è che finché queste persone non avranno un permesso di lavoro, un permesso di soggiorno, non c’è alternativa. Perché il ghetto, pur essendo un posto terribile, è veramente l’unico posto pronto ad accogliere queste persone e quindi, quando non hai documenti, quando non hai un permesso di lavoro, e una casa non la puoi affittare, una busta paga non te la dà nessuno, non puoi aprirti un conto in banca, farti fare un contratto di lavoro è utopico perché nessuno è pronto a investire in te, prima di investire in qualcun altro: quello è l’unico posto che rimane.”

Giovani, carini e sottoccupati

“Sono rimasta sbalordita, sembrava un film americano,” dice la mia amica, uscendo dalla proiezione. Ed è vero, riflettendoci, perché questo film su un’enorme bidonville e i suoi abitanti, è un capolavoro di estetismo pop. Le riprese sono curate, planano dall’alto sui rifiuti (quasi) come Werner Herzog planava sul deserto infiammato di petrolio in Kuwait nel suo capolavoro, Apocalisse nel deserto, sui campi (tossici) coltivati. E certo l’afflato è lo stesso: mostrare la poesia, la bellezza della fine. Perché forse un giorno, un giorno… le cose saranno diverse.

Non è un’indagine sul capolarato anche se qui ai migranti sindacalizzati sparano addosso, e altri migranti muoiono stritolati come carne da macello nei furgoni che li portano sui luoghi di lavoro: le luci sui volti, durante le interviste – luci naturali – servono a mostrarne la bellezza, l’intensità, la forza. E questa sensazione di coolness è acuita dal fatto che tutti parlano inglese, e piuttosto bene, perché l’italiano lo impari quando riesci a inserirti in una dinamica meno ghettizzante, anche se poi si scopre che lo masticano comunque tutti benino.

E forse questa dinamica ghettizzante è una spirale che produce dinamismo positivo, pop, appunto, che le riprese “americane” di Parenti riescono a evidenziare.

A scuola?

Prima della domanda “da quanto tempo vivi qui” l’intervistatore chiede al solito ragazzo da quanto non ha una fidanzata. Lui risponde che non se lo ricorda: come puoi pensarci in una situazione così. E subito dopo gli chiede se racconta a casa che la sua situazione è così. “Never,” dice il ragazzo, (mai). Se lo facessi mi creerei solo ulteriori problemi. Veniamo qui dopo aver visto in TV, sulla Cnn, Bbc, che l’Europa è il paradiso. Questo è il paradiso che troviamo.

Potete consultare il sito Will Media per informazioni sulle proiezioni di “One day One day” o prendere contatti per organizzarne una nella vostra città.

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Al cinema come nella vita non credo esistano cattive storie, ma solo storie raccontate male, per questo preferisco ormai la rarefazione dei linguaggi, la sperimentazione, la visionarietà. Sarei felice che la video-arte entrasse nelle multisale, magari passando per Bill Viola e Studio Azzurro. Nel cinema europeo il mio epitome è Fassbinder, nel cinema USA mi hanno conquistato i road movies (e Wenders). Se dovessi descrivermi in una parola direi… una parola forse non è abbastanza. Blu.

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