UnArchive Found Footage Fest 2026
UnArchive Found Footage Fest 2026

«Cancellare la memoria oggi è un sopruso», rimarca Vincenzo Vita, Presidente dell’AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS, durante la presentazione, nella Sala Conferenze della Reale Accademia di Spagna a Roma, di UnArchive Found Footage Fest, il festival dedicato al riuso creativo delle immagini, la cui quarta edizione si svolgerà nella Capitale dal 26 al 31 maggio, malgrado proprio l’AAMOD, che con la sua Fondazione ha ideato e prodotto la manifestazione, sia stata colpita da un taglio del 24% dei finanziamenti da parte del Ministero della Cultura. Vita (che nel suo intervento ha anche richiamato l’attenzione sulla «tragedia in corso» dell’attacco israeliano alla Global Sumud Flottilla) non può dunque evitare di domandarsi se una quinta edizione effettivamente «ci sarà», mentre l’Italia cala emblematicamente dal 49° al 56° posto nella classifica di Reporters sans frontières sulla libertà di informazione.

Ma per il momento, grazie anche alla fitta rete di partner (in prima fila Archivio Luce, Centro Sperimentale di Cinematografia, Teche Rai e Orto Botanico di Roma – Polo Museale La Sapienza), UnArchive è vivo e cresce, e nella locandina firmata da Gianluca Abbate allegorizza l’offerta ricchissima di appuntamenti e proposte (in varie location del quartiere Trastevere, tra cui la Casa Internazionale delle Donne e il Cinema Intrastevere): 119 le opere selezionate, tra lungometraggi, corti, performance dal vivo, installazioni, e la sezione (autonoma dallo scorso anno) Riuso di classe (che include altri 26 film, e il numero potrebbe aumentare), spaziando fra 34 Paesi (molto rappresentati in particolare America Latina e Medio Oriente).

Fa inoltre il suo debutto Forum, un programma internazionale (presso l’Orto Botanico) di incontri, tavole rotonde, panel tecnici, case studies e altro ancora, dove il cuore sarà costituito da Project Amplifier (condotto da Eyal Sivan), dedicato a 9 progetti di film di riuso creativo in fase di sviluppo provenienti da tutto il mondo, e Pitching the Archive, dove 9 archivi e library internazionali propongono proprie collezioni a condizioni favorevoli per il riuso artistico. «Riutilizzare», sottolinea il direttore organizzativo del festival Luca Ricciardi, «non è solo un modo per offrire ad altri artisti un’occasione, ma anche, per l’Archivio, di compiere una rielaborazione di sé». Archivio inteso come «luogo instabile, vivente, in cui si archivia, si disarchivia, si riarchivia, in una continua circolarità», e soprattutto come «bene comune», tanto più «in un presente in cui le immagini sembrano aver perso la loro funzione testimoniale».

I due concorsi

I direttori artistici di UnArchive, Marco Bertozzi e Alina Marazzi, si sono avvicendati a illustrare la spina dorsale di questa quarta edizione, a partire dalle due sezioni competitive dedicate rispettivamente ai lungometraggi e ai corti. Fra i titoli della prima (9 in tutto) figurano Do You Love Me? di Lana Daher, omaggio alla storia di Beirut e del Libano, oggi martoriato dai continui bombardamenti israeliani, il film-collage Marche Commune di Sylvain L’Espérance, attraverso oltre 100 anni di cinema, The Big Chief, di Tomasz Wolski, con atmosfere da spy-story, e Je n’avais que le néant – Shoah par Lanzmann, di Guillaume Ribot, che ripercorre la realizzazione del film Shoah (1985) sulla scorta di 220 ore di materiali inediti.

Gli 11 corti in gara includono invece L’uomo più bello del mondo di Paolo Baiguera, dove fra AI e voce umana (ri)emerge la figura dello zio del regista, morto per HIV ed eroina negli Anni ’80, Sawyer Avenue, Sunday Afternoon, di Bill Morrison che tramite telefonini e bodycam ricostruisce l’arresto di un uomo, il 12 ottobre 2025 a Chicago, da parte di agenti mascherati dell’ICE, e Plan controplan, che affianca il pluripremiato regista rumeno Radu Jude e Adrian Cioflâncă, muovendosi tra le immagini del giornalista americano Edward Serotta nella Romania di metà anni Ottanta e quelle dei servizi segreti che lo pedinavano.

Un’immagine di Do You Love Me?. © Whispers (1980) by Maroun Bagdadi

Le giurie

I registi Pietro Marcello e Adele Tulli, assieme al direttore della programmazione della Cinémathèque québécoise Guillaume Lafleur, compongono la giuria che assegnerà i premi UnArchive Award (€ 3000, aperto a tutte le opere selezionate), Best Feature Film Award (€1500) per il miglior lungometraggio, Best Short Film Award (€1500) per il miglior cortometraggio. «Per me il cinema di riuso è una costante fonte di ispirazione», ha detto Tulli, che si definisce «cresciuta in AAMOD».

Altri tre omologhi riconoscimenti saranno conferiti invece dalla giuria (composta da studenti di università e istituzioni attive nella formazione cinematografica) guidata dalla cineasta Antonietta De Lillo. Per la quale «AAMOD è famiglia», come ha affermato ricordando il suo lavoro al film di montaggio Diari del ’900, e «ridare qualcosa a una generazione diversa» rappresenta ora la chiusura di un cerchio. «La memoria si usa, non è un documento», ha aggiunto la regista, «ogni giorno la dobbiamo usare, e forse nella nostra contemporaneità abbiamo perso la consapevolezza della nostra memoria. In questo festival ci serve moltissimo».

Sezioni non competitive, Retrospettive, Masterclass

Varie e ricche le sezioni fuori concorso di UnArchive 2026: tra queste, Frontiere, che riflette sui confini come nozione e realtà materiale, con titoli come Becoming Opaque di Paula Albuquerque, che decostruisce stereotipi razziali e di genere nelle ex colonie, Gli uccelli del Monte Qaf, di Morteza Ahmadvand e Firouzeh Khosrovani, toccante racconto di un’esule iraniana, in contatto con la famiglia attraverso telecamere installate nella casa d’origine, e Partition di Diana Allan, che unisce immagini d’archivio dell’occupazione britannica in Palestina e testimonianze di rifugiati palestinesi in Libano.

In Panorami Italiani si spazia invece dalla propaganda nell’Albania di Enver Hoxha in Film di Stato di Roland Sejko a I Fratelli Segreto di Federico Ferrone e Michele Manzolini, sugli emigrati italiani in Brasile tra fine ’800 e inizio ’900, passando per Sguardi in camera – L’avventurosa storia d’Italia in formato ridotto di Francesco Corsi e Paolo Simoni, dove la Storia collettiva del nostro Paese è ripercorsa attraverso i filmati di famiglia amatoriali, Una cosa vicina, in cui Loris G. Nese elabora il proprio difficile passato, e Io mi sono conosciuto nel sogno di Filippo Ticozzi, con materiali inediti girati dallo scrittore Guido Morselli.

E se Best of Fest continua a proporci un’antologia di opere premiate ai festival internazionali dedicati al riuso d’archivio (ad aprire c’è Remake di Ross McElwee), le Proiezioni Speciali includono Roberto Rossellini – Più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti, premiato alla Festa del Cinema di Roma e candidato ai David di Donatello (benché rimasto, come il doc Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, clamorosamente senza finanziamenti pubblici).

Becoming Opaque di Paula Albuquerque

Tra i nodi ineludibili del festival c’è poi quello del rapporto fra archivi e A.I., cui è dedicata la sezione Riusi Generativi (in collaborazione con l’Università John Cabot di Roma), riflettendo sulle immagini sintetiche e l’evoluzione delle forme di rappresentazione con lavori come 09/05/1982, di Jorge Caballero e Camilo Restrepo, Manual Of Self-Destruction di Elisa Baccolo e The Future Is Now Finally Weird di Silvia Dal Dosso, ma anche la performance-lettura di Donatella Della Ratta Ask Me for Those Unborn Promises that May Seem Unlikely to Happen in the Natural, in collaborazione con THE VOID (Tommaso Campagna & Jordi Viader Guerrero), con cui ci muoveremo dalla Palestina all’America trumpiana.

Una novità è invece Urban Footage, dove tramite i materiali d’archivio si indaga sull’immaginario spaziale e urbano di una città: in questo contesto, vedremo il dittico di Luc Bourdon The Memories of Angels (La mémoire des anges) e The Devil’s Share (La parte du diable).

Quattro invece le Retrospettive: Coreografie d’archivio – Riusi creativi della danza, articolata nei due programmi Movimenti e Metronomi e a cura di Giacomo Ravesi, focalizzandosi sulla pratica del montaggio vista come ponte tra found footage e danza, Reframing Cuba – I Film di Santiago Álvarez, con tre opere del cinema rivoluzionario cubano, in un momento mai così drammatico per l’isola strangolata dal blocco statunitense, Oggetti Smarriti: In cerca di Giuseppe Bertolucci, con lavori di riuso del regista, compreso La rabbia di Pasolini, e infine Carte Blanche Michaud: Cécile Fontaine, dove il filosofo e storico dell’arte Philippe-Alain Michaud approfondisce la figura della regista e pioniera del cinema del riuso Cécile Fontaine, che sarà al centro di una masterclass (in collaborazione con NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Roma). Altro incontro atteso è quello con Pietro Marcello, grazie alla partnership con l’Università IULM di Roma.

Da UnArchive // Expanded a Riuso di Classe

A completare il programma di UnArchive, la sezione Expanded nella Chiesa di Santa Dorotea, dove vedremo Requiem, opera-testamento del filmmaker e poeta lituano Jonas Mekas, che, rimarca Giacomo Ravesi in conferenza stampa, «ha rivoluzionato l’archivio rendendo la sua vita un archivio». Nello studio d’artista Casa Borelli approda poi l’installazione (Re)Constructing the Domestic di Estibaliz Sádaba Murguía, in cui si riconfigura poeticamente e politicamente lo spazio domestico della cucina.

Le Live Performance andranno invece in scena al Live Alcazar, con Cartoon Music di Marcello Corti, Enrico Gabrielli, Beppe Gagliardi e Alessandro Trabace, in un percorso musicale nella storia dell’animazione, Elvira di Silvia Cignoli e Federica Foglia, riscoprendo la pioniera del cinema Elvira Notari a 150 anni dalla nascita, e l’excursus storico-filmico Postcards from Italy di Nicolò e Simone Bottasso. Alla libreria Zalib troveremo poi Mnemotheque di Giorgio Ferrero, addentrandosi oniricamente nella memoria di Carbonia.

Infine, diventa competitiva la già menzionata rassegna Riuso di Classe, rivolta agli autori Under-35 che saranno valutati da una giuria formata dai registi Maria Iovine, Davide Minotti e Gaia Siria Meloni, col sostegno del programma Per Chi Crea di SIAE.

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Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.