
A volte la realtà è più scenografica della finzione; Il quieto vivere di Gianluca Matarrese viene presentato a Venezia 82 come Evento Speciale alle Giornate degli Autori, ed è un film che racconta un dissidio profondo e carico di sofferenza tra due cognate che fanno parte di una famiglia molto vicina al regista, la sua.
L’occhio di Matarrese entra in luoghi che gli appartengono da sempre con uno sguardo diverso, fissa le azioni e le parole dei suoi familiari che qui diventano un cast di attori sul palco domestico delle loro abitazioni, protagonisti di una faida avvincente come una tragedia greca.
Che risposta hai avuto dal pubblico di Venezia dopo la proiezione ufficiale?
Benissimo, sono soddisfatto per la reazione del pubblico, la gente mi ferma in giro, per strada, e mi parla dei problemi di famiglia, delle loro cognate, è molto bella questa cosa perché significa che il film arriva diretto a chi lo guarda.
Come nasce l’idea di mettere in scena due donne della tua famiglia che potrebbero essere benissimo due eroine drammatiche d’altri tempi?
Quello che mi dicono sempre è che faccio film molto velocemente, ma in realtà le idee di film germogliano, poi ci sono i momenti in cui fioriscono, e l’idea de Il quieto vivere era forse da 45 anni, la mia età, che stava nella mia testa. Sono di origini calabresi, mia mamma è calabrese, e ho 8 fratelli e sorelle, quindi immagina quanti parenti, e tutti vivono in Calabria, mentre io sono nato e cresciuto a Torino e vivo a Parigi da 23 anni.
Però da quando sono piccolissimo fino ai 14 anni ho trascorso le mie estati, da giugno a settembre, in Calabria, come il cugino o il nipote del Nord che arriva al Sud ogni anno. Io stavo lì, in questo luogo che è un borgo abitato solo da parenti, sorelle e fratelli che hanno costruito sulle terre dei nonni, e osservavo queste dinamiche familiari meravigliose.
Poi quando ho cominciato a studiare teatro, cinema, e a farlo come lavoro, ho capito di essere di fronte a dei performer, capaci di una teatralità che ho riconosciuto, e che ho voluto in qualche modo catturare qui. Ero affascinato dalle donne della mia famiglia, e soprattutto da mia cugina Maria Luisa, detta Luisa. I suoi monologhi, i suoi exploit, i momenti in cui, durante un pranzo o una cena, una riunione familiare, teneva banco per ore, facendo spettacolo, mentre tutti gli altri stavano zitti, curiosi di ascoltare ciò che avrebbe detto. Un po’ di tempo fa ho iniziato a registrarla durante questi momenti, e mi sono reso conto di voler lavorare su questa parola che evoca immagini, fare un film non sui fatti che effettivamente racconta, ma sulla teatralità, che è diventato poi un riferimento chiaro alla tragedia.
Perché è nella tragedia, che gli eventi vengono narrati; quelli più violenti, più efferati, narrati dai messaggeri o dai personaggi, ma mai mostrati in scena, in scena si ha il dubbio, la responsabilità, il percorso emotivo del personaggio. Questo è ciò che mi ha guidato, e pensando a questi riferimenti il coro delle zie è arrivato anche abbastanza rapidamente, un altro elemento della tragedia greca, infatti poi ho voluto iniziare il film con quella che doveva essere la fine, nel teatro greco di Sibari.

Come le hai convinte ad esporre così le loro sofferenze, le solitudini, i desideri?
È stato un processo progressivo, riuscito grazie all’aiuto dei miei genitori, che hanno rapporti ancora più stretti con i miei parenti, mia mamma con le sue sorelle in particolare. Loro hanno preparato il terreno per questo lavoro, mia mamma è la complice principale del film, non solo è il corifeo del coro, ma anche la mia estensione, la demiurga come me, la mia spia, la mia complice. Poi ho proposto a mia cugina di fare un film sulla sua vita, perché di fatto Il quieto vivere lo è, e la sua vita gira intorno a questo livore, questa ossessione che racconto.
Era veramente felice di dare vita al suo sogno, di essere “al centro del palco”, quindi non è stato difficile convincerla, poi vedono da anni il mio percorso al cinema, e hanno aderito subito anche gli altri, come l’altra mia cugina acquisita, Imma, la moglie del fratello di Luisa; sebbene inizialmente fosse titubante perché significava immergersi nuovamente in un dolore, poi è stata felicissima di partecipare, è diventato una sorta di terapia di gruppo. C’è effettivamente tanto dolore nel film, da entrambe le parti, sia quella di Luisa che quella di Imma.
Quindi è servito anche a risanare i rapporti?
Entrambe sono venute a Venezia, e avevano fatto pace, il fotografo chiede di fare una foto con le due attrici abbracciate, Imma abbraccia Luisa e lei la scansa, buttandola fuori dalla foto, un momento molto divertente. A parte questo, non so se dopo il film si arriverà alla fine del conflitto, ma quello in cui credo è che il gioco della catarsi, del teatro e della rappresentazione cinematografica, aiuta ad evitare la tragedia del reale, scongiurando l’atto irreversibile, irrimediabile.
Quando ho realizzato il mio primo lungometraggio, Fuori tutto (2019, ndr.), l’ho fatto per la mia famiglia in difficoltà: era per aiutarli, ed è stato l’unico modo che ho avuto per stare con loro, non potendo ovviamente risanare il loro debito, perché era una bancarotta, e proprio quello è il film. Neanche stavolta sono riuscito a risanare una crepa, però sono sicuro che non si aprirà di più, forse si arriverà veramente a un quieto vivere, anche se, dico sempre, nella cultura mediterranea, nella nostra cultura italiana, si ha questa tendenza a generare il conflitto per poi desiderare il quieto vivere, la pace; è anche un modo per creare stimolo e ostacolo, perché senza ostacolo non c’è racconto.
È bellissimo pensare che la nostra è una cultura che ama raccontarsi, che è basata sullo storytelling, lo trovo affascinante: dobbiamo disequilibrarci per poterci raccontare, per avere qualcosa che accade.
Sembra complicato, eppure tu ci riesci: sovrapponi la realtà dei fatti a un linguaggio visivo proprio della fiction, dove alcuni rituali si ripetono.
È ovvio che stiamo facendo un film, e che proietto anche il mio linguaggio, il mio immaginario, la mia visione del mondo attraverso il cinema, perché è quello che amo. Era anche una sfida per me: usare la struttura, il linguaggio della finzione, creando dei set intorno alla realtà, selezionando luci, scegliendo punti macchina. C’era un copione che era un canovaccio di quella che era la struttura del film, e poi all’interno di questo momento, come nel reality, un reality cinematografico, si aspettava, provocando un pochino gli eventi, e quando si partiva eravamo pronti: è un lavoro che si fa anche con attori professionisti, l’ascolto, la reazione.
Poi con la macchina da presa ho riscoperto anche dei luoghi, posti che conosco bene, che non credevo fossero così cinegètici, ma venendoci con la troupe è come se si fosse aperta un’altra dimensione; li ho visti in maniera diversa, non solo la natura, il territorio della Calabria che è eccezionale, tra il mare e la montagna, immerso tra gli ulivi, dove poi la la luce invernale è spettacolare, ma anche gli interni. C’erano questi salotti con gli arredamenti degli anni ’70 che si aprono solo per i ricevimenti; sono delle macchine del tempo. E la stessa cosa vale per i vestiti delle protagoniste, loro sono delle performer, delle attrici nella loro vita, e curano in modo in cui si rappresentano.
Sai già quale sarà il tuo prossimo progetto?
Ce ne sono tre adesso che sono in fase di sviluppo: uno è un film su una famiglia, ma questa volta con attori, l’ho scritto con lo stesso co-sceneggiatore de L’Expérience Zola, l’altro è con la stessa troupe teatrale de L’Expérience Zola ma basato su un altro romanzo dello scrittore, La terre, una specie di Re Lear dei campi, una storia che assomiglia molto a quella della Calabria, con una famiglia rurale protagonista, fratelli e sorelle che litigano con una rivoluzione agricola in arrivo. Infine ho un progetto in cui vorrei realizzare un lavoro laboratoriale, tra finzione e realtà, con un gruppo di sex workers a Los Angeles: sono dei sex workers di OnlyFans, con cui vorrei affrontare tema dell’economia neo liberale moderna americana in cui siamo tutti free lance e imprenditori delle nostre proprie aziende, quindi anche la merce siamo noi stessi.
Poi ho tante altre cose in mente, mi piacerebbe girare con Donatella Palermo, la stessa produttrice de Il quieto vivere ma anche di Gen_, una saga sulla mia famiglia. Vorrei continuare a fare film in Calabria, vorrei seguire altre generazioni, nel passato forse, le mie zie e mia mamma, e anche tutti i miei zii che sono andati a vivere in Argentina e in Canada. Vorrei andare a scoprire le Luise che ci sono negli altri paesi.
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