
Sono passati quasi dieci anni dal pomeriggio di luglio in cui, per caso e per curiosità, cliccavamo play su una nuova serie Netflix che sembrava un concentrato di film cult anni Ottanta. Dieci anni in cui Stranger Things è diventata la serie Netflix, creando un mondo e un linguaggio attorno a sé.
Sebbene non più credibili nei panni di ragazzini ai primi anni di scuola superiore, Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Caleb McLaughlin, Gaten Matarazzo e Noah Schnapp sono finalmente tornati per un ultimissimo viaggio nel Sottosopra, insieme al resto dell’incredibile cast: Winona Ryder, David Harbour, Joe Keery, Sadie Sink, Natalia Dyer e Charlie Heaton.
Dal 27 novembre (in Italia) sono disponibili i primi quattro episodi della quinta stagione (Vol.1), mentre i prossimi tre arriveranno il 26 dicembre e l’ultimo in assoluto il 1° gennaio 2026. In un tempo del racconto estremamente dilatato (circa quattro ore e mezza) il Volume 1 mette in ordine ciò che il pubblico conosce già, in attesa di ciò che verrà, e al tempo stesso rivela tasselli sconosciuti ed essenziali alla comprensione di tutta la storia di Hawkins, fin dall’inizio.
Ritorno nel Sottosopra
Si torna a Hawkins circa un anno e mezzo dopo gli eventi della quarta stagione. La città è in quarantena e il laboratorio è sotto il controllo dei militari. In questo contesto di costante sorveglianza, la ricerca di Vecna nel sottosopra prosegue attraverso un lungo e dettagliato piano e, occasionalmente, attraverso i messaggi in codice che Robin (Maya Hawke) trasmette via radio a tutti gli altri compagni di avventura.
La scena sulle note di Upside Down di Diana Ross, in particolare, non solo mostra già dal primo episodio un’attenta scelta dei brani della colonna sonora, ma serve anche a mostrare una rigorosa organizzazione dei protagonisti, di lì a poco stravolta dagli avvenimenti imprevedibili del Sottosopra.
Già dal secondo episodio, La scomparsa di Holly Wheeler, alcuni elementi in apparenza insignificanti delle scorse stagioni iniziano a sommarsi. Non è mai stato un caso, forse, che la piccola Holly abbia già incontrato il Demogorgone nei primissimi episodi. L’innocenza e la fragilità dei bambini, come rivela Vecna stesso, sono essenziali al compimento del suo terribile piano, di cui sapremo di più nei prossimi episodi.

I momenti migliori di Stranger Things 5 Vol.1
Il mid-season finale, ovvero la fine del quarto episodio, ha rivelato finalmente la vera trama, il vero protagonista di Stranger Things. Tutto inizia e tutto finirà con Will. L’avevamo intuito, non sapevamo però come i Duffer l’avrebbero messo in scena. E il momento è stato all’altezza di ogni aspettativa, nonostante l’effetto “Harry Potter vs Voldemort”, a cui è impossibile non pensare ogni volta che Will interagisce con Vecna.
In fondo, se Stranger Things può saccheggiare indisturbata capolavori come E.T., i Goonies e Stand By Me, perché lamentarsi se ingloba anche la saga di Harry Potter? Motivo in più per amarne il citazionismo.
E se dunque gli ultimi quindici minuti valgono l’intero Volume 1, non mancano comunque momenti memorabili, a partire dal ritorno in scena di Max (Sadie Sink) e di Erica Sinclair (Priah Ferguson), uno dei personaggi più riusciti e più divertenti della serie o il debutto dell’altrettanto esilarante Derek (Jake Connelly), che da bambino-bullo diventa un sorprendente alleato della brigata del Sottosopra.
In attesa degli addii strappalacrime che i Fratelli Duffer ci hanno promesso, fino a poco prima del mid-season finale, il Vol.1 ha un tono piuttosto speranzoso, ottimista, persino comico a tratti. È incredibilmente buffa la scena in cui Mike e Will combattono con un lavandino, mentre uno dei bambini che i due provano a salvare scivola via in un tunnel accompagnato da un esilarante effetto sonoro, da cartone animato.
Di tutt’altro spirito invece sono le scene che riguardano Robin, la sua progressiva scoperta di sé che diventa felicità consapevole e piena libertà. La stessa che diventa essenziale per Will (che sì, finalmente riesce a definire i suoi sentimenti per Mike).

Cosa ancora non convince
L’aspetto forse più irritante di Stranger Things 5 Vol.1 è che, a quanto pare, considera canonici gli eventi dello spettacolo teatrale The First Shadow, andato in scena solo a Broadway (New York) e nel West End (Londra). Un prequel che tale doveva restare, senza aggiungere nulla allo show televisivo, entra invece nel racconto del finale, senza che la maggior parte del pubblico della serie abbia avuto modo di vederlo, trattandosi di uno spettacolo dal vivo. Non è chiaro se i prossimi episodi si dilungheranno nella spiegazione di ciò che dei ricordi di Henry/Vecna viene mostrato anche sul piccolo schermo oltre che sul palco, ma in caso sarà tempo sottratto allo sviluppo del finale di El, Mike, Will, Lucas e Dustin.
Tempo che già, in effetti, non è gestito al meglio. Solo metà stagione dura quattro ore e mezza, e la durata in sé non sarebbe un limite né un difetto se solo i Fratelli Duffer avessero mantenuto una costante della serie fino a oggi: l’essenzialità dei dialoghi. Episodi più lunghi comportano, purtroppo, scene riempitive, scambi di battute inutili, lunghe scene di combattimenti, inseguimenti, litigi e scaramucce che non solo non portano avanti la trama ma, purtroppo, la rallentano.
È vero che, in certo senso, vorremmo che Stranger Things non finisse, che ci fosse un modo per trattenere ancora un po’ i suoi personaggi. Allora forse, anziché divorare quattro ore e mezza tutte insieme (anche per paura degli spoiler) – di cui solo gli ultimi 15 minuti sono fondamentali – sarebbe stato più gratificante gustare un episodio a settimana. Invece, aspetteremo un mese per un altro binge-watching.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






