
Venezia 83 apre all’insegna della critica con Ink, lungometraggio diretto da Danny Boyle e scritto da James Graham, tratto dall’omonima opera teatrale di Graham scritta nel 2017. Nel cast Jack O’Connell, Guy Pierce, Claire Foy, Bertie Carvel e Brian Gleeson. In Italia verrà distribuito da Lucky Red.
Ink, l’ascesa di un tabloid
Tratto da una storia vera, Ink racconta la storia del quotidiano britannico The Sun, concentrandosi in particolar modo sulla rilevazione da parte del magnate Rupert Murdoch (Guy Pierce). Dopo un momento di crisi, tra il 1969 e il 1970, Murdoch rileva infatti il giornale e lo affida al cronista Larry Lamb (Jack O’Connell), proveniente dal Daily Mail, con l’obiettivo di dirigerlo, lanciando ufficialmente un nuovo tipo di giornalismo: quello dei tabloid sensazionalistici.
Il giornalismo è in crisi, e Ink intende essere proprio il ritratto spietato di un momento di svolta in cui l’informazione smette di inseguire la notizia per cominciare a seguire il lettore, il sensazionalismo e la vendita a ogni costo. Danny Boyle traspone sul grande schermo il racconto di una rivoluzione editoriale, una corsa febbrile sia verso il successo che verso, irrimediabilmente, la perdita di ogni innocenza.
Il lungometraggio, infatti, non si limita a ricostruire la rinascita del quotidiano nelle mani di Lamb, ma osserva in modo cinico e spietato il prezzo di quella scalata: la trasformazione della notizia in prodotto, il lettore che diventa un mero consumatore e la redazione che si trasforma in una macchina desiderosa di attenzioni costanti, dove viene oscurata l’umanità in favore di un sensazionalismo nudo e crudo. Ma il successo di un tabloid è una vittoria per il giornalismo?
Ink, il limite esiste?
Danny Boyle decide di dividere Ink in due parti ben distinte: l’ascesa vera e propria costellata di successi, e l’ascesa del The Sun come tabloid a discapito di una discesa umana. La prima parte del film, infatti, è caratterizzata da una regia dinamica, da un ritmo quasi nervoso e da montaggi serrati e sperimentali, che hanno l’intenzione di restituire perfettamente sia l’euforia che la tossicità di un ambiente dominato dall’ambizione. Ambizione il cui emblema principale risulta essere il personaggio di Lamb, interpretato da Jack O’Connell.
Lamb decide di basare il suo operato su tre parole chiave: “amore“, “gratis” e “vincere“. Lamb riesce a captare quello che il pubblico desidera leggere, diventando il cuore pulsante di quella trasformazione che renderà il The Sun il quotidiano più letto nel mondo, disposto anche a piegare ogni principio per poter raggiungere il risultato sperato. Ed è proprio qui che ha inizio la seconda parte del lungometraggio: l’ascesa di un sistema che premia la spregiudicatezza.
La seconda parte di Ink spezza l’adrenalina della scalata senza ostacoli di Lamb e il The Sun, riportando il racconto all’interno di una dimensione più cupa e concreta. Boyle si concentra infatti su uno dei primi scandali che ha coinvolto il giornale: il rapimento e l’omicidio di Muriel McKay. Attraverso questo fatto di cronaca Ink mostra fino a che punto la fame di notizie, scoop, esclusive e attenzione possa trasformarsi in una macchina incapace di fermarsi anche davanti alla tragedia. Ciò che prima sembrava quasi una corsa esaltante verso la modernità, si trasforma in una deriva morale.
Ink, in breve
Con Ink, Danny Boyle porta sul grande schermo una storia che parla della nascita di un tipo di giornalismo che ha condannato sé stesso, perdendo credibilità in favore di uno scoop. Un lungometraggio dal ritmo incessante e continuo, quasi a rimarcare il flusso di notizie contemporaneo: Boyle non vuole raccontare solo la nascita di un tabloid, ma il momento in cui il giornalismo comincia a smarrire la propria funzionalità, saper informare.
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