
C’è un concorso a fare da cornice al nuovo lungometraggio di Roberta Torre. Non celebra i vincitori, ma gli sconfitti, non le glorie ma le disavventure, non i più fortunati e avvantaggiati ma chi dalla vita è stato offeso. È il “Concorso Nazionale delle Scarpe Rotte”, le stesse che danno il titolo al film (presentato alle 23me Giornate degli Autori in apertura delle Notti Veneziane) e al racconto di Natalia Ginzburg a cui si è liberamente ispirato.
Quelle pagine della scrittrice e deputata comunista vissuta tra il 1916 e il 1991 erano figlie di un periodo particolarmente difficile della sua biografia, trascorso nella Roma occupata dai nazisti, quando il marito e collega letterato Leone Ginzburg, attivo nella Resistenza, fu incarcerato fino a morire per le torture subite.
Anche la protagonista del film di Torre, Clara (interpretata da Barbara Ronchi), è nella Capitale in quei giorni, anche lei ama un uomo, Tommaso (Glen Blackhall), fatto prigioniero. Si reca a trovarlo, portandogli delle lettere, ma ogni volta all’ingresso del carcere una guardia (Rocco Castrocielo) le sbarra la strada, dicendole che l’orario per le visite è terminato, e di tornare, magari, la settimana successiva.
E Clara torna, in un’eterna attesa mancata e vanificata dall’autorità, tra l’Aspettando Godot di Samuel Beckett e l’apologo kafkiano Davanti alla Legge. Intanto, le calzature della donna si consumano, assorbendo l’acqua della pioggia di quella Roma violata e oppressa. Anche la donna, non a caso, partecipa al Concorso delle Scarpe Rotte, dove vince la storia più bella, e più triste, legata ad esse.
Le lacrime della Storia e i passi leggeri dell’umanità
Può disorientare, questo lavoro della pluripremiata regista di Tano da morire e Sud Side Stori, ma per camminare su strade diverse da quelle abituale a volte è opportuno, persino necessario, lasciarsi disorientare, deviare, sviare. Se si accetta di affidarsi ai loro passi anomali e rarefatti queste Scarpe rotte ci fanno attraversare, con la levità onirica di un viaggio di Georges Méliès (si arriva anche sulla Luna, non a caso) il peso scandaloso della Storia, (ri)evocato anche attraverso i materiali di repertorio. Sempre sulle tracce di chi è ferito e sfidato dalle ingiustizie della società e dallo scorrere del tempo. E che alle une e all’altro oppone, proprio come la cineasta, la libertà anarchica del gesto creativo.
Lo facevano le amiche transgender de Le favolose, nella seduta spiritica in cui rievocavano la loro ex sodale Antonia, per riparare all’abuso dei familiari che l’avevano sepolta in abiti maschili. Lo faceva la protagonista (Alba Rohrwacher) di Mi fanno male i capelli, che tra i ricordi erosi dalla sindrome di Korsakoff apre un dialogo con l’immagine di Monica Vitti. Lo fa Clara, scrittrice, anche lei a confronto con altre figure femminili: la coinquilina traduttrice Vera (Mersila Sokoli) e il coro formato da Diana Collepiccolo, Paola Giannetti e Tatiana Lepore, ulteriore cortocircuito tra rievocazione d’epoca e paesaggio della mente, memoria e teatro metafisico.
E lo fa, appunto, Roberta Torre, muovendosi e facendoci muovere, con questo oggetto cinematografico ancora una volta personalissimo e inclassificabile, tra le guerre e i muri dei giorni «in cui il mondo è pieno di lacrime». Riaffermando, così, la forza di una poesia capace di riscriverlo e rigenerarlo, come nell’immagine, tenera e surreale, delle due paia di scarpe vuote che si avvicinano fino a toccarsi. È, a modo suo, sempre (anche) una questione d’amore, il cinema di Torre. Perché è nell’amore che si misura la resistenza dell’umano. Ostinata come un paio di calzature vecchie e usate che, malgrado tutto, non si vuole riporre.





