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Tra la provincia e le stelle: Tutto l’universo nel racconto di Matteo Damiani

Matteo Damiani sul set di TUTTO L’UNIVERSO
Matteo Damiani sul set di TUTTO L’UNIVERSO

Tutto l’universo, presentato in anteprima durante la XXIV Edizione del Festival Internazionale del Cinema Alice nella Città (sezione autonoma e indipendente della Festa del Cinema di Roma), segna l’esordio al lungometraggio di Matteo Damiani. Prodotto da Movie Factory srl, il film è stato co-sceneggiato da Lorenzo Bagnatori, vincitore del David di Donatello 2021 per il Miglior Cortometraggio, e vede protagonisti Anna Bellato, Dora Romano e, per la prima volta in Italia, Majd Mastoura (Orso d’Argento come Miglior Attore alla Berlinale 2016 per il film Hedi di M. Ben Attia).

La protagonista del film è Marta, una donna di 45 anni senza un compagno o dei figli, che ha passato un’intera vita ad accudire l’anziana madre. Improvvisamente qualcosa cambia: la donna apre gli occhi sul suo presente, accorgendosi di non aver seguito le sue passioni e di essere rimasta bloccata per anni in un ruolo minuscolo rispetto alle ambizioni che aveva da ragazza. Tutto l’universo ci fa entrare in punta di piedi nell’intimità di una donna alle prese con nuovi cambiamenti e con la voglia di rivoluzionare il suo presente, il tutto con grande misura registica, che concede la giusta distanza per sentirsi vicini a un universo, appunto, ricco di paure, rimpianti e minuti che inesorabilmente scorrono.

Da dove nasce l’esigenza di raccontare questa storia?

L’esigenza di raccontare questo tipo di storia coincide con quella di raccontare inquietudini e problemi che sento condivisi da tutti noi, da tutta la nostra generazione. Il peso degli sguardi che sentiamo continuamente, il peso che proviamo nel dover corrispondere ai canoni, quello che sentiamo nell’essere giudicati in una società in cui tutto è votato sia all’apparenza, sia alla competizione.

Nasce dal bisogno di trovare un personaggio che potesse raccontare questo universo, appunto. E raccontare come questa ansia di controllo che abbiamo verso noi stessi ci porti a cercare di apparire nella maniera più corretta possibile agli sguardi degli altri.

Insieme a Lorenzo Bagnatori hai restituito un personaggio femminile veramente credibile e complesso. Come avete lavorato su di lei, sulla protagonista?

Il nostro è stato un lavoro di esplorazione e ricerca, condotto soprattutto insieme ad Anna Bellato, che è un’attrice straordinaria e che si è messa totalmente al servizio del progetto per delineare il suo personaggio.

Abbiamo portato una fase di scrittura, se vogliamo, anche in fase di realizzazione, proprio per andare a costruirlo con lei; è stato un procedimento lunghissimo in cui io e Lorenzo abbiamo cercato di restituire un ritratto al femminile come quello di Marta. Questa storia aveva bisogno di una protagonista femminile: il discorso che facevo sugli sguardi costanti è molto più forte verso le donne, soprattutto quelle che non aderiscono a un ruolo preciso. C’è un continuo sguardo sul corpo femminile, sulle scelte che una donna compie. Viviamo sicuramente in una società in cui questi temi vengono affrontati maggiormente, ma tale sguardo è ancora molto violento nei confronti delle donne.

Quindi nel racconto la protagonista sente il peso di dover costantemente definirsi, lasciando che emerga ancora di più questo senso di inquietudine; il film vuole portare lo spettatore verso una vita compressa, una vita che non si riesce a esprimere.

Com’è ricaduta su Anna la scelta? Ce l’avevi già in mente per il ruolo oppure vi siete trovati dopo?

Ho seguito a lungo il lavoro di Anna, soprattutto nei suoi spettacoli teatrali, e insieme al casting director Danilo Sarappa ci siamo resi conto sin da subito che era sicuramente l’attrice perfetta per questo personaggio, per come l’avevamo scritto con Lorenzo. Secondo me Anna ha fatto poi un lavoro incredibile: con lei abbiamo avuto la possibilità di confrontarci e di lavorare insieme in modo molto collaborativo, per poter inserire tutte le sfumature che il personaggio doveva avere. Lei è stata parte integrante della sua realizzazione.

Come attrice ha portato quello che per me è fondamentale quando si lavora su questo tipo di personaggi, ma anche quando si lavora nel cinema in generale: che un interprete riesca a portare la sua sensibilità, il suo mondo, riuscendo a interconnetterlo con quello del personaggio. Anna è stata veramente eccezionale in questo: nell’andare anche a costruire nelle singole scene delle sfumature, immergendosi poi nelle tante situazioni, nei tanti incontri diversi che il personaggio di Marta fa. Anna riesce a nutrirsi della realtà stessa anche quando siamo in scena, carpisce quello che avviene sul set e mette costantemente la sua sensibilità in gioco nel momento in cui si prepara la scena. Ed è questo che, avendolo scoperto in lei sin dall’inizio, ha fatto sì che Anna fosse la prima, doverosa, scelta per Marta. Ovviamente le dinamiche sono state costruite anche con Dora Romano e Majd Mastoura, che hanno fatto un lavoro straordinario.

Dora Romano e Anna Bellato in Tutto l’universo
Il personaggio di Marta si muove in provincia e non in una grande città, e forse anche questo è determinante per le sue scelte. Come avete scelto il luogo dove ambientare la storia?

Secondo me era essenziale che fosse ambientato in provincia, perché la provincia, per forza di cose, è un universo che rimane chiuso, in cui le possibilità sono limitate e le occasioni minori. Quindi a Marta, che si è trovata a vivere in un ambiente ristretto e che ha passato tutta la vita a fianco della madre anziana, dentro casa, l’ambiente della provincia non ha consentito di avvicinarsi ad altri stimoli.

Questo è molto affascinante perché ci porta a raccontare un personaggio che rappresenta le paure di tutti noi: il timore di non riuscire a realizzarsi, di svegliarsi un giorno e dire “accidenti, non ho fatto quello che avrei voluto fare e ho perso delle possibilità”. In provincia tante persone, che anche io ho conosciuto e che mi hanno ispirato per il film, si trovano in queste situazioni, molto spesso senza nemmeno riuscire a esserne totalmente consapevoli, come la nostra protagonista.

Ed è più facile in provincia, secondo me, aderire a dei modelli preimposti: in questo caso Marta sceglie di essere figlia, di accudire la madre, ma lo fa senza una vera consapevolezza, in automatico, perché quello è il modello che si è autoimposta, forse per sfuggire anche alla possibilità di dire “potrei essere qualcos’altro”, alla possibilità di mettersi in gioco.

Tutto l’universo è un titolo che avevi da subito in mente quando hai pensato al film o è arrivato dopo?

C’era un altro titolo nelle prime stesure, però dopo poco è arrivato questo, proprio perché ha un collegamento con la passione di Marta per l’astronomia. È stato evidente, nel momento in cui descrivevamo le scene dentro casa e le relazioni che Marta aveva, il contrasto tra la sua aspirazione nascosta a pensare a qualcosa di grande, come la passione per le stelle, e la sua vita totalmente ristretta in un universo piccolissimo. Ci sembrava sicuramente paradossale, proprio per andare a descrivere Marta che subisce forse anche il titolo, se vogliamo, così come subisce lo sguardo degli spettatori che, al pari degli altri personaggi all’interno del film, tentano di catalogarla.

Il film avrà una distribuzione?

Stiamo lavorando per portarlo in sala il prima possibile.

Quale vorresti che fosse la reazione dello spettatore?

Mi piacerebbe che riuscisse a vivere l’esperienza di scomparire in questa storia per un’ora e mezza, lasciandosi trasportare dal flusso, cercando di capire tutte le sfaccettature di Marta, le sue piccole angosce. Vorrei che chi guardasse il film si connettesse a lei, sentendola vicina.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.