
Vincitore dell’Orvieto Cinema Fest nella categoria Nuove Visioni (miglior cortometraggio e miglior colonna sonora), Fiori Cadono è il folgorante esordio di Ludovica Galletta. Un percorso di successi che lo ha portato anche al Filming Italy Venice Award al Lido durante la Mostra del Cinema di Venezia. In questa intervista esclusiva, la regista ci racconta la genesi dell’opera.
C’è un’atmosfera suspended e profondamente evocativa in Fiori Cadono, il cortometraggio d’esordio della regista Ludovica Galletta, scritto a quattro mani con Daniele Razzicchia (in arte D’Amore, autore anche della colonna sonora). Il film ha segnato un percorso festivaliero di grandissimo prestigio nel corso del 2026: dopo aver conquistato il prestigioso Special Panalight Award al Filming Italy Sardegna Festival, la pellicola ha ottenuto la sua premiazione ufficiale a settembre 2026 al Filming Italy Venice Award, tenutosi al Lido proprio durante la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Inoltre, il corto ha trionfato all’Orvieto Cinema Fest nella categoria Nuove Visioni, aggiudicandosi i doppi premi come miglior cortometraggio e miglior colonna sonora, oltre a essere stato selezionato nel concorso Alice nella città.
La storia racconta il delicato incontro tra due generazioni: Betty (Daria Deflorian), l’elegante ex diva proprietaria del Grand Capitol Hotel decisa a vendere la struttura prima di invecchiare con essa, e la nipote Emme (Sofia Conti), giovane musicista in cerca di ispirazione che arriva in hotel calzando un paio di iconici stivali texani rossi.
Tra elenchi di “piccole gioie” nascosti nei cassetti, un party d’addio a bordo piscina e una televisione d’epoca che trasmette in loop la fioritura di un bocciolo, il corto si muove come una capsula del tempo. Ma come nasce questo microcosmo visivo e cosa si nasconde dietro la sua complessa estetica? L’abbiamo chiesto direttamente alla regista.
L’Hotel Capitol e il fascino dei “non-luoghi”
La prima grande curiosità riguarda la location, il Grand Capitol Hotel, una struttura che sembra cristallizzata nel tempo. La regista ha chiarito fin da subito l’equivoco sul paese di ambientazione, rivelando la genesi della scoperta:«La cittadina dove abbiamo girato si chiama Chianciano Terme, già celebre sfondo del capolavoro premio ‘Oscar 8½’ . Stavamo cercando una location con un’estetica e un interior design fortemente caratterizzati. Abbiamo iniziato la nostra ricerca su Google esplorando tutti gli alberghi della zona: tra i primi risultati è spuntato l’Hotel Capitol, ma le foto sembravano così datate da farci temere che fosse stato nel frattempo ristrutturato. Durante il sopralluogo, invece, abbiamo scoperto che era rimasto esattamente così: una capsula del tempo perfetta per il nostro film».
Un ambiente che si trasforma immediatamente in un “non-luogo”, uno spazio transitorio dove le vite si incrociano brevemente prima di proseguire.
Da William Eggleston a Shining: i riferimenti visivi
Dietro la malinconia cromatica del corto si cela uno studio meticoloso di riferimenti artistici e cinematografici, a partire dai grandi maestri della fotografia e della pittura americana:«Ci sono stati tantissimi punti di riferimento, ma soprattutto un grande studio fotografico. Ci siamo ispirati molto a William Eggleston, che ha fotografato tantissime persone in viaggio negli hotel americani. Penso a un suo scatto iconico con un uomo seduto a bordo letto, rubato dall’esterno della stanza: trasmette un senso di attesa, malinconia e universalità. L’hotel è un luogo in cui tutti passiamo, dove la vita è transitoria ma succede sempre qualcosa. Un altro fotografo fondamentale è stato Larry Sultan, oltre naturalmente ad Edward Hopper, che nei suoi dipinti racchiude proprio quel sentimento di attesa e di intimità all’interno di una stanza», racconta Ludovica Galletta.
Non mancano le citazioni al grande cinema ambientato negli alberghi, come Shining di Stanley Kubrick o le atmosfere simmetriche e dettagliate di Wes Anderson (in particolare il corto Hotel Chevalier):«Negli hotel ogni dettaglio sembra pensato con amore, ma rivisto fuori dal proprio tempo acquista una sfumatura di malinconia. Questa sospensione temporale ci serviva proprio per raccontare Betty: una donna bellissima e carismatica, ma che ora si trova nella fase di tramonto della vita e continua, con caparbietà, a voler esistere e celebrare la bellezza. In questo senso, l’hotel è diventato la sua metafora perfetta».
La direzione delle attrici: un linguaggio tra corpo e improvvisazione
Il cuore del cortometraggio vive della complicità e del contrasto tra Daria Deflorian e la giovanissima Sofia Conti. Un rapporto costruito con un lungo lavoro preparatorio sul campo e in sinergia con la proprietaria reale dell’albergo, Daniela:«Abbiamo fatto dei sopralluoghi separati sia con Daria che con Sofia prima di girare, perché volevamo che familiarizzassero con gli spazi e con la proprietaria, una figura importante che ha ereditato l’hotel dai genitori e ne ha scelto ogni singolo arredo. Con Daria abbiamo lavorato sulle sfumature emotive: arrivando dal teatro, è abituata a un’improvvisazione molto studiata, calibrata, fatta di piccole risate, sguardi e frasi mancate che aggiungono malinconia al personaggio. Con Sofia, invece, il lavoro è stato più corporeo: fatto di sguardi, sbuffi, sospiri e sorrisi tenuti a freno. Emme all’inizio tratta la nonna con una punta di diffidenza, per poi riscoprire una complicità profonda».
Una sinestesia perfetta tra suono e immagine
Il premio per la miglior colonna sonora all’Orvieto Cinema Fest conferma il valore del lavoro svolto da Daniele Razzicchia (D’Amore), la cui musica ha guidato la scrittura stessa della storia in un processo inverso rispetto agli standard tradizionali:«All’inizio Daniele mi aveva chiesto di girare un corto per accompagnare la sua musica. Durante la scrittura, però, la storia ha preso il sopravvento ed è diventata un racconto autonomo. Ha frequentato l’hotel con me, rimanendo lì per interi pomeriggi a farsi ispirare dal silenzio della struttura vuota. Ogni brano contiene un messaggio quasi subliminale. La canzone che Emme ascolta in piscina dall’iPod è un pezzo punk che parla di ribellione e sentimenti inespressi, ma il testo cita angeli e rossetti, parlando in realtà di Betty. Anche la musica nella Hall riflette il tema della vanità. È stato un processo nuovo anche per lui, facendosi guidare totalmente dal racconto visivo».
La filosofia del fiore che cade e l’omaggio alla moda
Il titolo Fiori Cadono racchiude la sostanza poetica dell’opera, ispirata sia a documentari botanici che alla filosofia orientale sulla caducità della vita:«Mi affascina la filosofia giapponese sulla temporalità: l’idea che ogni cosa racchiuda una sua poesia proprio perché transitoria. I fiori che sbocciano e cadono il giorno dopo diventano la metafora ideale per Betty e per la bellezza femminile. È toccante vedere il fiore appassire, perché se fosse permanente non ne apprezzeremmo il valore. ‘Fiori che cadono, fiori che si aprono’. C’è una profonda grazia sia in chi sta concludendo un percorso, sia in chi sta muovendo i primi passi».
A coronare l’estetica del film c’è un curatissimo lavoro sui costumi, che creano un corto circuito visivo tra l’eleganza quotidiana da diva di Betty e l’”uniforme” di Emme:«La moda per me è un linguaggio emotivo. Per Betty volevamo abiti da scena, da diva che non rinuncia mai all’eleganza anche nelle le occasioni più banali. Per Emme, invece, siamo partiti dall’ispirazione della bambina di ‘Little Miss Sunshine’: volevo per lei un’uniforme unica, composta da pantaloncini corti, maglietta e stivali da cowboy. Abbiamo fatto una ricerca meticolosa tra negozi vintage, sartorie e persino Vinted per trovare i pezzi giusti, compresi i celebri stivali texani rossi che sono rimasti all’attrice. È stato un lavoro quasi ossessivo, ma fondamentale per definire chi fossero veramente sulla scena».
Un’ossessione per i dettagli che si riflette in ogni scelta: Fiori Cadono riesce nell’impresa di non essere solo un cortometraggio, ma di erigere un intero micro-universo visivo dotato di un’estetica indimenticabile.
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