Sophie Chiarello sul set di Parla con me
Sophie Chiarello sul set di Parla con me

Sophie Chiarello torna ad Alice nella Città con il suo nuovo documentario, Parla con me, presentato fuori concorso nella sezione Panorama Italia – Proiezioni Speciali. Primo capitolo di un dittico dedicato all’adolescenza, il film è un lavoro prezioso, che pone l’attenzione sui sogni a le aspirazioni di 15 ragazzi della periferia di Lecce. Attraverso l’esperimento di un laboratorio, che sovrappone cinema e teatro, emergono desideri, inquietudini, proiezioni di sé che in alcuni casi superano i confini di un quartiere fatto di cemento.

Parla con me è un esperimento importante, in cui l’ascolto è protagonista, e dove le voci di ragazze e ragazzi diventano materia su cui ragionare per un mondo futuro.

Come nasce l’idea di seguire il progetto?

L’idea nasce mentre stavo girando il film precedente. Esistono questi bandi del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione dedicati al cinema e alla scuola. Con alcuni colleghi e amici di infanzia — che non sono miei parenti, ma ci chiamiamo tutti e tre Chiarello perché siamo originari dello stesso paesino del Salento, Corsano — avevamo voglia di fare qualcosa insieme.

Un mio amico, Ippolito Chiarello, è un regista e attore di teatro che ha aperto un piccolissimo teatro nella zona 167 di Lecce. Conclusi gli impegni con Il cerchio, e apprestandomi a girare Aldo Giovanni e Giacomo, volevamo unire le forze anche con Matteo Chiarello, un altro autore che lavora moltissimo nel cinema in Puglia e guida un’associazione che si occupa di educazione, infanzia, marginalità e laboratori nelle carceri. L’occasione è arrivata proprio grazie a Ippolito. Quando ho visto questo piccolo spazio teatrale in un quartiere dove non c’è niente, se non palazzi di cemento, una luce bellissima, Lecce in lontananza e lo stadio dietro — e considerando che quel teatro rappresenta l’unica offerta culturale alternativa — ho detto: «Dobbiamo raccontare questa realtà e capire come farlo».

Abbiamo così presentato una proposta per un bando che prevedeva un progetto più corposo. Avendo ottenuto un finanziamento inferiore, abbiamo dovuto adattare il progetto, ma lo dico senza lamentarmi: semplicemente i mezzi e il tempo a disposizione sono stati ridotti. Il piano originale prevedeva un percorso più esteso, in particolare per la parte dedicata alle famiglie, che doveva essere molto più approfondita. L’idea centrale era accompagnare le ragazzine e i ragazzi, a partire dal tema della scelta delle scuole superiori, in un percorso di scoperta di sé attraverso il teatro. Questa introspezione li avrebbe poi portati all’auto-racconto e al cinema documentario, esplorando il proprio quartiere e la propria famiglia.

Il film realizzato rispecchia ancora quell’idea, ma in forma ridotta. Ai ragazzi abbiamo comunque offerto uno spazio di riflessione e li abbiamo aiutati a preparare le interviste che poi hanno condotto autonomamente con i loro genitori. La parte dei genitori è una delle più forti e interessanti, ed è anche il punto d’arrivo del percorso che abbiamo creato per loro.

Di necessità virtù. E in quanto tempo avete girato?

Non ho un ricordo esatto della durata complessiva, ma tra una cosa e l’altra abbiamo girato circa tre o quattro settimane: veramente pochissimo.

Nel progetto iniziale c’era l’idea di coinvolgere tre classi di seconda media, il momento cruciale in cui si scelgono le superiori. Tuttavia, dovendo ridurre drasticamente il laboratorio, la scuola — che sorge in un quartiere complesso, dove negli anni Novanta si tenne il maxiprocesso alla Sacra Corona Unita — ho dovuto estrarre a sorte un numero pari di ragazze e ragazzi, restringendo ulteriormente il campo.

Avete avuto a che fare con un materiale estremamente sensibile come i sogni, le aspettative e l’intimità di ragazzi sulla soglia dell’adolescenza. Come avete affrontato il confronto con loro e la responsabilità che ne derivava?

Nel momento in cui entri in contatto con un universo e vuoi raccontarlo, la responsabilità è molto alta perché c’è sempre il rischio di essere manipolatori. La telecamera mette in imbarazzo, ma affascina anche tantissimo.

Per raccontare un piccolo retroscena: un ragazzino, Francesco, che fa evoluzioni con la bicicletta e vuole fare lo stuntman, non era stato estratto per il laboratorio. Il primo giorno, uscendo dallo spazio di Ippolito, me lo sono trovato davanti per caso con la telecamera accesa. Si è messo a fare le sue acrobazie, si è fermato davanti a me e mi ha detto: «Io non sono stato preso, ma volevo fare questo laboratorio». Sapendo che eravamo lì, si era fatto trovare apposta. Gli ho detto di venire dal giorno dopo, senza problemi.

La sfida è accogliere ragazzini così piccoli e provare, anche in tempi stretti, a entrare in contatto con loro. Solitamente il tempo permette di stabilire una relazione in modo più lento e naturale; la mancanza di tempo mi spaventava molto. Tuttavia, grazie al lavoro teatrale di Ippolito e agli esercizi proposti, si è aperto subito uno spazio di ascolto e di scambio autentico per tutti. Questa è stata la chiave che ha permesso di superare le difficoltà, considerando anche che alcune delle famiglie vivevano situazioni delicate, di cui i ragazzi non parlavano apertamente e che io ho rispettato rigorosamente.

Eppure c’è stata una grande fiducia, in pochissimo tempo, sia da parte dei ragazzi che dei genitori.

L’ho trovato molto generoso. All’inizio i ragazzi facevano resistenza rispetto al coinvolgimento dei genitori. Avendo già girato Il cerchio, so bene che nel documentario serve una piccola spinta. Io dicevo ai ragazzi: «Dite ai vostri genitori che poi, se non si vedranno nel film, si dispiaceranno di non esserci». È vero che esporsi fa molta paura, ma la propria voce diventa la voce di tutti gli adulti, così come quella dei ragazzi diventa la voce di una generazione intera. E oggi, in queste settimane, vediamo quanto poco i ragazzi e le ragazze si sentano ascoltati rispetto a tutto ciò che accade intorno a loro.

Vengo da un ambiente simile, una periferia francese dove i miei genitori erano immigrati, molto vicina a quei contesti. Una delle domande che mi sono sempre fatta è quanto il nostro immaginario — se cresci in un luogo ai margini con confini geografici, culturali e sociali stretti — incida sulla percezione del futuro e sulla capacità di superarli. E mi chiedo se oggi, rispetto a quando ero ragazzina io, sia effettivamente possibile smentire il proprio destino.

Quello che mi interessava capire era proprio questo: se oggi i ragazzi riescono a proiettarsi in un universo diverso da quello di provenienza. In realtà sì, i ragazzi che abbiamo seguito sono rappresentativi. Ad esempio, nessuno di loro ha parlato di desideri distanti o elitari, come fare il liceo classico. Anche perché per frequentare il liceo classico bisogna spostarsi di chilometri, e non sempre le famiglie lo possono fare; semplicemente non rientra nel loro orizzonte visivo.

Questo risponde alla mia domanda: oggi la scuola, che un tempo rappresentava un trampolino di mobilità sociale e di cambiamento, ho la sensazione che non lo sia più, poiché appare già fortemente classista ben prima dell’università. Anche le ambizioni della maggior parte dei ragazzi sono molto contenute: tolti i più ambiziosi — chi vuole fare l’astronauta o il calciatore —, gli altri mantengono aspettative molto basse, e questo emerge chiaramente nel film.

Un’altra componente fondamentale del film è il montaggio: riuscite a commuovere trattando con grande rispetto l’intimità dei ragazzi. Come avete lavorato su questo aspetto?

Il montaggio è sempre una questione di equilibrio. Voglio citare Luigi Caggiano, un montatore bravissimo. Con i ragazzini è facilissimo scivolare verso derive pornografiche delle emozioni. L’equilibrio consiste nel mettere a fuoco qual è il punto focale, evitando che venga offuscato da coloriture o fronzoli inutili. A volte è meglio dire meno, ma dirlo meglio: è una regola aurea che richiede rigore per non farsi prendere la mano.

Ci sono state discussioni accese con il montatore su alcune scelte, ed è proprio questo il bello. Anche se mi piacerebbe molto imparare a montare materialmente, amo seguire tutto il processo ma ho bisogno del confronto con un montatore o una montatrice per rimettere in discussione le mie idee, confermarle o trovare nuove chiavi di lettura. Sono felice se siamo riusciti a trovare questo equilibrio; è un lavoro molto appassionante.

Si percepisce molto rispetto, unito a un’emotività fondamentale per un percorso del genere.

Voglio ringraziare i musicisti che hanno lavorato al film, perché è raro trovare tanta disponibilità in un progetto piccolo e con un budget molto basso. Abbiamo coinvolto i Cani e i fratelli Trabace (che avevano già firmato le musiche originali del mio film Attitudini: nessuna). Sono stati generosissimi, sposando il progetto e sostenendolo con il loro lavoro. A loro va la mia grande gratitudine: il brano dei Cani, ad esempio, calza esattamente a pennello con le immagini del film.

Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.

Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.