
È morto Tim Curry. E fa male perfino a scriverlo. Molte volte è proprio la sensazione di “vuoto”, di ignoto, che alimentano la sete di chi parla di cinema, ma questa volta il vuoto è destinato a rimanere tale. La perdita di un attore così immenso porta via, inverosimilmente, anche una parte di noi.
Tim Curry si impone (scrivo al presente, non biasimatemi), come un pilastro fondamentale dell’arte scenica. Il suo percorso costituisce un punto di riferimento prescritto per chiunque consideri la recitazione un atto di totale dedizione alla maschera, al corpo e alla voce. Un artista che ha scelto di abitare i territori del mito visivo, regalando alla cultura pop uno dei volti più magnetici, versatili e tecnicamente impeccabili della storia del cinema; un carisma indiscusso, un magnetismo dionisiaco capace di irrompere lo schermo in modo ineguagliabile.
La tragica bellezza di Frank-N-Furter e la solitudine di Pennywise
Frank-N-Furter in The Rocky Horror Picture Show (1975) non rimane esclusivamente un’icona camp, ma una un saggio di controllo scenico assoluto, e soprattutto un’aurea di struggente e romantica decadenza. Curry ha dato vita a una creatura malinconica, un Icaro moderno avvolto nel pizzo e nei corsetti. Il suo Frank-N-Furter non è solo provocazione, è la disperata ricerca di bellezza e d’amore da parte di un’anima troppo grande per un mondo troppo piccolo. C’è al contempo profondità e trasgressione nel suo declino che si dissuade tra il pubblico sottoforma di insegnamento, e di recitazione massimamente espressionista.
Pochi anni dopo, nel 1990, Curry ha compiuto un altro miracolo attoriale dando un volto, e soprattutto una voce, a un incubo generazionale, il Pennywise di IT. In un’epoca lontana dalle architetture digitali e dall’ausilio della CGI moderna, affidandosi unicamente alla mimica facciale, a un ritmo grottesco e a un’inquietante malizia infantile, Curry ha trasformato un semplice clown in una leggenda del terrore. Ma la vera magia del suo Pennywise risiede proprio nel contrasto poetico e crudele della sua figura, dietro quel trucco bianco e quella risata stentorea non c’è solo il mostro che caccia nell’ombra, ma la perversione romantica dell’infanzia stessa, il ribaltamento di ciò che dovrebbe rassicurare e che invece diventa incubo perpetuo. Curry passa dal sorriso festoso all’abisso predatore in un battito di ciglia, incarnando una paura antica e solenne che ha segnato per sempre la memoria di chiunque lo abbia guardato negli occhi da bambino.
La versatilità e la maschera di Darkness
Ma la grandezza di questo attore risiedeva anche nella sua innata abilità istrionica di mutare pelle mantenendo una firma inconfondibile. Nel 1985, sotto i chili di protesi e le enormi corna del Signore delle Tenebre in Legend di Ridley Scott, un qualsiasi altro interprete sarebbe scomparso. Curry, al contrario, ha trasformato quel trucco monumentale in un’estensione naturale del proprio corpo. Il suo “Darkness” non è un semplice mostro da fiaba, ma figura regale, erotica, tragicamente romantica, e innamorata della luce che cerca disperatamente di distruggere. La sua voce vibrante e i suoi movimenti misurati hanno dato corpo a uno dei cattivi visivamente più seducenti della storia del cinema fantasy.
Questa stessa ampiezza espressiva gli ha permesso di passare con eleganza alle commedie più raffinate. In Clue (Signori, il delitto è servito, 1985), Curry regge un ritmo comico forsennato con un monologo finale da manuale del ritmo scenico, mentre nel ruolo di receptionist in Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York (1992) dimostra come la recitazione di carattere possa trasformare ogni singola inquadratura in puro intrattenimento. (Indimenticabile la mimica facciale mentre recitava la battuta “si copra bene perché si gela!”, in seguito allo schiaffone ricevuto sul set dall’altrettanto memorabile Catherine O’Hara).
Nel 1996, con I Muppet nell’isola del tesoro, ha regalato un Long John Silver perfetto per equilibrio tra canaglieria e simpatia. Persino quando la salute lo ha messo a dura prova nel 2012 con un grave ictus, la sua caratura artistica non si è mai spenta, ha continuato a lavorare e a presenziare agli incontri con lo stesso spirito brillante, l’arguzia e quel sorriso inconfondibile che aveva stregato generazioni di spettatori.
Il crepuscolo di un’epoca e l’addio all’infanzia
Oggi che la notizia della sua scomparsa ci costringe a fare i conti con il vuoto lasciato dalla sua assenza, il cordoglio si trasforma in una riflessione profonda sul valore dell’immaginario. Diciamo addio a un pezzo fondamentale di quel cinema fatto di cassette VHS consumate, pomeriggi passati davanti alla TV e sale cinematografiche dove il terrore e la meraviglia avevano contorni solidi, umani, tangibili. Tim Curry rappresentava un’idea di spettacolo in cui l’attore era un vero e proprio illusionista, bastavano davvero pochissimi elementi per dischiudere universi paralleli.
Con lui, se ne è andata una parte di sala che era ancora legata alla realtà più atavica, quella di quando eravamo bambini. La sua perdita si posa sulle lacrime di un cinema ormai perso, e forse il dispiacere risiede proprio lì, in quella settima arte che, all’epoca, si stava facendo spazio nella vita di molti di noi, e che con la sua morte se ne andrà via per sempre.
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