Federico Frusciante, dal suo canale YouTube

«The beauty of life is death but unfortunately sometime comes in the wrong order» con queste parole Nicholas Winding Refn ha omaggiato quest’anno Federico Frusciante durante la live di Criticoni in suo onore; parole che risuonano a loro modo nella toccante dichiarazione del regista a Cannes, in cui ha raccontato la sua recente esperienza pre-morte, i suoi 25 interminabili minuti di limbo cagionati da un malore al cuore e, per finire, la ‘rinascita’, la seconda occasione: «Un dono di Dio, potevo ricominciare daccapo, e fare del bene» ha affermato commosso. 

Quel ‘fare del bene’ nella visione di Refn è inestricabilmente legato al fare arte, fare cinema; mezzo con cui creare connessioni col presente e unire più collettività. Dibattere, confrontarsi, auto discutersi e saggiare più punti di vista: vivere la settima arte significa questo. È grazie però agli spazi fisici che queste attività hanno avuto e trovano tutt’ora concretezza; che sia una sala cinematografica, nel suo ideale più puro, un’arena all’aperto, un festival o perché no un videonoleggio, per chi ha ancora memoria di quell’esperienza. 

L’ultimo dei ‘videotecari’

È proprio nel valore di questi luoghi che si inserisce il contributo dell’ultimo dei ‘videotecari’, Federico Frusciante, con il suo storico Videodrome di Via Magenta a Livorno; più di un semplice negozio, ma un crocevia di scambi, un presidio ‘liminale’ (per chi è fresco di visione dell’ultimo ottimo Backrooms di Kane Parsons) in cui l’immaginifico e l’astratto scalzavano il presente in favore di nuove prospettive. Per chiunque calcasse quella strada residenziale di circa trecento metri, ai margini del centro, Videodrome figurava infatti come una finestra aperta su più mondi; un ‘porto’ sicuro, quasi a voler ammiccare alla vocazione marittima di quella Livorno che, fin dal XVI secolo, seppe rendersi un melting pot tra più culture e sensibilità (tendenza rintracciabile nell’eclettismo di Modigliani, livornese d’origine ma in primo luogo cittadino del mondo, visto il suo espatrio a Parigi nel pieno fermento della Belle Époque). 

Quella videoteca era un ritrovo in cui ‘attraccare’ la propria coscienza, sospenderla, e lasciarsi guidare dall’estro del proprio proprietario. Chi non è a digiuno dei video di Federico su YouTube ha un’idea, seppur parziale, di tutto questo. Parlare di cinema nel suo Videodrome significava anzitutto mettersi in discussione. Non credo avrebbe amato il termine ‘metodo’, eppure ce n’era eccome quando consigliava nuovi film agli avventori più curiosi. In un attimo chi aveva apprezzato Ex Machina di Alex Garland o Arrival di Villeneuve poteva addentrarsi in antri misconosciuti, conoscere Carpenter o addirittura tastare una fantascienza più matura come quella di Tarkovskij in Solaris (a proposito di spazi liminali). Nell’odierna aridità degli algoritmi, con le loro logiche asettiche precostituite, dove lo spettatore viene ridotto sempre più a mero utente, l’approccio di Federico ha saputo genuinamente incarnare quel fatidico ‘saper far bene’ professato da Refn: fare del cinema un’esperienza condivisa, profondamente ancorata alla dimensione umana

Uno spazio di rottura

Un tempo avremmo nobilitato queste figure con locuzioni come ‘operatore culturale’, specie se ascritte al mondo festivaliero. Ma nel suo caso c’era qualcosa di più. Come fenomeno di costume, il videonoleggio conobbe il suo exploit in quegli anni ’90 e inizio 2000 in cui la visualità e la distribuzione incorrevano in un radicale ripensamento. Di quell’esperienza Federico ereditava la sua instancabile verve di tramandatore, che ben presto avrebbe sabotato il web con istrioniche videorecensioni e, più avanti, con il canale YouTube, materialmente la sua più grande eredità, patrimonio inestimabile di cataloghi e monografie. 

In tempi in cui la rete rassomiglia sempre più alla televisione, tradendo clamorosamente il suo intento iniziale, grazie a strumenti di fruizione orizzontali come il peer-to-peer, Federico occupava uno spazio di rottura inedito, non più diverso da quello esercitato dal suo Videodrome a Livorno, in termini topografici: accogliere la realtà e i suoi attori, per poi ridiscuterla in nuove forme di letture partecipate. Lo faceva anche a costo di scandalizzare o dividere, con una dialettica talvolta ruvida ma mai escludente; una ruvidità figlia di Livorno e individuabile nei suoi gusti musicali e cinematografici: dal post-punk dei Bauhaus, Joy Division e Pere Ubu, libero e disincanto, con sonorità e testi per natura eversivi, invisi al conformismo, fino al cinema viscerale di Fulci, Bava e Romero (nomi tra i tanti amati anche da Refn). 

Viene da chiedersi se, oltre a quell’eredità materiale, su citata, scandita da monografie e dagli antologici ‘Meglio o peggio dell’anno’, possa sovrapporsene un’altra meno palpabile; un lascito che ha a che vedere più con noi, e al modo in cui ci rapportiamo ai film. «Con la cultura non mangi, ma impari a mangiare» scandiva Federico in risposta ad anni di appiattimento neoliberista e di progressiva precarizzazione del settore; frase che ora campeggia per i vicoli della sua Livorno. 

E se il cinema, l’arte, potessero davvero aiutarci a vivere? È possibile vedere il film non come un inerte ‘contenuto’, come si è soliti oggi definirlo, ma come un oggetto culturale dinamico, fluido, organico, quasi antropomorfo (a voler citare la fusionalità tra corpo e virtuale nel Videodrome di Cronenberg)? Amare i film può essere un viatico per connettersi agli altri? Nella loro apparente retorica, questi quesiti possono forse dirci qual è il più grande retaggio di Federico. Nessuna risposta può però prescindere da uno slancio politico, perché amare il cinema significa anzitutto ripensare agli spazi, rinnovarli e crearne di nuovi, come lui stesso sapeva (prima di YouTube c’è stato Videodrome). Sono i luoghi a rendere l’arte plurale, un’occasione per crescere, confrontarsi e, sì, vivere meglio; un modo per esercitare appieno quel ‘dono’ che Refn cerca ancora oggi di onorare.

#RoadToHerPrivateHellByNWRVideodrome Edition” è la diciannovesima Road To ideata da Leonardo D’Angeli con l’aiuto di Silvia Pezzopane e il sostegno di FRAMED Magazine in collaborazione con Federico Occhionero, ilcine.fuoricampo e Horroritalia24. Rassegna grafica incentrata sulla filmografia di Nicolas Winding Refn, in occasione dell’uscita di “Her Private Hell” (al cinema dal 30 settembre con MUBI Italia), presentato alla 79ª edizione di Cannes e ai film che lo hanno ispirato.

Road To Poster di Cinzia Moriana Veccia

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Francesco Milo Cordeschi
Sono un comune romano del mondo che, dal 1990, coltiva avidamente più ossessioni: l'influenza degli spazi sull'identità, l'influenza degli immaginari sull'identità e, soprattutto, l'influenza di Tim Burton e Vittorio De Sica sull'identità. Di recente, sto anche esperendo l'importanza dei The Killers quando si è soli in macchina. Mi interesso e discetto di cinema, arti visive, politica e attualità tout court, con la lente prediletta dei gender studies. Collaboro tutt'oggi con diverse realtà editoriali. Nel 2021 è uscito il mio primo saggio 'Wonder Woman - Un'Amazzone tra noi', edito da Armillaria.