
Presentato nella sezione Biennale College all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Demetra in esilio è il lungometraggio diretto e sceneggiato da Maria Giovanna Cicciari, prodotto da Amarena Film. Nel cast Roberta Rovelli e Ioana Miruna Drajneanu, nei rispettivi ruoli di Daria e Lia, madre e figlia.
Demetra in esilio, tra ricerca e isolamento
Lia (Ioana Miruna Drajneanu) è una giovane ragazza milanese che vive con sua madre Daria (Roberta Rovelli), che da alcuni anni non esce di casa. Le loro giornate sono un susseguirsi di azioni ripetitive: sveglia, doccia, lettura di vari quotidiani, spesa e cura delle piante. Lia, la cui vita gira attorno a quella della madre, esce solo per fare la spesa e per registrare video e immagini per un corto al quale sta lavorando da settimane, ispirato al mito di Ade e Persefone. Ancora non lo sa, ma saranno proprio quelle immagini a condurla ad una nuova consapevolezza di sé e del proprio destino.
Maria Giovanna Cicciari con Demetra in esilio prova a mettere in scena un tema molto sfruttato nel cinema degli ultimi anni: la rilettura e riscrittura di un mito. Come richiama il titolo stesso, il lungometraggio racconta l’isolamento forzato di Lia, costretta ad occuparsi della madre che ha deciso di non uscire più di casa, riletto in questo caso attraverso il mito di Ade e Persefone, dove una quotidianità opprimente viene trasformata in una lenta e simbolica discesa in uno spazio chiuso, dove è impossibile scegliere il proprio destino.
L’isolamento di Lia è forzato, non ha bisogno di sbarre per apparire oppressivo: si tratta di una vera e propria prigionia temporanea e simbolica, sospesa tra dipendenza, desiderio di fuga e ricerca di sé. Se il richiamo ad Ade e Persefone è lampante, il lungometraggio fatica però a far evolvere questa chiave di lettura, cadendo nella trappola della ripetizione. La ripetizione dei gesti quotidiani delle due protagoniste, infatti, si trasforma ben presto in una narrativa pressante, rendendo la struttura dell’opera più adatta a quella di un cortometraggio, piuttosto che a quella di un lungometraggio.
Escapismo e ribellione
Dove risiede il vero fulcro di Demetra in esilio? Nella sua protagonista Lia. L’unica via di fuga da una vita che non le appartiene, passa attraverso le immagini. Il cortometraggio che Lia sta realizzando, che non a caso è legato proprio al mito di Ade e Persefone, non è solo uno spazio creativo, bensì è un vero e proprio riflesso della sua vita e della sua condizione. Il corto diventa uno spazio alternativo in cui Lia e la sua protagonista (sé stessa) possono rielaborare la loro condizione, provando ad immaginarsi al di fuori del ruolo che la madre Daria impone loro.
La fotocamera che Lia utilizza ha una funzione liberatoria: osserva, registra e ricostruisce un mondo, permettendole di cominciare a trovare una via d’uscita. L’escapismo di Lia non è una semplice evasione dalla realtà, ma diventa una forma di ribellione silenziosa; non si oppone mai a Daria, non riesce subito a spezzare quel legame morboso che Daria ha creato, ma comincia proprio attraverso le sue riprese a costruire uno spazio intimo e privato in cui la figura di Persefone può essere riscritta. Non si tratta più solo di una figura che vuole scappare, ma anche di una figura che vuole trasformarsi in una versione migliore di sé.
Al centro del film rimane però il rapporto tra Lia e Daria, un rapporto madre-figlia soffocante, costruito su una forma di dipendenza silenziosa ma estremamente controllante. Se Lia richiama Persefone, Daria incarna invece Demetra al rovescio: non è più una madre che soffre la perdita della figlia, ma diventa una figura che sembra impedirne il distacco, obbligandola a non uscire di casa quasi mai. La casa si trasla quindi nell’ambiente più significativo del lungometraggio, perché da spazio quotidiano per le due donne, viene trasformato progressivamente in una prigione emotiva, riflettendo quindi il rapporto tra le due.
In breve
Nel suo complesso Demetra in esilio risulta essere un lungometraggio dalle ottime premesse, con una messa in scena ricercata e minuziosa, che eleva la qualità del film insieme alle interpretazioni di Roberta Rovelli e Ioana Miruna Drajneanu. Il limite principale dell’opera risiede però nella difficoltà di trasformare la forza di queste premesse in un percorso narrativo davvero compiuto, capace di sostenere la durata di un lungometraggio, senza cadere nella ripetizione, che risulta essere il difetto più marcato.
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