
Una qualità profonda, viscerale e spietata definisce la scrittura di Damiano e Fabio D’Innocenzo. Una cifra stilistica mossa da un humor cinico e accattivante che denuda lo spettatore, lasciandolo in preda a un senso di disagio e vergogna; una vergogna di cui spesso non si comprende la radice, o di cui, più semplicemente, si rifiuta di accettare la presenza. I D’Innocenzo indagano la natura umana con una sfacciata insolenza artistica, affrontando il tormento, e il brivido dell’ignoto con la consapevolezza di chi sa già perfettamente quale orrore affiorerà dal fondo del bacino umano.
Maestri in questo processo di scavo, come già ampiamente dimostrato nelle tappe fondamentali del loro percorso cinematografico, da Favolacce ad America Latina, fino alla complessa architettura visiva e narrativa della serie Dostoevskij, i due fratelli analizzano la parte più oscura dei propri protagonisti, consci del fatto che quel buio è soltanto lo specchio di ciò che chiunque di noi potrebbe diventare.
I D’Innocenzo non hanno timore di ammettere che l’essere umano è capace di rivelarsi la bestia più feroce sulla faccia della Terra, né esitano a ricordarci che quella medesima bestialità appartiene potenzialmente a tutti, compreso l’ultimo dei timorati di Dio. La loro è una scrittura d’impatto, improntata a un verismo puro e sporco, intriso di macchie, che non si cura minimamente di far male a chi legge o a chi guarda.
La scrittura in Serpenti, dal trauma al vuoto senza alibi
Con Serpenti, opera diretta da Roberto De Paolis, la cui sceneggiatura è stata firmata dal regista insieme ai D’Innocenzo, ci troviamo di fronte a un cambio di passo e a una chiave di lettura differente. Se nelle opere precedenti gli autori esploravano l’inferno insito in ogni individuo concedendo quasi un alibi d’umanizzazione, scavando nelle ferite infantili, nelle carenze affettive e all’interno di una genitorialità assente, deviata e tossica che alimenta i mostri della società di domani, in questo lavoro non vengono offerte vie di fuga.
Non ci sono traumi d’infanzia ad assolvere il male. Il messaggio è perentorio, privo di qualsiasi attenuante morale, se accade ciò che vediamo, è perché l’essere umano sa essere miserabile.
In questa cornice si inserisce la figura del protagonista, Paolo Marra. Travolto dall’assurdità dell’ambiente che lo circonda, l’uomo diventa parte integrante di un meccanismo allucinante e paradossale. Marra è carnefice e vittima al contempo, un serpente che non sa mordersi nemmeno la coda, ma che striscia da una stanza all’altra, rimbalzando e schiantandosi continuamente contro le pareti e contro gli esseri umani con cui si interfaccia, destinato a perdere sempre.
La parabola di Snake
Questa condizione di moto perpetuo e impotente trova il suo perfetto correlativo oggettivo fin dall’incipit del film, e i titoli di testa, la schermata di Snake, il celebre videogioco a scatti dei vecchi telefoni Nokia. Nel gioco, un serpente digitale si muove all’interno di uno spazio delimitato, cresce a ogni pasto e procede finché non sbatte contro la parete o contro sé stesso, provocando l’inevitabile “Game Over” che costringe a ricominciare da capo.
Questa suggestione tecnologica non è un vezzo formale, ma l’esatto codice genetico del film. Paolo Marra decide di varcare la soglia di un commissariato per costituirsi: ha ucciso la moglie (niente spoiler, si tratta della premessa stessa della sinossi, anche se il vero codice e il sottotesto del film risiedono altrove). Eppure, il suo schiacciante senso di colpa soffoca nell’indifferenza generale. Dal poliziotto alla cartomante, passando per l’avvocato d’ufficio, nessuno è davvero disposto ad ascoltarlo.
La scrittura realizza così una straordinaria armonia geometrica tra i personaggi, i dialoghi e le pareti che li racchiudono. Paolo sbanda tra le stanze del commissariato senza mai accedere a un confronto corale; al contrario, si imbatte sempre e solo in un singolo interlocutore. Proprio come quel serpente digitale che procede a scatti e si scontra con una parete alla volta prima di capitolare. Ogni dialogo si risolve in un urto frontale, rigido e solitario contro il muro di gomma di un surreale teatro dell’assurdo, in cui la tragedia personale del protagonista si discioglie nella farsa della burocrazia.
Sottesa a questo impianto vi è un’amara ironia, mentre nel videogioco più si mangia e più si cresce, qui Paolo più tenta di ingoiare e svelare la propria colpa, più si ritrova costretto a inghiottire l’amara incuranza altrui. Un vicolo cieco kafkiano che trova la sua più nitida cassa di risonanza nella celebre massima che apre il film: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.
Il cinema dei D’Innocenzo non lascia indifferenti
Di fronte a una sceneggiatura così concepita si rimane in affanno, suggestionati, a tratti increduli, spinti a domandarsi fino a che punto ciò che si vede sullo schermo possa appartenerci. La firma dei fratelli D’Innocenzo non permette alcuna neutralità, prima crea il vuoto attorno allo spettatore e poi lo riempie con ogni possibile incertezza, fascino o tormento.
Nella loro drammaturgia non esistono tinte chiare, così come non esistono parole disattente o leggere, vi si trovano buio, stupore e verità. E la costante, spietata memoria di come l’essere umano sappia rendersi lo spettacolo più grottesco del mondo, a volte senza nemmeno dover pagare il biglietto.





