Tom Rhys Harries in Clayface - 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
Tom Rhys Harries in Clayface - 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Courtesy Warner Bros. Pictures

Il fatto che il primo film targato Warner Bros a uscire in sala dopo l’acquisizione della major da parte di Paramount sia Clayface è quantomai curioso. Infatti, proprio quando tutti gli appassionati sono inquietati dal fatto che un marchio così legato alla storia del cinema perda la sua identità esce il film su un uomo che lotta per riprendersi il suo volto.

Il film è il terzo titolo dell’universo DC Comics dall’inizio della gestione James Gunn & Peter Safran e racconta la origin story di un celebre antagonista di Batman, ossia l’Uomo di Argilla. Alla regia troviamo l’esperto James Watkins (Eden Lake, The Woman in Black e Speak No Evil) sulla base di un soggetto di Mike Flanagan (su Prime Video ora con Carrie) e una sceneggiatura dello stesso (revisionata da Hossein Amini, Drive).

Il film è costato 30 milioni di dollari, un basso budget ottimale per un’operazione potenzialmente molto rischiosa. Sulla carta, quindi, c’erano tutti gli ingredienti per ricavare un bel vaso d’argilla stabile ed elegante, ma vediamo cosa è uscito dal uscito dal forno. 

Sembra The Substance ma è tutta un’altra pasta

Gotham City (ma con Batman non pervenuto). Matt Hagen (il poco noto ma efficace gallese Tom Rhys Harries) è un attore di squisite fattezze dalla carriera lanciatissima: ha ottenuto la prima nomination agli Oscar, è tempestato di proposte di lavoro, è bravo, bello e pure genuinamente gentile! Un ottimo partito insomma. Per festeggiare la nomination si lascia andare in discoteca con Eva Torres (Joana Ribeiro, che qualcuno ricorderà L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam) donna di Markos Szabo (David Dencik, decisamente poco carismatico), il boss più spietato e ammanicato di Gotham City. Una notte con Eva costerà carissima a Matt, che al risveglio si troverà di fronte Szabo armato di stiletto per sfigurarlo orrendamente e irreparabilmente.

È l’inizio di una via crucis infinita, che costerà la carriera a Matt nonché l’abbandono di amici e conoscenti. Non ci sarà nemmeno una soddisfazione giudiziaria: perde anche la causa civile contro Szabo, senza ottenere il risarcimento per i danni esistenziali. Arrivato sul fondo dell’abisso, Matt viene a sapere della sperimentazione di ricostruzione plastica condotta dalla dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie, buona prova la sua) tramite le formidabili nanocellule. Il bibitone comincia ad avere gli effetti desiderati, ridonando all’attore la sua perduta bellezza senza dover dividere la vita e la casa con Margaret Qualley come in The Substance. Ovviamente ci saranno effetti indesiderati, nonché un abuso della benefica sostanza argillosa, che condurranno Matt dai luminosi sentieri della rivalsa sociale a quelli più oscuri della vendetta. 

Buoni spunti e brutta cera

C’era molto scetticismo intorno a questo progetto, nonostante il coinvolgimento di un nome pesante come Mike Flanagan, per la scarsa notorietà del personaggio e per il rischio che potesse essere un anonimo stand alone simile a quelli dedicati da Sony Pictures ai villain di Spider-Man. Inoltre, il film arrivava con l’ambizione di essere il primo film di supereroi esplicitamente horror (per tacere di Spawn e soprattutto di Morbius).

La scelta di raccontare la versione-attore di questo personaggio si rivela azzeccatissima, per le molteplici suggestioni che dispone rispetto una vita di successo interamente costruita sull’aspetto esteriore. Inoltre, funziona il percorso di decadimento morale che accresce inversamente al recupero della bellezza esteriore perduta.

Nel rappresentare l’evoluzione della “cura” di Matt, il reparto trucco e parrucco (menzione d’onore per Mike Marino e lo studio Legacy Effects, autori del trucco del Pinguino di Colin Farrell) si sbizzarrisce felicemente, al punto che le sequenze in digitale, dalla resa molto inferiore, minano gravemente l’uniformità estetica del film. In particolare, l’abilità che acquisisce Matt di tramutarsi nelle altre persone è realizzata con una sciatteria scriteriata. E tutto è ancora più un peccato data l’inventiva di alcune sequenze orrorifiche, che gridano di essere realizzate con plastiline e sciroppo di mais stile Troma. 

Avevamo bisogno di un Toxic Avenger ma ci siamo trovati davanti un frustrato mutaforma cheap. In particolare, sulla carta è decisamente brillante la scena in cui Matt dichiara involontariamente nel sonno il suo amore ossessivo per Caitlyn, ma la messa in pratica è inferiore alle ambizioni. Anche la Gotham in cui si muove Matt appare posticcia e quasi sempre come un fondale digitale; scordatevi la fumante città in fermento vista in Joker.

Al netto di questi limiti estetici, il film è un gustoso e delirante racconto di vendetta che rimanda totalmente al Darkman di Sam Raimi (recupero fondamentale) e che riesce a riflettere con il pennarellone su pergamene di lana grossissima su quanto sia marcia una società che misura le persone unicamente sull’apparenza, trascurando completamente l’integrità morale; il paradiso della corruzione e dell’emarginazione.

Questa nuova puntata del rinnovato universo cinematografico DC aveva buoni propositi, in parte onorati soprattutto per idee e inventiva nella resa del percorso di vendetta totalmente parossistico, ma che cade proprio nel restituire allo spettatore la pasta di cui è fatto questo incubo.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
6
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