Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) e Frances Haugen (Mikey Madison) in THE SOCIAL RECKONING. Courtesy of Sony/Columbia Pictures
Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) e Frances Haugen (Mikey Madison) in THE SOCIAL RECKONING. Courtesy of Sony/Columbia Pictures

È uscito l’8 ottobre nelle sale italiane, The Social: Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film scritto e diretto da Aaron Sorkin. Il seguito autoconclusivo di The Social Network (2010) indaga questa volta la piattaforma mediatica e l’agenzia stesse, e non più il loro creatore, attraverso un viaggio coinvolgente e ricco di tensione, che racconta le vicende oscure legate ai Facebook Files.

Dal passato, per il presente

Il film drammatizza l’inchiesta del 2021 condotta dal giornalista del Wall Street Journal, Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), grazie all’aiuto di Frances Haugen (Mikey Madison), data engineer di Facebook che rivelò informazioni segrete interne all’agenzia. I due lottano per smascherare il male operato sulla società dai social media posseduti da Mark Zuckerberg (Jeremy Strong), in un viaggio che parte dal 2019 e attraversa tutto il periodo pandemico.

Il film costruisce una storia fatta di amare scoperte, in cui si ha l’impressione che la catastrofe incomba da un momento all’altro; e in effetti la catastrofe è costruita dall’agenzia stessa, ed è ciò che Horwitz e Haugen nel contempo provano a smascherare. 

Il film non si sbilancia nel fare determinati nomi, ma riesce a essere comunque esplicito nell’accusare i diretti interessati; un momento distopico del 2021 viene raccontato nel film da un altro schermo, ben più coinvolto. Senza aggiungere altro, la visione del film vi scioglierà in memoria e rabbia.

Dati, e non persone

Dilungarsi sui dettagli significa togliere potere alla narrazione gelida e chirurgica che impiega il film, stemperando occasionalmente l’intensità glaciale delle scene e delle rivelazioni, con dei momenti più leggeri che riscaldano in maniera intelligente il tono investigativo dell’opera.

La regia non sconfina mai nel documentarismo freddo, ma è capace di incalzare in maniera impeccabile il ritmo della sceneggiatura, duplicando visivamente l’ansia delle domande e lo sconcerto delle rivelazioni.

Sorkin non riprende il tono narrativo grintoso e febbricitante di The Social Network, ma ne mantiene intatta la struttura di fondo, facendo ballare con grazia il film tra la corsa e il suo traguardo, tra la catena di scoperte che porta dal 2019 all’inchiesta pubblicata nel 2021, e le conseguenze che stanno per ricadere su Zuckerberg e il suo impero mediatico.

Se il film sui creatori di Facebook era vicino a Quinto Potere (Network, 1976) di Sidney Lumet per lo stile graffiante e nevrotico, stavolta Sorkin cerca di spingersi sulle orme di Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men, 1976) di Alan J. Pakula. Le persone non sono il centro della storia, ma i vettori narrativi tramite cui il regista investiga la storia stessa e riflette sul potere dei social media.

Tutti i volti del miliardario

La chimica tra Jeremy Allen White e Mikey Madison è pungente, professionale, perfetta. I due attori mettono in scena un duello verbale fatto di scontri, dubbi, e spiegazioni, aprendosi umanamente l’uno con l’altra durante la storia, e sostenendo il film magnificamente.

Il terzo pilastro del trittico di protagonisti, Jeremy Strong, è una sorta di sacerdote di Moloch, profondamente corrotto dalla sua fede in un’idea distorta di democrazia che gli permetta di tenere aggiornate e remunerative le sue piattaforme mediatiche. Se nel primo film era un geniale giovane ossessionato dal suo prodotto, che faceva di tutto per essere uno stronzo, in questo film dimostra che quei tempi sono lontani. La fame di potere e ricchezza, e la tracotanza che gli deriva da essi, ha spazzato via ogni ironia o simpatia possibile. Il suo colosso mediatico ora è il suo Dio, ed è valido todo modo para buscar la voluntad divina.

Mark Zuckerberg (Jeremy Strong) in THE SOCIAL RECKONING. Courtesy of Sony/Columbia Pictures
Mark Zuckerberg (Jeremy Strong) in THE SOCIAL RECKONING. Courtesy of Sony/Columbia Pictures

Files e paura

La fotografia di Jeff Cronenweth, collaboratore di Fincher, e direttore della fotografia di The Social Network, confeziona un mondo freddo, in apparenza pulito ed elegante, ma sotto cui si sentono i colpi martellanti della violenza e dell’angoscia. La luce del film replica quella ipnotica degli schermi dietro cui si annida il marcio della società; è un’assassina mascherata da normalità.

La colonna sonora di Alexandre Desplat orchestra la tensione con grazia, concedendo pochissime aperture emotive e momenti di sollievo. La musica lavora su dei toni minimalisti, diventando una vena d’inquietudine che non smette di pulsare sotto la pelle, il battito solitario di un maratoneta.

Il montaggio di Alan Baumgarten riprende il cipiglio giornalistico della regia di Sorkin, danzando con maestria tra i vari momenti storici, tra la corsa e il traguardo. Il ritmo è imperniato sull’informazione, senza che si scenda mai nel didascalico o nel retorico. Alle domande seguono le risposte, che però sollevano nuovi dubbi, e su tutto aleggia un’ombra di smarrimento e sconforto; il montaggio non occulta nulla allo spettatore, ma lo spinge contro le orribili verità che vengono rivelate.

Dov’eravamo, e dove siamo

The Social Network è un film sulle persone che hanno costruito Facebook, ed è uno dei migliori biopic mai fatti. Ora sappiamo che Zuckerberg non è un Lawrence d’Arabia, venuto per darci un posto dove esprimere pienamente la nostra libertà, ma un altro Oppenheimer che ha costruito uno strumento che ha definito la nostra società, la nostra epoca. Viviamo nella società dell’atomica e dei social media; Facebook, il social media progenitore, e il dominio mediatico del gruppo Meta, sono gli strumenti pervasivi al centro del film.

L’indagine risulta essere quasi la scusa giusta e coinvolgente per portare avanti una riflessione estremamente attuale sul potere che hanno i social media nella nostra società; concetti come Democrazia e Libertà di espressione vengono ripetuti spesso nel film, poiché sono l’oggetto al centro della riflessione.

Frances Haugen, fin dalla scena iniziale che mette in crisi il suo credo professionale, lotta per migliorare i social media, non per distruggerli; come dice nel film, “connettere le persone è una missione virtuosa”. Ma se la libertà di esprimersi è un diritto per tutti, non tutti però meritano un microfono, le risponde Horwitz.

Gli uomini con in tasca il mondo intero

I social media sono mezzi di privati, che restano di privati; la risonanza mondiale maschera questo concetto alla base, e così i social media sembrano uno spazio pubblico, ma sono uno spazio privato globalizzato. Questi strumenti di connettività sono ramificazioni mondiali con una singola radice multimiliardaria.

I social media costruiscono la società, e abitano il pensiero delle persone. Nella nostra mano, nel nostro smartphone, risuona il pianeta intero in un coro disarmonico dove ci siamo anche noi; ma se in tasca abbiamo tutte le voci del mondo, qualcuno dirige il coro e nel contempo possiede il teatro dove ci urliamo contro. Questi imperi mediatici sono post-governativi, come viene detto nel film, e sono capaci di divorare intere nazioni.

Fight Club diceva: “Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono”. The Social Reckoning ribadisce un’altra verità altrettanto distopica: le voci che leggi diventano le voci in cui credi, e alla fine, saranno le voci che pensi. Con un piccolo aiuto del nostro amico, algoritmo di Meta.

In breve

The Social Reckoning parla del nostro presente, mentre forse Artificial di Luca Guadagnino parlerà del nostro futuro, entrambi attraverso eventi del passato recente. Tutta la nostra storia ormai si legge (e regge) sui contenuti delle piattaforme mediatiche.

C’è una fortissima volontà di portare all’attenzione generale una storia molto importante, e una riflessione sul presente che viene costruito e inquinato dai social media. Andate in sala per provare a capirle entrambe.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Francesco Gianfelici
Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.
the-social-reckoning-il-prezzo-della-verita-sorkin-trama-recensione È uscito l’8 ottobre nelle sale italiane, The Social: Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film scritto e diretto da Aaron Sorkin. Il seguito autoconclusivo di The Social Network (2010) indaga questa volta la piattaforma mediatica e l’agenzia stesse, e non...