
«Ladies and Gentlemen, and everyone in between», state per assistere alla magia del cinema, alla potenza di una storia, al più grande colpo di fulmine dell’anno, iniziato da appena una decina di giorni. «Ladies and Gentlemen, and everyone in between», questo è Emilia Pérez, il film di Jacques Audiard che è arrivato finalmente per restare, per incantare.
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Di cosa parla Emilia Pérez
Emilia Pérez nasce come un libretto d’opera, trasformato poi in un film. Della sua struttura originaria, però, resta il racconto diretto e didascalico attraverso i testi delle canzoni. Di cosa parla il film, cioè, lo spiega già il primo brano della colonna sonora, El Alegato: «Di cosa parliamo qui e ora? Parliamo di violenza, di amore, di morte. Di un Paese che soffre».
¿De qué hablamos hoy y ahora? (¿De qué hablamos?)
Hablamos de violencia (Hablamos de violencia, violencia)
De amor, de muerte (De amor, de muerte)
De un país que sufre
(El alegato – Zoe Saldaña)
Il film è l’intreccio delle storie e delle vite di tre donne: Emilia Pérez (Karla Sofía Gascón), Rita Mora Castro (Zoe Saldaña) e Jessi Del Monte (Selena Gomez). A loro si aggiunge, quasi sul finale, Epifanía (Adriana Paz), che porta nel film la potenza e il destino del suo stesso nome.

La protagonista che dà il titolo all’opera in realtà compare ben dopo i primi quaranta minuti (il primo atto) del film, per una ragione precisa. Una presenza costante, invece, è Zoe Saldaña che interpreta l’avvocata Castro. Una donna insoddisfatta, arrivata a quarant’anni senza certezze, senza una relazione, senza la famiglia che sognava ma, soprattutto, con una carriera stagnante, a causa dei pregiudizi – razzisti e maschilisti – dell’ambiente in cui si trova.
Dopo l’ennesimo caso di violenza domestica che è costretta a derubricare come incidente per difendere un suo cliente, Rita Mora Castro viene improvvisamente rapita e trascinata nel deserto, di fronte al crudele Manitas Del Monte, capo del cartello più spietato del narcotraffico di Città del Messico. Manitas le offre due milioni di dollari per un solo incarico: trovare un chirurgo disposto a operare e permettergli di vivere la vita che ha sempre desiderato, nel corpo che sente appartenergli, quello di una donna. Quello di Emilia.
È da qui che inizia il resto della storia, sempre più complessa, sempre più stratificata: tra violenza amore, morte. E un Paese che soffre.
La transizione di genere in Emilia Pérez
Per capire e accogliere il film di Jacques Audiard la prima cosa da accettare è che non parla in modo universale della transizione di genere. Non la racconta a scopo educativo né si rivolge a un pubblico generalista. È una precisazione necessaria, poiché negli Stati Uniti Emilia Pérez è arrivato quasi subito su Netflix, in pasto a degli spettatori che non sapevano cosa aspettarsi e che, soprattutto, sono abituati a una certa schematicità e riconoscibilità nel trattamento di temi simili sulla piattaforma.

Come raccontato dalla stessa Karla Sofía Gascon (qui l’articolo sull’incontro con il pubblico a Roma), è stata lei stessa prima di tutto a voler interpretare anche il ruolo iniziale di Manitas, con l’ausilio del trucco prostetico. L’attrice, che ha già fatto la storia come prima interprete transgender a ricevere un premio a Cannes, è andata anche contro il parere dello stesso regista, insistendo per rappresentare la precedente vita del suo personaggio. Una scelta sensata, in realtà, soprattutto per tutto ciò che viene dopo.
Se è vero, infatti, quel che canta Rita Castro al chirurgo – cambiare il corpo cambia la società, cambiare la società cambia l’anima e cambiare l’anima cambia la società – è altrettanto vero che tutto il male compiuto prima da Emilia Pérez, tutto il sangue sulle sue mani, tutta la violenza e la crudeltà, non possono svanire come se non fossero mai esistiti.
Come è vero, da un altro punto di vista ancora, che Emilia Pérez, nel corpo in cui finalmente si riconosce, non smette mai di vedersi e considerarsi il padre dei suoi due figli. È un ruolo a cui non vuole rinunciare e che, in definitiva, porterà al cortocircuito della sua storia.
Changing the body changes society
Changing society changes the soul
Changing the soul changes society
Changing society changes it all
(Lady – Zoe Saldaña e Mark Ivanir)
La complessità del personaggio di Karla Sofía Gascon
Quel che cerca Emilia Pérez non è tanto la redenzione quanto una nuova luce, delle nuove parole con cui descriversi e in cui riconoscersi. Non è più a capo del cartello di narcotrafficanti, allora chi è? Cosa fa? Cosa può fare?
Vive in un «Paese che soffre», soprattutto a causa di persone che, come lei faceva nella sua vita criminale, lo distruggono dall’interno, massacrando decine e decine di persone innocenti. L’illuminazione arriva proprio di fronte all’immagine di uno dei tanti desaparecidos. Con Rita Mora Castro fonda Lucecita, associazione con cui mette a disposizione dello Stato le sue finanze per ritrovare i resti delle vittime bruciate e macellate dal cartello e restituirli alle famiglie per darne degna sepoltura.
È un gesto simbolico, per ridare dignità alle morti che lei stessa ha causato, proprio nel momento in cui, da parte sua, vive finalmente la vita che ha sempre desiderato. In questa nuova dimensione incontra Epifanía e si scopre innamorata. Un amore diverso, anche se altrettanto profondo e vero, rispetto a quello provato per la moglie che ha abbandonato, Jessi, e a cui trova ugualmente il modo di riavvicinarsi per tornare dai figli.

La complessità dei sentimenti di questo personaggio è cantata da Gascón stessa in tre splendidi brani lungo il film: Deseo, El Amor e, soprattutto, Papa, il duetto con il piccolo Juan Pablo Monterrubio che è uno dei momenti emotivamente più intensi dell’intera opera.
Violenza chiama violenza
Se Emilia Pérez avesse una morale, come le favole o le antiche tragedie, probabilmente il suo messaggio avrebbe a che fare con l’impossibilità deterministica (e qui si può essere d’accordo o meno) di sfuggire al mondo in cui si nasce e che determina chi si è, nel profondo. Nel mondo dannato della finta Città del Messico di Audiard, perciò, in cui tutto ruota attorno alla violenza, la violenza stessa non è un fatto di genere o di identità, sembra dire il regista.
Spesso è nella cultura, e resta radicata nel senso del sé, soprattutto se non si hanno gli strumenti psicologici, prima ancora che materiali, per sradicarla. Trova il modo di tornare in superficie e distruggere tutto. Emilia Pérez, in quanto persona, questi strumenti, appunto, non li ha e cade in un abisso. Di nuovo, però, questa è solo la sua storia, la sua particolare esperienza come ex boss di un cartello di narcotrafficanti, non quella di tutte le donne transgender.

È una tragedia che, come è rivelato fin dall’inizio, deve finire nel sangue e nella morte. E così sarà. Prima, almeno, c’è una nuova vita da raccontare. Una nascita, più che una rinascita, un corpo diverso (che non è altro da sé), un amore diverso, una diversa felicità che è importante celebrare.
La visione di Jacques Audiard
Emilia Pérez è un film girato quasi esclusivamente in studio. Tutto è ricostruito in interni con la precisa volontà di sembrare finto ma non falso, molto teatrale. Si sviluppa come potrebbe svilupparsi un musical sul palco, anche se con un montaggio spesso brusco nei cambi di scena, soprattutto fra le canzoni e i dialoghi.
Anche la fotografia, cioè il modo in cui la scena viene illuminata, non ricerca particolare naturalezza, tranne in alcuni momenti più intimi, anzi gioca con i colori e con i generi, virando anche verso toni più cupi sul finale. Nei numeri musicali l’impianto teatrale diventa del tutto esplicito, come nel principale, El Mal, in cui si usano gli spotlight (gli occhi di bue) sulle due protagoniste, lasciando il resto della scenografia in semibuio.

Jacques Audiard, cioè, ha costruito una narrazione dentro i precisi confini di un suo cinema. Una finzione che, in ogni caso, resta cinema europeo e cinema francese (nonostante sia recitato in spagnolo). Un’opera che è stata creata da zero in un teatro di posa a Parigi e che non ha alcuna intenzione di documentare il reale.
Nella sua complessità emotiva, tematica, registica e tecnica, Emilia Pérez è un film totale e totalizzante. Immenso. È di fatto impossibile da classificare, perché qualsiasi definizione escluderebbe qualcos’altro. Una storia in cui ascoltare equivale ad accettare quel che racconta, come dice Rita Castro.
Si può dire però che è già tra i film più premiati del 2025 e che la sua corsa è appena iniziata. Citando ancora le parole di Karla Sofía Gascón a Roma, è un’esperienza immersiva, che si può capire solo se la si prova. Un giro sulle montagne russe, solo che con più musica.





