
Cecilia Mangini fu la prima donna in Italia a documentare la storia italiana: con Essere donne indaga la condizione femminile negli anni ’60.
“I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die”
Inizia con i versi di Bertolt Brecht il documentario Essere donne (1965) di Cecilia Mangini (Mola di Bari, 31 luglio 1927 – Roma, 21 gennaio 2021), e non è che un preambolo musicale per 28 minuti di ripresa della società nel bel mezzo di un accecante finto progresso, a discapito di molti, ma soprattutto del genere femminile al lavoro.
Un collage crudele con immagini esibite dall’industria culturale del tempo, introduce la narrazione dei fatti eseguita attraverso la lente perfetta di un’autrice temeraria. Le “donne” che appaiono sono fotografate per riviste e campagne di moda, ammiccanti e perfette, mostrate sfidando il pudore. Cecilia Mangini si prende gioco dello spettatore ipocrita mettendolo di fronte a semi nudità ammesse ma da denunciare.
Sono immagini provocatorie, ripetute, insistenti, pornografiche.
L’accostamento è violento: le prime immagini patinate e dai colori sgargianti stridono volutamente con le altre, sincere in bianco e nero, dalle fabbriche del nord Italia ai campi di olive, dove la documentarista accede rispettosamente.
Le donne di Cecilia Mangini
Cecilia Mangini espone lucidamente la difficoltosa condizione della donna negli ambiti lavorativi e familiari negli anni ’60, descrivendo la forte drammaticità di un’esistenza votata al sacrificio. Sono donne “colpevoli” di essere tali, e per questo non possono rinunciare a diventare madri, ma neanche a lavorare per il sostentamento economico dei figli.

Non hanno scelta se non rientrare nella catena di montaggio che le pone nella più infima posizione di lavoratrici biologicamente connotate. Così si assiste ad un progresso che rende le fasce più povere schiave di un sistema, svantaggiando ulteriormente il genere femminile.
Il montaggio
Torna l’immagine militante, la denuncia sociale mossa da una donna per le donne, il gusto fotografico che rende trascendente il fotogramma, senza necessità di spiegazioni. Il montaggio è un segno di stile: come in tutta l’opera di Cecilia Mangini il gusto estetico si accorda alla documentazione del reale, compiendo l’impresa di un film vero e artistico al tempo stesso. La riproposizione della stessa immagine, l’azione reiterata e le parole che da descrittive diventano emblema, anch’esse ripetute in funzione di un’insistenza formale e dei contenuti.

I concetti “scomodi” vennero decretati come non adatti e il film non uscì nelle sale italiane fino al nuovo restauro della Cineteca di Bologna. Essere donne colpisce ancora per lo stile e l’intento politico, fermo e lucido, dell’autrice. Imprescindibile per la comprensione di un ciclo non ancora annientato.
Per vedere il film (e tutte le informazioni relative) potete collegarvi all’archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.
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