
Con la messa in onda dell’episodio finale “In God We Trust”, lo showrunner Sam Levinson ha spento per sempre i neon di Euphoria. Non ci sarà una quarta stagione: la serie HBO si congeda sigillando il destino della sua protagonista, Rue Bennett, in un epilogo tanto spietato quanto coerente. Cala il sipario sul teen drama che ha ridefinito l‘estetica e il dolore di una generazione.
Allerta spoiler! Leggete solo dopo aver visto il finale di stagione
Il tragico destino di Rue Bennett: perché non poteva esserci un lieto fine
“Le persone come Rue non ce la fanno”. Con queste parole lapidarie, rilasciate al podcast Popcast del New York Times, Sam Levinson ha liquidato il futuro della sua “creatura” più celebre. Ma al di là dello shock per la scelta radicale di far morire Rue (Zendaya) a metà dell’episodio finale – lasciandoci orfani a guardare il mondo andare avanti senza di lei – c’è una verità più profonda da accettare: questo non è solo un colpo di scena cinico, è l’unico finale intellettualmente onesto che Euphoria potesse proporre.
Per stagioni abbiamo guardato Rue correre e strappare centimetri all’asfalto in una fuga disperata che credevamo protetta dallo “scudo” della narrazione. E invece la realtà ha presentato il conto. In fuga da Wayne (Toby Wallace) dopo il fallimento del colpo per svaligiare i trafficanti, e tradita alle spalle da Faye (Chloe Cherry), Rue si rifugia da Ali (Colman Domingo), il suo Profeta, ignara che il suo destino fosse già stato sigillato dal piano spietato di Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje), che ha avvelenato i suoi medicinali con il fentanyl.
La scelta di Levinson divide e ferisce, ma ha il merito di non edulcorare il dramma profondo delle dipendenze. Un salvataggio all’ultimo minuto avrebbe tradito la natura cruda della serie, trasformandola in una favola morale consolatoria. Invece, facendola morire per overdose coatta, lo show compie il suo atto più politico e spietato: ci ricorda che in questo mondo alcune conseguenze sono irreversibili e i mostri non restano sotto il letto. La poesia visiva dell’ultima, straziante allucinazione di Rue – il viaggio in macchina verso sua madre e i campi in cui riabbraccia Fezco (Angus Cloud) oltre il tempo e lo spazio – non è un premio di consolazione, ma l’ultimo doloroso regalo di una serie che ha preferito farci male piuttosto che mentirci.
Il prezzo del sogno americano per Cassie e Nate
Se il percorso di Rue si è chiuso nella polvere, il resto del microcosmo di East Highland si ritrova a fare i conti con le macerie di una vera e propria deriva crime. In questa stagione, infatti, Sam Levinson sembra aver scritto Euphoria attingendo direttamente alla grammatica di un film di Tarantino: una giostra pulp fatta di violenza improvvisa, criminali efferati e una tensione costante che spezza i confini del classico dramma adolescenziale.

La seconda metà dell’episodio finale costringe a guardare un mondo rimasto orfano, dove il sangue ha lavato via le ultime tracce di adolescenza. La morte brutale di Nate Jacobs (Jacob Elordi) , avvenuta nell’episodio precedente, ha spazzato via quel castello di bugie e tossicità in cui la coppia Wasp cercava di difendersi.
È in questo scenario di devastazione che emerge la figura di Cassie (Sydney Sweeney), senza dubbio il personaggio più divisivo e discusso di questa terza stagione. Per molti versi ha infastidito il pubblico, quasi a sfiorare la caricatura. Ma è proprio in questa sua esasperazione che Cassie si rivela straordinariamente convincente: incarna la reazione più umana e disperata al vuoto cosmico.
Per l’intera stagione l’abbiamo vista scivolare in un vortice di scelte estreme – tra OnlyFans, debiti e un finto matrimonio da sogno – pur di non guardare l’abisso che le marciva dentro. Non è un personaggio nato per compiacere o mettere tutti d’accordo, ed è per questo che resta impresso.
Il finale la fotografa da sola, isolata all’interno della stessa villa in cui un tempo regnava accanto a Nate. Solo ora, nel silenzio di quella stanza vuota che sembra inghiottirla, la maschera cade. Cassie riesce finalmente a liberare quella lacrima rimasta bloccata in gola per troppo tempo, realizzando che il mostro è morto davvero e riscoprendo la bellezza del ricordo di Rue solo dopo che è diventato cenere.
Chi si salva e chi scompare: il trionfo di Maddy e l’ombra del rimpianto
In questo finale che preme il grilletto contro tutto ciò che è andato perduto, l’unica a uscire quasi intatta dall’inferno è Maddy Perez (Alexa Demie). Fin dal debutto dello show, il suo personaggio ha travalicato i confini dello schermo per trasformarsi in un fenomeno culturale e in un punto di riferimento estetico assoluto. Dai tratti affilati dell’eyeliner alle silhouette iper-femminili, Maddy ha sempre utilizzato la moda come un’armatura di pura sicurezza e presenza scenica, un magnetismo che oggi infiamma i social tra tutorial beauty e analisi dei trend.

In questa terza stagione, quel guardaroba iconico diventa lo scudo con cui affrontare le dure logiche dell’età adulta. Cinque anni dopo il liceo, Maddy rifiuta i percorsi autodistruttivi delle sue coetanee e si sporca le mani nella gavetta di Hollywood, muovendosi dietro le quinte del cinema come manager stimata dai talent.
È il ritratto più autentico e meno edulcorato della Gen Z: un quotidiano fatto di eventi esclusivi e un ritorno a casa in solitudine, senza un soldo ma con la dignità intatta. Maddy si salva dall’impossibile, mentre attorno a lei il dolore degli amori interrotti divora chi resta. Come Jules (Hunter Schafer), un tempo cuore pulsante dello show e qui dolorosamente relegata sullo sfondo, che riversa la sua sofferenza sulla tela, dipingendo con ferocia una Rue che brucia mentre lei singhiozza.
Senza musica non c’è Euforia: lo scontro Zimmer-Labrinth
Questo senso di irreparabile mutilazione identitaria ha camminato di pari passo con quanto accaduto dietro le quinte. La terza stagione è stata infatti privata del suo sound identitario: la colonna sonora di Labrinth. L’addio tempestoso del producer britannico – che ha ritirato le sue musiche prima del debutto sbattendo la porta in faccia a Levinson e alla Columbia Records – ha costretto il premio Oscar Hans Zimmer a una gestione “d’emergenza” in solitaria.
Sebbene il tocco orchestrale di Zimmer rimanga monumentale nel descrivere la transizione dei personaggi verso l’età adulta, l’assenza dell’anima gospel ed elettronica di Labrinth ha finito per privare le immagini di quel battito primordiale che aveva definito l’estetica dello show dal 2019.
Euphoria 3 si chiude così, orfana della sua originale anima musicale e dei suoi stessi protagonisti, trasformando le leggerezze dell’adolescenza in conseguenze irreversibili. I confini tra finzione e realtà si sono dissolti nell’istante in cui abbiamo capito che non importava più come la trama sarebbe terminata, perché stavamo guardando un frammento di vita nella sua forma più fragile, autentica e spietata.
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