
Ci assomigliamo tutti, con i nostri segreti, i nostri ricordi, stipati in scatole o nascosti a fratelli e sorelle, confessati durante un tè pomeridiano o conservati per una vita intera; questo è il cuore di Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, un trittico di storie familiari, con diverse ambientazioni e diversi personaggi. Vincitore del Leone d’Oro a Venezia 82, avrebbe trovato sicuramente un più adeguato riconoscimento nella Miglior Sceneggiatura, che lo rende un’opera gentile e malinconica, dove ogni pezzetto del mosaico umano si incastra come dovrebbe, trascinando poi in un finale dove la lacrimuccia è inevitabile.
E a chi potrebbe pensare che quella lacrimuccia scenda per un’eccessivo buonismo intendo precisare che non è così: non è il racconto di un padre solo, di una madre che va in terapia per parlare delle sue figlie, o di due gemelli che perdono prematuramente i loro genitori a commuovere, bensì la lettura risolutiva che fa lo spettatore della somma dei vari scenari, la nostra finitezza, la nostra data di scadenza, e infine, ciò che di materiale rimane; una fotografia, un paio di occhiali, a ricordare agli altri chi o come eravamo.
Non tra i più memorabili nella filmografia di Jarmusch, sicuramente Father Mother Sister Brother è tra i più godibili, nella sua forma lenta scandita da episodi, che come un’onda ci trasporta al largo, per poi riportarci a casa, consapevoli di qualcosa che già conoscevamo ma che non avevamo il coraggio di pronunciare ad alta voce.
Quando le parole si trasformano in vita
Father Mother Sister Brother è una sorta di film di anti-azione; il suo stile fine e sommesso è costruito meticolosamente per permettere l’accumulo di piccoli dettagli – quasi come fiori sistemati con cura in tre composizioni delicate. La sinergia con i magistrali direttori della fotografia Frederick Elmes e Yorick Le Saux, il brillante montatore Afonso Gonçalves e altri collaboratori frequenti eleva ciò che è nato sotto forma di parole su carta in una forma di cinema puro.
Jim Jarmusch
Con Father Mother Sister Brother, Jarmusch consacra il potere di ciò che sceglie di non andare veloce, di non infilarsi in cunicoli narrativi complessi, ma di rispecchiare la vita in tutto e per tutto. I dialoghi del film appartengono a personaggi distanti tra loro, per provenienza geografica e sociale (Father è ambientato nel nord-est degli Stati Uniti, Mother a Dublino, e Sister Brother a Parigi), eppure in qualche modo si legano in un flusso che accomuna “tribù” familiari in tutto il mondo, risultando estremamente reali, parole che qualsiasi figlia rivolgerebbe al padre, o che una madre confesserebbe di nascosto a proposito delle sue figlie.
Ci sono punti di incontro, dettagli poetici che il regista inserisce legando i tre tasselli, come un miraggio di libertà, quello rappresentato da skaters al rallentatore che passano davanti agli occhi dei personaggi, come se per un istante il cinema irrompesse nel flusso dell’esistenza, mostrandosi nella sua forma più surreale e sognante.
Momenti di imbarazzo si alternano a ricordi che sembravano sepolti, come se il regista avesse le risposte segrete al senso di amore ma anche a quello di distanza tra membri della stessa famiglia: il film è un ritratto pulito che si contamina alla possibilità di essere altro, o a quella di agire diversamente da come poi effettivamente si agisce. La purezza del cinema in questo senso convive serenamente con la messa in scena di Jarmusch, trasformandosi in un ibrido dolce, come il ricordo di qualcuno che abbiamo amato.

Il cast di Father Mother Sister Brother
Father Mother Sister Brother mette insieme un cast eccezionale, in cui ogni personaggio rappresenta un vero e proprio studio sull’individuale e le sue particolarità, concentrandosi sui difetti, ma sciogliendoli poi in una serena consapevolezza, quella di sapere che i rapporti perfetti non esistono, da nessuna parte. Nel primo episodio, Father, Tom Waits è il padre di Jeff – Adam Driver, figlio premuroso nonostante le distanze poste dal genitore, e Emily – Mayim Bialik, figlia maggiore, più consapevole delle mancanze di un uomo che continua a pensare perlopiù a sé stesso.
In Mother, Charlotte Rampling è una scrittrice che ama la sua vita solitaria, e che ha due figlie: Timothea – Cate Blanchett e Lilith – Vicky Krieps, la prima rigida e bloccata in dinamiche che la fanno sembrare ancora più austera agli occhi della sua famiglia, la seconda libera da vincoli e regole di alcun tipo, ma in qualche modo dipendente da un affetto mai ricevuto completamente.
In Sister Brother, il tassello conclusivo che riesce a condensare un sentire profondo e sfaccettato, espresso negli episodi precedenti, ci sono Skye – Indya Moore e Billy – Luka Sabbat, sorella e fratello, gemelli che vivono in città diverse e che si incontrano per andare nella loro vecchia casa a Parigi, ormai vuota, dopo la morte dei genitori.
In breve
Il più grande pregio del cinema di Jim Jarmusch è la capacità di fissare il flusso della vita, nel suo divenire, mettendo in scena battute d’arresto, successi personali, e innocenti accenti di amore e comprensione, tra una cosa e l’altra, posti sullo stesso piano. In questo Father Mother Sister Brother trova la sua forza, merito di una sceneggiatura perfetta e di un intento che fa del cinema l’alleato più importante per sopravvivere alle difficoltà dell’esistenza. Nella sua narrazione ci assomigliamo tutti, e siamo tutti diversi, l’uno dall’altra, e non esiste nulla di più intenso.
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