Great Freedom - Sebastian Meise 2021

Una delle storie più belle e toccanti che abbiamo avuto il piacere di guardare a Cannes è quella raccontata da Sebastian Meise in Great Freedom (Große Freiheit). Opinione che trova conferma anche nel Premio della giuria assegnato a quest’opera nella sezione Un Certain Regard.

Con il rischio di filosofeggiare già in partenza, gran parte del senso del film risiede subito nel suo emblematico titolo. Quale tipo libertà può mai esserci in un prison movie, un genere per sua natura claustrofobico, costruito all’interno di uno stretto regime di controllo? Meise prova a dare una risposta a questa domanda quasi esistenziale attraverso una storia al tempo stesso intima e sociale: d’amore e di denuncia. Una storia che in senso lato si potrebbe definire queer, ma che in realtà non abbraccia le istanze della comunità LGBTQ+: pone al centro un solo uomo e la sua affermazione di libertà.

Il paragrafo 175

È il 1968. Mancano ancora alcuni mesi all’abolizione del paragrafo 175, la sezione del codice penale tedesco che punisce l’omosessualità. Questo Hans (un superbo Franz Rogowski) non lo può sapere e perciò continua a vivere la sua vita da fuori legge, rifiutando fermamente di rinnegare se stesso.

Presto è chiaro che quella che vediamo all’inizio non è che l’ennesima condanna al carcere per lui che, probabilmente, non è mai rimasto fuori abbastanza a lungo da poter immaginare un’altra vita. Persino il tatuaggio che copre i numeri sul suo avambraccio ci racconta silenziosamente un passato tanto ingombrante quanto doloroso. Eppure, proprio per questo, Hans si presenta subito come un protagonista stoico, la cui sola libertà è quella dello spirito, che nemmeno le catene possono incrinare.

Nonostante le circostanze, infatti, Hans rimane sempre leale a ciò che è, ritagliandosi piccoli ma preziosi momenti di felicità anche in un luogo spersonalizzante e alienante come la prigione. Great Freedom quindi non è un film sui diritti civili, né un film di lotta civile. È più che altro una resistenza passiva ma decisa, forte e commovente, a cui il pubblico non può che arrendersi, accettando solo di condividere il mondo interiore del suo protagonista.

Tre atti e tre tempi

Grazie a una precisa scelta registica di Meise, impariamo a conoscere gradualmente Hans attraverso tre linee temporali. Tre atti che si intersecano e che rivelano non solo il passato ma soprattutto l’evoluzione del protagonista. E in questo senso Rogowski compie un lavoro eccezionale, trasformandosi fisicamente e psicologicamente: dal ragazzo emaciato e traumatizzato dei campi di concentramento all’uomo adulto e sicuro di sé che rivendica il suo diritto a un briciolo di felicità.

In ciascuno di questi tre momenti accanto ad Hans c’è sempre un comprimario, una differente e importante storia d’amore che si consuma sempre tra le stesse mura. C’è Leo (Anton von Lucke), dolce e disperata ricerca di calore umano. C’è Oskar (Thomas Prenn), il grande amore, di cui non rimane che un tragico e doloroso ricordo. E poi c’è ovviamente Viktor (Georg Friedrich), presenza costante ed essenziale, amore tormentato e multiforme, il più complesso vissuto da Hans.

La più grande libertà

In ognuno di essi prende forma e si sviluppa una parte essenziale del carattere di Hans, ma soprattutto si sviluppa una via di fuga, per quanto clandestina, all’oppressione del sistema. È qui che, attraverso la storia di un singolo si arriva alla denuncia sociale. Great Freedom cioè, prende una netta posizione contro l’omofobia di Stato e contro le conseguenze generate da una legge ingiusta e discriminatoria. Lo fa però lasciando fin dall’inizio al suo protagonista la libertà di scrivere il proprio destino, mescolando i confini tra ciò che è legittimo e ciò che è legale.

In questo senso, la sequenza finale aiuta molto capire lo spirito del film. A costo di sembrare moralista o, banalmente romantico, infatti, Meise offre ad Hans la possibilità di ribellarsi un’ultima volta, scegliendo definitivamente cosa (e chi) può incarnare la sua stessa libertà.

Franz Rogowski e Georg Friedrich in "Great Freedom"
Franz Rogowski e Georg Friedrich in “Great Freedom”

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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