Spera, Conza Press

Per la nostra rubrica dedicata agli incontri con giovani talenti del panorama musicale italiano, parliamo oggi con Spera: alcune essenziali domande per iniziare ad entrare nel suo mondo.

Chi è Spera?

Sono un cantante/rapper abruzzese da anni attivo con il collettivo hip hop abruzzese Alte Frequenze. Il mio stile è fortemente influenzato dai sottogeneri del rock, come il grunge o l’alternative rock ma anche il rock classico dei Rolling Stones per esempio. Ho imparato a scrivere grazie al rap e per questo ora mi definisco un ibrido di tutti questi generi.

In che contesto sociale e culturale nasci e cresci?

Vengo da una provincia e da una famiglia non ricca, con i genitori separati e per forza di cose credo che il contesto sia già diverso da quello di una città come Roma. Credo che nei nostri “paesini” ci sia una mentalità talvolta più ottusa purtroppo e, da parte della gente, meno capacità di guardare oltre. Posso ringraziare mio zio che mi ha spinto a farmi una cultura da solo, leggendo e studiando musica. Qui non è mai nato un artista di spicco, se c’era è scappato rinnegando le origini. Io voglio fare il contrario, portare in alto la mia zona e dare voce a molte realtà che stanno nascendo e che non hanno la giusta visibilità. 

Cosa immagini saresti stato se non fossi stato un musicista?

Non riesco ad immaginare una vita senza musica, ho fatto dei lavori per poter andare avanti ma non fa per me. Mi piace impegnarmi nel sociale organizzando eventi musicali in cui ci siano anche ragazzi che disegnano, che ballano o che scrivono poesie! Essendo Alte Frequenze un gruppo già conosciuto nella Marsica abbiamo organizzato vari eventi divertendoci sempre. Quindi forse sarei stato un organizzatore di eventi, ma non fuori dal campo della musica e dell’arte.

Perché fai quello che fai? Da quale bisogno della tua vita nasce la tua musica?

Nasce dal bisogno di sfogarmi, non tenermi tutto dentro. Sono una persona abbastanza silenziosa che non esterna i suoi problemi, la scrittura ha capovolto questo mio aspetto, sono riuscito a scrivere cose molte personali col tempo e questo mi fa stare bene.

Quanto e in che modo il tuo stile musicale è legato a questo bisogno?

Il rap mi ha insegnato a scrivere, a dire le cose come stanno senza girarci troppo intorno e andando dritto al punto con incisi molto diretti, quindi questo genere è strettamente legato al mio bisogno. Prima del rap suonavo la chitarra ma non riuscivo a esprimermi al massimo, oggi che ho unito i due mondi mi sento musicalmente completo e sto continuando su questa strada.

©Conza Press
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C’è qualche grande artista al quale ti ispiri? Cosa ti distingue da lui/lei e dagli altri?

Sono un grande ascoltatore di musica, vario molto tra  generi e artisti, in questo periodo sono molto ispirato dalla musica di Oliver Tree ma la mia ispirazione è in continua variazione.

Qual è il brano nella Storia della musica che avresti voluto scrivere tu?

Bene di Gemitaiz.

Quale quello che vergogneresti di aver scritto?

Che ci fa di Daniele De Martino, mi usciva spesso tra le sponsor di Facebook e penso sia una delle cose più trash, sia per il sound che per il video, che abbia mai visto e sentito prima.

Fuori da venerdì 12 febbraio, il nuovo singolo di Spera dal titolo Cobain. Il pezzo, denso di richiami rap e pop, è stato pubblicato per Giungla Dischi e distribuito da Artist First. Con la produzione di Luciano Lamanna e Samura.

Scopritelo su Spotify.

Dall’Ufficio Stampa Conza Press

Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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