Joe Intenso - Credits: JoeIntenso SoundCloud

Per la nostra rubrica dedicata agli incontri con giovani talenti del panorama musicale italiano, parliamo oggi con Joe Intenso: alcune essenziali domande per iniziare ad entrare nel suo mondo.

Chi è Joe Intenso?

Bella domanda, molto complesso rispondere. Perché è un po’ come rispondere a Chi è Giovanni?[Giovanni Izzo è il nome completo dell’artista, ndr].
Questi tempi ci mettono spalle al muro, puoi fare mille cose, ma è sempre con te stesso che ti devi incontrare, non puoi sviare in eterno.
Siete uno splendido Magazine che tratta anche di cinema, altra mia grande passione, quindi vi rispondo con diverse citazioni.
Nessuno cerca più il cuore del problema per accoltellarlo.
Non ho un personaggio se non me stesso, sia chiaro, sono cascato anche io nel tentativo di essere una persona lontana da me stesso.

Ho sempre un po’ alternato brani spocchiosi ed egocentrici, anche parodistici, a brani che cantavano di sentimenti, romanzati o miscelati con la vita vissuta.
Posso fare esercizi di stile, posso dire di avere le scarpe più belle, ma ogni creazione dovrebbe essere atemporale. Anche leggera ma seria, non seriosa. Quando sei preso da forte ispirazione e converti le emozioni in linee melodiche e liriche, potresti depositare il tuo soffice mattone in formato musica. Oggi sto trovando la mia dimensione, generalmente parlando, il mio equilibrio e sono in cerca di melodia.

In che contesto sociale e culturale nasci e cresci?

Nasco al Sud, e già questo mi permette di avere arte nel sangue, ma cresco nella provincia romana, per mia fortuna al mare. La provincia può renderti anonimo, ma può anche renderti ricco di sfumature.
La provincia è un’isola, potresti accomodarti nella tua comfort zone, ma sai che c’è altro, al di là del mare. Lo stesso slancio, lo stesso pulsante che premi dentro, che ti mette in moto e ti fa prendere treni per farti sentire, altrove.

Ero piccolo e divoravo le musicassette dei miei, di cantanti popolari napoletani, di quelli bravi intendo, ma anche di cantanti italiani, come Zero e Celentano.
Mentre giù mi sdraiavo nella stanza di mio zio, zeppa di dischi e mi mettevo con le cuffie, ma erano dischi di Springsteen, Dalla, Dire Straits.
Ho iniziato con il rap più grezzo, una decina di anni fa, ma i miei ascolti non sono mai stati solo unilaterali.

Dedalo – Joe Intenso

Come dicevo, sono cresciuto con il buon cantautorato italiano e crescendo sono diventato davvero onnivoro di musica. Servono ampie vedute, andare oltre. Creare la connessone tra gli Equipe 84 e gli OutKast.
Essere un ascoltatore attento è come studiare, e solo chi impara sempre non invecchia mai, nel flusso odierno e continuo di prodotti, se sai filtrare, trovi anche tanti musicisti spettacolari.
Buttarsi su un genere perché va di moda è sbagliato in partenza. Il motore dovrebbe essere la passione.

Cosa immagini saresti stato se non fossi stato un musicista?

La musica è come saper parlare un’altra lingua. Non la dimentichi, è dentro te, ma devi continuare a parlarla. Nel mondo che ci circonda e nel mio ci sono stati bruschi stop, si tende ad appiattirsi, ma ho continuato a fare uscire canzoni.
Adesso, seppur con difficoltà, sono in connessione con polistrumentisti e sto creando una nuova versione, non so più se si chiama Joe Intenso, ma di sicuro è un’evoluzione. Nella vita svolgo più attività, ho anche giocato al teatro, accentuando la forma interpretativa e la dizione che metto nei brani. Sto cercando di dare voce alla mia voce.

Cosa sarei stato se non mi fossi cimentato con le parole? Boh, cosa si diventa se non dai sfogo alla tua passione? Un serial killer o un politico corrotto. Cosa succede al corpo se ostruisci una vena?
L’ultimo anno ci sta decostruendo per costruirci, quindi si riparte da zero, o poco più giù, i bisogni più intimi riaffiorano, c’è chi correva sempre senza sosta, poi ha dovuto fermarsi e si è sorpreso prendendo in mano un pennello.

Da questo periodo ne puoi uscire in due modi: Brooks Hatlen o Ellis Boyd Red Redding. Entrambi personaggi di uno dei miei film preferiti: Le ali della libertà.
Dovrebbe esserci arte ovunque, per questo sono felice quando vedo il Trullo pieno di murales, soprattutto il nostro Paese potrebbe tornare quello di poeti e navigatori.
L’ossimoro è quando chiudi questo nasone di cultura, o ti poni come non fosse mai esistito, voltando le spalle a ciò che è stato creato nei secoli e può essere ancora creato.

Perché fai quello che fai? Da quale bisogno della tua vita nasce la tua musica?

Non so come dirlo, fare qualcosa di bello, nonostante tutto.
Se dici una bella espressione, se pronunci un sogno, c’è la realtà che preme per offenderti, come se fosse minacciata. Se smetti di dire la tua, dai vinta a questa realtà dove vige, fondamentalmente, paura. Ma deve essere il coraggio, il protagonista del tuo viaggio. Mi viene veramente spontaneo creare linee melodiche sopra un suono e mi fa sentire appagato, mi fa vedere un tramonto anche tra palazzi. Alla fine però devi far vedere la tua versione di questo tramonto agli altri, altrimenti sarebbe come un Monet ma nel cassetto del comodino.

Quanto e in che modo il tuo stile musicale è legato a questo bisogno?

Da che ho memoria mi piaceva scrivere, ma più che romanzi mi piaceva concentrare tutto nelle poesie, nei sonetti, anzi nell’ermetismo. E, se vogliamo, il rap è concentrato ed intenso, di poche e forti parole.
Non totalmente, ma nel rap vedo parecchio egoismo, scusate se divago e la prendo alla larga per arrivare al punto: l’esistenza la trovi apparecchiata, bisogna esserne grati, poi ci vuole il coraggio di ribaltare il tavolo e bandire tutto a modo e gusto tuo. Di crearti la vita.

Non è detto che rimangano tutti gli ospiti e che l’egoismo è come avere ogni ben di dio ma mangiare da solo, quindi bisogna imparare a dare. Lì c’è il senso. Io sono stato molto egoista, ma l’egoismo non può più vincere, è la vita che deve vincere. Per questo la musica si crea con più persone in grado di dare forma alla magia.
Approfitto di questa intervista per parlare molto, viceversa fuori da questa intervista, sto diventando più pragmatico e farò parlare le opere, finalmente suonate.

C’è qualche grande artista al quale ti ispiri?

Io credo che per far capire la mia visione e la mia nuova direzione musicale, oltre che ascoltare i miei brani più recenti, primi su tutti: Lady D e Dedalo2, anche se sono già altrove, potrei suggerire di ascoltare Drake, quando gioca con le linee vocali e canta di storie d’amore anziché parlare che ha la casa più grande del vicino. Sinceramente non che mi ispiri, sono senz’altro miti, come anche Kanye West o, in Italia, Marracash, ma voglio essere ispirato da me stesso, c’è un punto in cui i miti devono essere uccisi.

Sono influenze, come continua ad essere influente Anima latina di Lucio Battisti.
Ecco semmai posso consigliare attualmente un disco contemporaneo che racchiuda un bel mondo, senza dubbio, dico Magica musica di Venerus.

Cosa ti distingue da lui e dagli altri?

Da Drake mi distinguo per la casa, e pure per la macchina.

Qual è il brano nella Storia della musica che avresti voluto scrivere tu?

Dentro me ti scrivo di Mango e Briciole colorate di Dargen D’Amico.

Quale quello che ti vergogneresti di aver scritto?

Luca era gay di Povia.


Joe Intenso negli anni ha aperto, tra gli altri, i live di Tormento, Primo, Piotta, Dargen D’Amico, Canesecco (con Sick Luke). Potete seguirlo e ascoltare la sua musica seguendo questo link al suo profilo Instagram.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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