Klaus (2019), Netflix
Klaus (2019), Netflix

E se la vera storia di Babbo Natale non prevedesse magia ma solo una leggenda sulle buone azioni che ne generano altre a loro volta? La slitta volante, gli elfi indaffarati e la lista dei cattivi: esistono per davvero? Klaus sembra una storia scolpita nel legno, con incavi bui e aperture luminose, ed echi di ricordi animati che portiamo con noi. La tecnica è come un viaggio nel tempo, ma il risultato non è indimenticabile.

Klaus è un film d’animazione che si gioca il tutto e per tutto sull’essenza della texture. La profonda ricerca emerge dalla “consistenza” della caratterizzazione estetica dei personaggi come in quella degli oggetti e degli scenari. Dipende dalla tecnica di animazione adottata dal regista Sergio Pablos e dal team (numerosissimo) di animatori coinvolti. Qualcosa mi porta un po’ più in là degli altri film d’animazione dedicati al Natale, mentre altre peculiarità mi tengono ancorata a film dall’iconografia ben riconoscibile. L’opera si concentra più sul passato che sul rimanere memorabile.

Si percepisce un forte bisogno di “ritorno alle origini”: per origini intendo un disegno bidimensionale realizzato a mano che di per sé è diventato raro nelle produzioni animate. La narrazione stessa riflette l’esigenza di artigianalità di una storia lineare in cui la magia, inizialmente, è solo frutto dell’immaginazione umana. I dettagli della colorazione e lo studio dei movimenti sono probabilmente il punto di forza del film.

Quello che manca è in realtà quello che già esisteva

Ma lo stile si riscontra più nella vivacità della resa estetica piuttosto che nella caratterizzazione dei personaggi in sé, anche perché le fisionomie di alcuni di loro mi fanno venire in mente tratti ben definiti da altri lungometraggi (il marinaio che trasporta il battello è la versione umana del John Silver del Pianeta del tesoro, e molti personaggi, tra cui i bambini dallo sguardo spento che realizzano il pupazzo di neve e alcuni oscuri figuri richiamano l’estetica di Tim Burton).

Appare come un’occasione persa la mancanza di personaggi veramente originali, perché ciò che ne rimane è l’elaborazione nostalgica di ricordare il Natale animato degli anni ’90.

Ma l’analisi tecnica e contenutistica si sgretola di fronte ad una storia di Natale alla quale, nonostante tutto, è difficile resistere. Piangerete guardandolo? Assolutamente sì, e dimenticherete tutto ciò che avete appena letto.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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