Mother Mary e la tortuosa complessità dei sentimenti più semplici – Recensione

Prodotto da A24, Mother Mary, scritto e diretto da David Lowery, nei cinema italiani il 14 maggio 2026 con I Wonder Pictures in collaborazione con WISE Pictures
Prodotto da A24, Mother Mary, scritto e diretto da David Lowery, nei cinema italiani il 14 maggio 2026 con I Wonder Pictures in collaborazione con WISE Pictures

Tra musica pop e prosciugamento dell’anima, tra corpi che si assottigliano e vecchi ricordi che tornano a prendere forma: Mother Mary, il nuovo, attesissimo, film diretto da David Lowery, è un oggetto cinematografico misterioso, e al tempo stesso sfacciatamente manifesto.

Sovrappone due piani, quello terreno e quello extraterreno, per raccontare ai curiosi avventori una storia di fatto semplice, venata di sentimenti traditi e rancori, che come governati da un sortilegio, si mostrano alle protagoniste in veste di fantasmi silenziosi, ma ingombranti.

Due donne, una rottura

Dopo un periodo lontana dalle scene, la pop star Mother Mary (Anne Hathaway) si appresta a tornare con un’esibizione mai vista prima: che parli visceralmente di lei, del suo percorso, della vita che ha vissuto come intermezzo al successo totalizzante. Qualcosa però non funziona, a partire dal vestito che una squadra di designer sta creando per lei, e allora torna alle origini; si reca da Sam (Michaela Coel), un tempo sua migliore amica e costumista e ora stilista affermata, per chiederle di confezionarle un nuovo abito.

Il loro incontro viene presentato come evento emblematico annunciato da molteplici oscuri presagi e sensazioni terrificanti, soprattutto Sam sente sulla propria pelle, come un malessere in arrivo, il ritorno di quella che credeva la sua amica, oltre che una musa da plasmare e codificare a suo piacimento.

La verità dietro al paranormale fascino di ombre e presenze risiede nella loro relazione interrotta per un desiderio di libertà dallo sguardo di qualcun altro, dal desiderio della cantante di staccarsi da una proiezione altrui per ricadere però, suo malgrado, nella gabbia degli occhi degli altri, tutti gli altri, invasati innamorati ammiratori.

E allora le due mormorano a proposito di un video, che apre il film stesso, tra le parole emerge qualcosa che ha a che fare con la depressione, con il suicidio, ma tutto è metaforico, lo è quasi al limite, e forse dietro questa impalcatura scintillante, con le musiche originali affidate a Charli xcx, Jack Antonoff e FKA Twigs, si trovano disattenzioni nella sceneggiatura, o comunque l’audace obiettivo, non del tutto riuscito, di mischiare sovrannaturale e umano, a partire da un abito.

Transubstantiation of feelings/Transustanziazione dei sentimenti

In Mother Mary la creazione ha un ruolo fondamentale: ciò che fa la popstar con la sua voce, ma soprattutto con esibizioni live paragonabili a eventi (volutamente) sacri, e ciò che realizza la stilista con le sue mani. Entrambe danno forma ai propri sentimenti, alle emozioni che le attraversano, alle circostanze che vivono, lo fanno attraverso la propria arte, in modo trascendentale. Proprio Sam dice che il suo lavoro è dare forma alla transustanziazione dei sentimenti.

Mentre però per Sam, nonostante la sofferenza dell’abbandono da parte della sua amica (o amante? Ciò non viene mai specificato e forse meglio così), la creazione di abiti è una potente reazione, per Mother Mary la musica, il successo, inizia a diventare una prigione. Lowery porta in scena il burnout perfetto, quello della popstar iconica sull’orlo della tragedia (la lista dei riferimenti nel mondo reale sarebbe lunghissima e di fatto le conoscete tutte), traendone però una forza paranormale.

Questa operazione vacilla, e lo si riscontra nei momenti più deboli del film, quelli in cui riempirsi gli occhi di luci non è abbastanza. Dove si pone l’intersezione tra sentimenti reali e immaginazione? Quando questi si trasformano in entità paranormali? Le due donne vivono in compagnia dello stesso fantasma, che rosso e leggero, non trova pace con Mother Mary, tormentata dal senso di colpa, e dal peso che si porta dietro, mentre si comporta diversamente con Sam.

Ancora una metafora fin troppo didascalica, che solo nel momento dell’evocazione (con una favolosa FKA twigs) rende allo spettatore quel senso di paura di noi stessi, mascherata da paura del non conosciuto. Torna allora la sensazione che tutto sia troppo facile, e al tempo stesso incredibilmente difficile.

Prodotto da A24, Mother Mary, scritto e diretto da David Lowery, nei cinema italiani il 14 maggio 2026 con I Wonder Pictures in collaborazione con WISE Pictures

Tutto o niente

Michaela Coel, nel ruolo di Sam, ruba senza dubbio la scena ad Anne Hathaway, e ciò che ricorderemo di questo film sarà proprio la sua voce narrante, l’atteggiamento fuori le righe, la creatività assoluta. Il suo personaggio sembra quello più assennato, equilibrato, eppure l’adesione spasmodica alla sua visione delle cose è proprio uno dei motivi effettivi per cui la relazione con Mother Mary si interrompe. E come nelle più classiche storie d’amore, o d’amicizia, mentre una delle due riesce a combattere per lasciarla indietro, l’altra si continua a logorare senza pietà.

La visionarietà di Lowery (che avevamo amato in The Green Knight) si mescola alla pressione del presente, che governa ogni scelta, e perde forza. Vorrei aver creduto di più a quell’illusione fluttuante fatta di sangue e paillettes, ma a rompere l’incantesimo è stato lo svelamento così netto del reale, che mal si accorda alla favola gotica che Mother Mary preannuciava.

Prodotto da A24, Mother Mary, scritto e diretto da David Lowery, nei cinema italiani il 14 maggio 2026 con I Wonder Pictures in collaborazione con WISE Pictures

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
6.5
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
mother-mary-david-lowery-anne-hathaway-recensioneSe Mother Mary non avesse una forma estetica così ben riuscita probabilmente sarebbe un film da sufficienza, ma ancora una volta Lowery riesce ad incantare lo spettatore, facendogli mettere da parte qualche problema di sceneggiatura.