Never Rarely Sometimes Always, Eliza Hittman (2020), Focus Features

È un mondo di uomini quello di Never Rarely Sometimes Always. Come canta nella prima scena la protagonista Autumn, è sempre un Lui che ha il potere: He’s got the power! (The Exciters). Il mondo in cui stiamo per entrare è un mondo di uomini, in cui il maschile sovrasta in ogni modo, esplicito e implicito, il femminile. Ma è anche un mondo in cui le donne esistono e resistono, per fortuna, e regalano storie potenti come questa narrata da Eliza Hittman.

Mai raramente a volte sempre, così come è stato tradotto letteralmente in italiano (dopo la breve distribuzione di Universal Pictures), è uno dei migliori film del 2020. Ha già vinto l’Orso d’argento (Gran premio della Giuria) a Berlino ed è in prima linea per i maggiori premi del cinema indipendente di quest’anno. Tuttavia, prima di parlarne ulteriormente, sento di dover segnalare che tratta temi forti e potenzialmente traumatici come la violenza, manifesta o subdola, l’abuso e l’aborto. Perciò questo è un trigger warning: se siete soggetti sensibili a determinate tematiche, è un film che potrebbe scuotervi molto.

Per tutte le Autumn del mondo

L’idea di Never Rarely Sometimes Always nasce da un fatto di cronaca, avvenuto in Irlanda qualche anno fa, e si ispira all’impossibilità di praticare aborti nel Paese fortemente cattolico. Si trasforma progressivamente in un progetto più ampio che coinvolge sia la produzione della BBC, nella persona di Rose Garnett, sia la produzione statunitense di Adele Romansky e Barry Jenkins (Pastel Productions).

Anziché l’Irlanda si decide allora di raccontare la Pennsylvania rurale, in un momento in cui lo Stato è fortemente legato all’ex Presidente Trump e alla sua politica disastrosa nei confronti dei diritti, anche riproduttivi, delle donne. È significativo allora che la BBC sia rimasta all’interno del progetto anche dopo questo mutamento geopolitico, perché si tratta comunque un’opera di servizio pubblico, di educazione e supporto per tutte le Autumn del mondo. Non è un documentario, ma sia la partnership con la reale sede di Planned Parenthood di Brooklyn, sia lo stile immersivo, girato tutto in camera a mano, frequente in certo cinema indipendente, ne danno una simile impressione.

Trailer ufficiale – Focus Features

Un’impossibile libertà sessuale nella provincia conservatrice

Autumn (Sidney Flanigan) ha diciassette anni ed è incinta. Alla sua richiesta di informazioni sull’aborto, la dottoressa del consultorio fa partire un terrificante video in cui un altro medico (ovviamente uomo) pontifica sull’immoralità dell’IVG. Una vera e propria forma di violenza psicologica che mostra chiaramente il tipo di società in cui Autumn si muove. La protagonista non ha inoltre una relazione fissa o comunque il film non è interessato a mostrarla. Possiamo solo intuire che il suo comportamento è considerato promiscuo e deviato dai compagni di scuola, i quali, insultandola apertamente, costituiscono un primo esempio di violenza verbale su di lei.

Notiamo qui anche lo stigma iniziale di cui è vittima Autumn: l’attività sessuale colpevolizzata, che la rende indesiderabile agli occhi dei suoi coetanei. Un atteggiamento misogino dannoso, che porta all’autosvalutazione, ma che in un primo momento non sembra intaccarla.

Man mano che il contesto si delinea, infatti, notiamo che i bulli a scuola sono l’esempio meno disgustoso di uomini con cui deve avere ogni giorno a che fare la protagonista. Viscidi, concupiscenti, pericolosi, non ci sono affatto ruoli maschili positivi in questo film. Si finisce con il disprezzarli tutti, senza rendersi conto subito del motivo per cui la mascolinità è rappresentata solo come tossica, perversa o violenta.

La rivelazione arriva circa a metà della storia, quando Autumn deve rispondere al questionario che dà il titolo al film. Dopo aver confessato il suo stato alla sola cugina Skylar (Talia Ryder) e considerata l’impossibilità di abortire nella cittadina di provincia, le due decidono di andare nella vicina New York.

Sidney Flanigan e Talia Ryder in Never Rarely Sometimes Always - Credit: Focus Features
Sidney Flanigan e Talia Ryder in Never Rarely Sometimes Always – Credit: Focus Features

Never Rarely Sometimes Always: quattro possibili risposte alle domande necessarie

Così a circa un’ora di film ci troviamo davanti a una delle scene più semplici e allo stesso tempo più devastanti che potessimo aspettarci. La (reale, non è un’attrice) consulente della clinica deve assicurarsi che Autumn non solo sia lì di sua volontà ma anche che la gravidanza non sia dovuta a condizioni di abuso.

Vorrei spendere qualche minuto a parlare delle tue relazioni, perché [anch’esse] possono determinare la tua salute. Ne sei consapevole?

Con questa minima battuta, apparentemente insignificante, il film inizia finalmente a squarciare il muro di resistenza della sua protagonista. E arriva al punto cruciale: il perché questa gravidanza sia non solo indesiderata ma anche psicologicamente rifiutata. Non è tanto importante sapere di chi è incinta, quanto comprendere che ben prima di questa gravidanza ci sono stati numerosi episodi di violenza che a malapena lei stessa è riuscita a riconoscere come tali. Traumi repressi e interiorizzati che solo adesso, in questa scena, affiorano con prepotenza.

Abbiamo visto Autumn torturarsi in ogni modo, abbiamo sentito i suoi pugni scagliati dritti e forti sull’addome, con odio viscerale. Quello che non riuscivamo a vedere, anche se si intuisce benissimo, era il motivo di tanta disperata impotenza. Bastano quattro risposte, Never Rarely Sometimes Always, alle domande giuste e finalmente tutto diventa più chiaro, oltre che più spaventoso.

Autumn e il filtro dello sguardo traumatizzato

All’improvviso quell’onda di disprezzo che investe ogni personaggio maschile del film non è (solo) una presa di posizione. Diventa lo sguardo di una donna abusata e traumatizzata, in cui la regista immerge il pubblico sin dall’inizio, senza via di scampo.

Persino la città di New York rientra nella rappresentazione distorta dal trauma. Sembra tornare all’Hell’s Kitchen di Taxi Driver, ma se si fa bene caso, le protagoniste si allontanano pochissimo dal Port Authority (la stazione dei bus) sulla 42° strada. Al giorno d’oggi una delle zone più affollate e controllate della città, vicino Times Square. Ogni bruttura e ogni minaccia quindi non è che un’amplificazione del disagio provato dalla protagonista sin dall’inizio.

Con non poche difficoltà Autumn e Skylar riescono a resistere nella metropoli per i due giorni necessari all’intervento. Sono ore difficili, in cui ancora una volta si ritrovano a scendere a compromessi con un mondo a dir poco terrificante. Eppure nessuno nota la loro assenza, la loro fuga da casa in piena notte. Manca del tutto una rete sociale e familiare in grado di proteggere le ragazze, e questa è l’ennesima denuncia nella denuncia del film contro il sistema statunitense.

Un ciclo senza via d’uscita

Nella provincia rurale da cui provengono, Autumn e Skylar non hanno alcun potere, sia per la loro età sia per il loro genere. Sono totalmente assoggettate allo sguardo e alla volontà maschile e questa condizione non muta assolutamente alla fine del film. Una volta terminato l’intervento tornano alla stessa identica vita di prima, rassegnate e indifferenti all’impossibilità di cambiarla.

A cambiare infatti non devono essere necessariamente le due ragazze, siamo noi spettatori, tragicamente colpiti da tutto ciò che abbiamo visto e vissuto attraverso la prospettiva della protagonista.  

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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