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In MOONLIGHT black boys look blue – La luce nel film di Jenkins

Moonlight - Barry Jenkins © A24

In Moonlight Black Boys Look Blue è il titolo della pièce teatrale di Tarell Alvin McCraney da cui Barry Jenkins ha tratto il suo film premio Oscar. Riassunto in modo forse ancor più ermetico, è diventato solo Moonlight (2016). Una sola parola che contiene in sé anche uno degli elementi più sorprendenti di questa magnifica opera: la luce.

La prima, generale, osservazione da fare riguardo Moonlight è che si tratta di un film privo di volti caucasici. Da un lato è la storia intima e personale del protagonista assoluto, Chiron. Dall’altra è il racconto di una comunità afroamericana povera e vessata dalla war on drugs degli anni Ottanta. In ogni caso è una narrazione di corpi e di volti neri, in cui la fisicità è centrale e si riflette necessariamente sull’uso della fotografia, che scolpisce linee e volumi.

La fotografia in Moonlight

Può sembrare un’osservazione banale, ma questa caratteristica impone delle scelte ben precise. In maniera estremamente semplicistica, la pelle scura assorbe più luce. Per metterla in risalto è necessario giocare con lo spettro dei colori, oltre che con i costumi e le scenografie.

Se si fa caso, infatti, spesso i personaggi indossano abiti chiari o si stagliano su superfici color pastello. Nelle scene più significative, però, è l’illuminazione ad avere il ruolo esteticamente più rilevante. Jenkins e il suo DOP James Laxton imprimono al film un’atmosfera al neon nei momenti pregnanti. Questa base cromatica fredda ricorda molto la luce della luna, rimandando fisicamente al titolo dell’opera stessa. Inoltre la luce gassosa e fluorescente del neon in vari colori, dal bianco al rosa fino al blu e al verde, di volta in volta permette di marcare i volti, senza perdere la nitidezza dell’immagine.

Tutti e tre gli attori che interpretano Chiron nei tre atti della sua vita e della sua storia (Alex Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes) sono infatti dei cosiddetti dark skinned. La loro pelle è cioè così scura che per evidenziare le micro-espressioni del volto o il luccichio di una lacrima o, ancora, il rosso del sangue e il viola di un livido, è necessario ripensare e adattare le tecniche fotografiche. È necessario creare un’estetica apposita, che attraverso la pratica diventa anche teoria (e, in senso lato, politica).

Ashton Sanders (in alto), Trevante Rhodes (in basso). © A24
Ashton Sanders (in alto), Trevante Rhodes (in basso). © A24

Le epifanie di Chiron

Si può parlare dell’estrema importanza di Moonlight nelle politiche della rappresentazione afroamericana anche partendo dalla sua sola forma, dalle immagini che noi spettatori riceviamo. Immagini che celebrano il corpo nero, lo esaltano e gli restituiscono la Bellezza che il mondo gli nega. Ogni scena di Moonlight va letta anche in questo senso, ma qui desidero soffermarmi solo su due momenti particolari, due epifanie del protagonista.

Neon rosa: il distacco definitivo dalla madre

Il rapporto conflittuale con la madre tossicodipendente è una componente autobiografica importante sia per McCraney sia per Jenkins. C’è un’attenzione particolare, quindi, nella rappresentazione del momento di rottura definitiva tra la figura materna e Chiron. In un certo senso viene raccontata quasi in prima persona, poiché la regia cerca di immedesimarsi nelle emozioni e nelle sensazioni del protagonista, ancora bambino (Hibbert). E lo fa strutturando la scena come fosse un’esperienza extra-corporea, come se Chiron si estraniasse dal suo stesso corpo, incapace di sopportare il carico d’odio reciproco di questo momento.

Per sottolineare il carattere soggettivo, la scena è innanzitutto priva di audio. Vediamo Paula (Naomi Harris) urlare e riversare sul figlio parole crudeli, ma possiamo solo immaginarle dal labiale. La soggettiva di Chiron, infatti, ci permette di vedere e ascoltare solo quello che il suo ricordo è in grado di filtrare. Vediamo una realtà trasfigurata dall’esperienza e resa ancor più alienante dall’uso del ralenti e del grandangolo, che arrotonda le linee verticali dando un senso di oppressione. Paula, imbruttita dalla rabbia e dall’abuso di sostanze, è ingabbiata doppiamente dall’inquadratura e dalle pareti.

Naomi Harris in Moonlight © A24
Naomi Harris in Moonlight © A24

Ha un aspetto selvaggio e privo di controllo, fa paura e proprio per questo è circondata da un colore di allarme: il rosso. In realtà la luce che proviene dalla sua camera da letto e la investe vira più sul magenta (rosa), però l’effetto è appunto lo stesso, quello di suscitare inquietudine. La base rossa dell’illuminazione indica, senza bisogno di esplicitarlo, il conflitto irreversibile tra i due, giunto a un punto di non ritorno. Ed è anche l’unica base rossa di tutto il film.

Neon bianco-verde: la trasformazione

Siamo quasi alla fine del secondo atto. Chiron è stato appena picchiato a scuola ma questa volta le ferite sono più emotive che superficiali. Con una mossa sadica, il solito bullo sfida e costringe Kevin (miglior amico e primo grande amore di Chiron) a picchiarlo. È la goccia che fa traboccare il vaso e tutti i silenzi e la rabbia di questo protagonista così chiuso e introspettivo iniziano a prendere una direzione diversa.

La scena è molto semplice: Chiron si guarda allo specchio e sciacqua via il sangue dal viso, in un lavandino colmo di ghiaccio. Nessuna musica in colonna sonora, nessun dialogo. Solo un corpo ferito, il suo respiro e la sensazione che qualcosa si sia spezzato per sempre. Un equilibrio, un muro, una barriera di protezione: qualsiasi cosa sia, adesso non c’è più e sembra che Chiron stia per travolgerci. Glielo leggiamo negli occhi, in un primo piano che dura per 20, infiniti, secondi.

Ashton Sanders, Moonlight © A24
Ashton Sanders, Moonlight © A24

La pelle di Ashton Sanders in questa scena è più scura del sangue e delle contusioni, ma è necessario renderli entrambi evidenti per dare più intensità alla scena. Jenkins allora pone l’attore in uno spazio angusto ma chiaro, prevalentemente bianco. Già così il corpo è messo in risalto dall’ambiente, ma a ultimare l’effetto si aggiunge la luce al neon, perfettamente coerente con la scenografia del bagno, quindi giustificata anche nella sua particolare brillantezza. Il neon su un verde freddo fa letteralmente brillare la pelle di Chiron e, per contrasto e complementarietà, esalta il rosso del sangue sul suo volto. Così facendo, il volto definito, scolpito e illuminato in ogni dettaglio lascia trasparire bene la rabbia e la sofferenza che lo spingono poco dopo alla sua vendetta e all’inizio del terzo atto.

Un film complesso, inesauribile sotto un solo aspetto

A questo proposito, la netta divisione in tre atti porta verso tutto un altro discorso da affrontare riguardo la struttura del tempo, soggettivo e oggettivo, in questo grande film. Ma rimandiamo l’approfondimento a un prossimo articolo, continuate a seguirci anche su Facebook e Instagram per contenuti simili e analisi di scene e sequenze.

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Tag:, Last modified: 2 Febbraio 2021
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