Recensione di Wild Horse Nine: il ritorno di Martin McDonagh tra CIA, satira e redenzione

WILD HORSE NINE
Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.

Wild Horse Nine, il nuovo film Searchlight Pictures di Martin McDonagh arriva il 5 novembre nelle sale italiane. Presentato in anteprima all’83ª edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (dove John Malkovich si è aggiudicato la Coppa Volpi come Miglior Attore), Wild Horse Nine racconta una storia fuori dagli schemi e spiazzante attraverso un rapporto di amicizia sospeso tra un bene profondo ma mai espresso e il rimpianto per ciò che poteva essere. In un gioco in cui i ricordi si intrecciano al presente, la fedeltà reciproca rappresenta l’unico punto fermo.

Ambientato alla vigilia del colpo di Stato in Cile del 1973, l’opera ripercorre una pagina storica di risonanza globale attraverso le vicende degli agenti CIA Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell). Inviati dal loro capo MJ (Steve Buscemi) da Santiago fino all’Isola di Pasqua, i due si ritroveranno ad affrontare la prova più estrema — e potenzialmente conclusiva — della loro vita.

In mezzo a cavalli selvaggi

McDonagh conduce i suoi protagonisti in un luogo distante dalla società in cui sono abituati a muoversi, e come è stato con The Banshees of Inisherin, sviluppa una narrativa concentrata sul maschile, svelando dubbi e verità celate, che vengono fuori in forme che i due non avevano previsto.

Mentre Chris è arrivato alla fine della sua carriera, e continua a perdere pezzi di memoria, confessando nei luoghi meno indicati alcuni dei dettagli più segreti delle sue missioni passate, Lee lo accompagna come un custode in un luogo mistico e misterioso come l’isola delle “grandi teste”. I due non hanno filtri, scherzano su tutto e su tutti, la totale assenza di politicamente corretto li presenta come personaggi tragicomici, figli di un’epoca in cui le divisioni, umane e politiche, erano nette, prive di sfumature, di fatto la stessa epoca che ha causato gli errori del presente.

La costruzione narrativa dei personaggi è trasparente nella sua sincerità diretta; grande merito di Wild Horse Nine è proprio la sceneggiatura, firmata sempre da McDonagh, che mette in scena al tempo stesso una sagace critica al Paese che voleva sia Kennedy che Allende morti, e la descrizione degli ultimi momenti di vita di un uomo che, guardandosi indietro, si chiede che fine farà la sua anima dopo la morte. Chris infatti è un malato terminale dipendente ormai dalla morfina, e sull’isola inizia a registrare le sue memorie, mentre Lee non sa ancora se seguirà gli ordini o se, per la prima volta, sceglierà per sé.

L’isola, con la sua natura libera, e i cavalli selvaggi che li accolgono, diventa simbolica per l’esito della loro missione: il rapporto con quegli animali pone Chris in una condizione bambinesca e gioiosa, di riacquistato candore. Far parte per qualche giorno di quella libertà gli appare come una possibilità di salvezza, o redenzione. I cavalli, silenziosi e padroni del proprio destino, sono quanto di più lontano si possa concepire dalla CIA, che ha orchestrato tutte le fasi della vita dell’uomo, portandolo a tradire, a uccidere, a nascondersi.

Dinosauri in paradiso

Un ampio spettro di emozioni si consuma sul volto di un eccezionale John Malkovich: il suo sorriso si tramuta in una frazione di secondo in amara coscienza, che arriva immediata, repentina. Se le parole scritte per lui da McDonagh si accordano con spavalda sfrontatezza in alcuni momenti, e con struggente dolcezza in altri, è grazie alla sua interpretazione che un personaggio così allegorico riesce a emergere, continuando a riempire i pensieri di chi guarda il film, anche giorni dopo dalla visione. Questo perché, al di là della travolgente ironia (e autoironia) è attraverso Chris che il film intende fare un doloroso parallelo tra ieri e oggi a proposito di uomini abituati a seguire ordini.

Cosciente della sua prematura dipartita, l’uomo inizia a chiedersi se per un assassino come lui c’è posto in paradiso, e se nel paradiso a fargli compagnia ci sono anche esseri mostruosi e giganteschi, come i dinosauri. Emblematico e commovente è lo scambio telefonico che ha con suo fratello, un altro uomo fuggito dopo non essere riuscito a cambiare le cose; se avessero potuto impedire il presente? Come sarebbe stata la prospettiva di paradiso? Come sarebbe stato il futuro della democrazia?

In breve

Martin McDonagh colpisce ancora, e si conferma come uno dei registi in circolazione tra i più attenti alla scrittura dei suoi film: Wild Horse Nine ne è un esempio lampante, una satira feroce e al tempo stesso esilarante, un film lucido e disilluso su due uomini che hanno un rapporto di amicizia così perfetto da trascendere la vita e la morte stesse, tra una battutaccia sull’omicidio di Kennedy e una parola d’affetto, pronunciata a bassa voce, Wild Horse Nine sviluppa un discorso sul maschile per nulla retorico, incasellandolo nel 1973, proiettandolo nel presente di un Paese in cui non tutti gli assassini si chiedono se andranno o meno in paradiso.

Dalla nostra recensione di Venezia 83.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
9
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
recensione-di-wild-horse-nine-il-ritorno-di-martin-mcdonagh-tra-cia-satira-e-redenzioneMartin McDonagh colpisce ancora, e si conferma come uno dei registi in circolazione tra i più attenti alla scrittura dei suoi film: Wild Horse Nine ne è un esempio lampante, una satira feroce e al tempo stesso esilarante, un film lucido e disilluso.