Quasi inevitabile il cliché del «ma cosa diavolo ho visto?» alla fine di Siberia, (pen)ultimo film di Abel Ferrara: perché dopo le peregrinazioni dell’alter-ego Willem Dafoe trainato dagli husky fra i ghiacci e le grotte, le sabbie e le oasi della (sua) psiche colpevole, si esce da 92 minuti tra i più onirici dell’allucinato 2020. Difficile trattenerne i materiali evanescenti. Difficile valutarli, tra lampi (di genio) stranianti e vanità d’autore che (si) dibatte tra es e super-io, ricordi e rimandi, Nietzsche e Cristo. Cinema di un peccatore radicale: per fortuna.

Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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