
In occasione della nona edizione dell’Orvieto Cinema Fest, l’artista e regista Elisa Chiari trasforma la Chiesa dei Santi Apostoli in un bosco sospeso di immagini. Un’indagine fotografica che intreccia la storia delle guaritrici umbre e il sapere delle piante
Dal 20 al 27 settembre 2026, la Città della Rupe torna ad accendere i suoi schermi e a trasformarsi in un cantiere d’arte diffusa. Giunto alla nona edizione, l’Orvieto Cinema Fest si conferma come uno dei presidi culturali più vitali del panorama nazionale. Guidato da un direttivo interamente al femminile — composto da Stefania Fausto, Sara Carpinelli, Valentina Dalmonte e Francesca Bonfanti (Orvieto Cinema Fest ODV) — il festival continua a perseguire l’obiettivo di rendere la cultura accessibile e gratuita, attivando la monumentalità del patrimonio storico cittadino attraverso i linguaggi del contemporaneo.
Il festival riconferma la sua vocazione multidisciplinare dando ampio spazio anche alle arti visive con la mostra personale Sibille di Elisa Chiari, curata in collaborazione con Martina Dal Savio e Gaia Rotili.
Chi è Elisa Chiari
Regista e fotografa nata in provincia di Brescia nel 1997, Elisa Chiari sviluppa da anni una ricerca artistica incentrata sulle intersezioni tra paesaggio, memoria collettiva e questioni di genere, interrogandosi su come i luoghi e le narrazioni territoriali influenzino la costruzione delle identità.
Nel 2023 ha esposto a Brescia il progetto fotografico Toponomastica Femminista, mentre il suo documentario Mother Mare (2024) è stato selezionato in diversi festival internazionali, tra cui il FrontDoc e l’Athens Ethnographic Film Festival. Il suo ultimo cortometraggio Gusci, realizzato in co-regia con Francesca Trovato, è stato presentato in anteprima alla Settimana Internazionale della Critica nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Con Sibille, l’artista porta a Orvieto una ricerca visiva fondata sull’ascolto del territorio.
L’archivio vegetale e la riscoperta dei saperi rimossi
Installata nella navata della Chiesa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo, Sibille nasce da un workshop promosso da Orvieto Cinema Fest insieme a botaniche, erboriste e professioniste del territorio umbro. Attraverso la fotografia, Chiari crea un cortocircuito tra storia e botanica. Dalla dea etrusca Norzia alla Sibilla Appenninica, dalle guaritrici medievali fino alle donne perseguitate per stregoneria, la storia umbra è permeata da figure femminili custodi di un sapere empirico e vegetale: una conoscenza legata alla cura e ai cicli naturali che la narrazione ufficiale ha progressivamente spinto ai margini.
L’allestimento trasforma la chiesa in un paesaggio attraversabile: al centro è sospeso un bosco fotografico dedicato alle piante spontanee del territorio; ai lati spiccano i ritratti delle “sibille contemporanee”, donne che oggi mantengono vivo questo legame con la terra. Incontrando l’artista, ci siamo fatti raccontare la genesi di questo percorso e il valore politico di portare un archivio di memoria femminile all’interno di uno spazio ecclesiastico.

Da dove nasce l’ispirazione per questo progetto e cosa ti ha spinto a mettere insieme fotografia e botanica?
Nei miei lavori mi interesso da sempre a tematiche legate alla magia popolare, alla ritualità e soprattutto alle tradizioni femminili. Avere la possibilità di sviluppare un progetto in Umbria è stato estremamente stimolante: questa regione ha una storia attraversata da tantissime figure femminili molto potenti, tutte caratterizzate da un forte rapporto con la natura e con forme di sapere alternativo. Pensiamo alle divinità etrusche, alla Sibilla Appenninica o alla complessa storia della stregoneria, fortemente radicata in questo territorio.
Mi sembrava interessante osservare come, in molte culture, tutta questa tradizione di saperi legati alle piante sia stata tramandata per linea femminile, e come questo sapere sia stato progressivamente sempre più marginalizzato e nascosto. Volevo realizzare un progetto che potesse dare spazio a questa eredità. Da qui è nata l’idea e la domanda alla base del percorso: chi sono le sibille oggi? Ci sono ancora persone che si fanno carico di questa tradizione?
Alla luce del lavoro svolto, chi sono davvero le “streghe” o le “sibille” di oggi?
Le sibille sono persone che scelgono consapevolmente di vivere e relazionarsi alla natura attraverso modalità che non sono necessariamente le più semplici, ma che scelgono davvero di mettersi in ascolto dei ritmi naturali. Decidono di viverli non solamente in maniera produttiva e consumistica, ma mettono in pratica ogni giorno modalità di ascolto e di cura, cercando di mantenere vive e veicolare conoscenze che hanno ereditato.
Portare un archivio su streghe e guaritrici dentro una chiesa è una scelta provocatoria oppure c’è un dialogo diverso con l’architettura che lo ospita?
A livello curatoriale ho deciso di non nascondere lo spazio della chiesa, ma anzi di creare un dialogo continuo tra le immagini della mostra e il contesto esistente. Penso che si crei una porosità molto interessante, proprio perché la Chiesa è stata un’istituzione che per moltissimi secoli ha perpetrato questo sistema di demonizzazione e marginalizzazione di tali saperi. Trovavo giusto ed efficace che questo tipo di memoria collettiva potesse riappropriarsi di uno spazio sacro per restituirgli nuovo senso.
Cosa deve aspettarsi il visitatore entrando all’interno della Chiesa dei Santi Apostoli?
La mia speranza è che il visitatore possa sentirsi libero e quasi invitato ad attraversare lo spazio, lasciandosi guidare non da un percorso rigido o predefinito, ma dall’energia che viene sprigionata da queste piante. Mi auguro che questo ambiente possa riattivare qualcosa nell’osservatore e risuonare con la sua personale sensibilità.
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