
New York, fine anni ’90. Hank (Austin Butler), ex promessa del baseball, con una prematura dipendenza dagli alcolici, lavora come barista, ha una ragazza di nome Yvonne (Zoë Kravitz) e vive accanto a un punk inglese (Matt Smith) che, un giorno, decide di affidargli il suo gatto per il periodo di tempo in cui sarà lontano da casa per un improvviso malore del padre.
Inizia così un’avventura inaspettata e violenta tra i bassifondi del Lower East Side, meglio nota come Una scomoda circostanza- Caught Stealing, diretto da Darren Aronofsky e al cinema dal 27 agosto.
Un nuovo Aronofsky
Parliamo innanzitutto dell’elefante nella stanza (no, non l’incredibile presenza scenica di Butler e Kravitz): quando si dice Aronofsky si sa bene a cosa si va incontro, vale a dire film strazianti, che strizzano l’occhio al grottesco e che dipingono scenari al limite dell’inverosimile pur di causare una reazione di pancia da parte del pubblico.
Adesso, invece, pur senza perdere quel tocco cruento a lui caro, Aronofsky decide di fare qualcosa di inaspettato e dirigere un film action in cui – addirittura- si ride.
Ovviamente parlare di comedy vorrebbe dire spingersi troppo in là, ma le mille peripezie del bravo ragazzo Hank, coinvolto inconsapevolmente in una rete di spaccio e criminalità organizzata e la cui grande priorità rimane tenere al sicuro un gatto, non può che far spuntare più di qualche sorriso sul volto di chi guarda.
Una piacevole scoperta, soprattutto considerato il già citato storico del regista, che sembrava ormai essersi arenato in una sequenza di film, seppur con un grande seguito tra pubblico e critica, ancorata a una narrazione del dolore, del trauma e delle dipendenze oscura e raccapricciante. Adesso, invece, si concede di trattare comunque gli stessi temi ma lasciando un margine di leggerezza, di speranza, un “silver lining” in mezzo al marcio e al brutto che compongono il mondo e chi lo abita. Dopotutto, sembrerebbe essersi detto Aronofsky, bisogna pur imparare a riderci su.

Il corpo come mezzo
Sempre parlando di ciò che caratterizza la produzione cinematografica di Aronofsky, non si può non citare una certa predisposizione per il body horror o, comunque, uno sguardo attento e a volte ossessivo ai corpi. Si pensi a Il cigno nero, The Wrestler, The Whale: tutti film in cui la fisicità dei protagonisti viene analizzata e manipolata, diventando parte integrante del discorso. Con Una scomoda circostanza è possibile percepire ancora quell’attenzione ai corpi (in questo caso un infortunio) ma senza l’esasperazione che invece segnava i film precedenti: Hank, Yvonne, Roman, Russ e tutto il corollario di personaggi che compaiono sono perfettamente conformi, spesso anche particolarmente piacenti (vedi, appunto, Butler e Kravitz) e ricalcano più lo stereotipo dei protagonisti da action movie i quali, per l’appunto, sfruttano il corpo come strumento per affrontare i problemi e non come rappresentazione degli effetti del mondo su di esso.
Non si tratta per forza, dunque, di un utilizzo più corretto del mezzo corpo (se di corretto e sbagliato si può parlare), ma semplicemente di uno più in linea con il genere narrativo che fa da traino al film, l’azione, il classico scappa-spara stile film di Bruce Willis anziché drammi emozionali.
Una New York d’altri tempi
Chi conosce e apprezza gli action movie sa bene che ruolo fondamentale lo gioca il luogo in cui si svolge: a meno che non ci siano corse in auto, il film d’azione classico si svolge in città cosmopolite e grandi, dove eroi e inseguitori scappano e si confondono, danno vita a sequenze di inseguimenti piene di salti rocamboleschi e merce dei supermercati distrutta e resa inevitabilmente immangiabile.
Scelta, quindi, più che adatta al ruolo è quella di New York, soprattutto quella della fine degli anni ’90, quando la gentrificazione iniziava a essere un tema, anche se ancora lontana dal trasformare le zone più pericolose della città in angoli instagrammabili. E questo tema, infatti, viene anche portato a galla nel corso del film, dove ovviamente una metropoli pulsante come New York si erge a vera e propria creatura a sé, con i suoi snodi, il suo guardare tutto e non vedere niente, il suo accogliere ciò che viene senza fare troppe domande e, ovviamente, la sua continua trasformazione.
La New York di Una scomoda circostanza è quella sporca, brutta, cattiva che siamo abituati a conoscere e amare e che, proprio dalla fine degli anni ’90, ha avviato un percorso per far morire questa parte di sé (per lo meno all’apparenza) e diventare ritrovo hipster sempre più costosi e fintamente esclusivi. Una critica sottile che si esprime decidendo di ambientare un film non in un’altra epoca, ma in un passato che la fa sembrare di un’altra epoca, quando i bar facevano sostanzialmente schifo, conoscevi i tuoi vicini di casa e li prendevi in giro perché di lavoro “creavano siti web”.
In breve
Una scomoda circostanza dunque non crea nulla e non inventa niente, non si pone come obiettivo quello di sconvolgere o far cadere il pubblico dalla poltrona, quanto piuttosto mira a essere popolare (complice il casting che, ad esempio, prevede anche la partecipazione di Bad Bunny), di intrattenere senza pretese. Fa strano che a farlo sia qualcuno come Aronofsky, ma nella sua evoluzione verso i film un po’ meno disturbanti e un po’ più classici potrebbe aver trovato uno spazio in cui un gatto e la sua passione per la violenza possano coesistere in armonia.





