Uomini senza donne

Murakami Haruki può considerarsi un maratoneta olimpico di scrittura. Nel corso degli anni è sempre stato presente nel mondo della letteratura senza mai concedersi lunghe pause tra un’opera e l’altra. L’esatto opposto dello scrittore “dallo scatto breve”, centometrista, affermerebbe il memorabile personaggio Jep Gambardella del film La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

Uomini senza donne è un romanzo edito da Einaudi incentrato su una forma d’amore poco esplorata, quella maschile. Un territorio occulto difficile da penetrare, soprattutto se la mente “lettrice” è quella tipicamente femminile.

Un libro diviso in 7 racconti, tra i quali Drive my car, storia che dà inizio ad una serie di narrazioni a cascata e sulla quale soffermo la mia attenzione.

Drive my car. Il dialogo del silenzio

Drive my car non rappresenta solo il primo racconto del libro che apre le porte alla realtà dei sentimenti in versione “mascolina”, ma diventa anche ispirazione per l’omonimo film del regista Ryusuke Hamaguchi candidato a quattro premi Oscar, tra cui miglior film e miglior film internazionale.

L’adattamento di tre ore della pellicola, rispetto alle 40 pagine della storia è segno spudorato di quanto Murakami trasmetta il suo messaggio d’amore, più con i silenzi che con le parole.

La trama ruota intorno al dialogo che avviene tra i due unici protagonisti diretti, Kafuku, attore e regista teatrale e Misaki, una ragazza di 25 anni poco attenta al suo aspetto e alla sua immagine, ma molto abile alla guida, requisito essenziale che le ha permesso di ottenere il lavoro come autista al servizio dell’attore, a bordo di una Saab 900 gialla di proprietà di quest’ultimo.

Il viaggio in macchina ed il dialogo che si instaura tra loro, permette la totale manifestazione dello stato d’animo di Kafuku in merito alla moglie scomparsa prematuramente a causa di un male incurabile.

La penna di Murakami appare talmente viva che riesce a far viaggiare sulla Saab 900 anche il lettore, attraverso un percorso non solo fisico, ma soprattutto introspettivo.

Il mondo dei sentimenti maschili

L’ascolto silenzioso e rassicurante dell’autista Misaki è un chiaro invito rivolto all’uomo, che lo porta a rivelarle gli aspetti più bui e tristi del suo legame matrimoniale, includendone i tradimenti reiterati di sua moglie.

Ma l’aspetto fedifrago e libertino della donna è ben lontano da quello che viene mostrato, nelle sempre attuali, Madame Bovary o Anna Karenina. In questo caso, i tradimenti a discapito del protagonista maschile, assumono vesti quasi filantropiche, rimesse alla disarmante compassione e comprensione di lui.

Lo sfogo di Kafuku che ricorre durante tutto il viaggio in auto con Misaki, è analitico, oggettivo, e mai accusatorio. Parlando dei ricordi di sua moglie nelle braccia di un altro uomo, non vi è traccia di colpevolizzazioni ai danni della donna, a tal punto di spingersi fino alla massima vetta della solidarietà, ovvero conoscere uno degli amanti della compagna, riuscendo perfino a provare una paradossale tenerezza nei suoi confronti.

Il filo che separa la solidarietà dalla competizione è molto sottile ed è quello che traccia la distanza tra la passione femminile e quella maschile.

Con Drive my car, lo scrittore dona luce a quel filo che separa i due universi, dove la donna compete, mentre l’uomo è solidale, ed il tutto è dichiarato e confermato dalla forza inarrestabile delle femmine e dalla vulnerabilità ed arrendevolezza dei maschi.

Il ruolo dell’amante, nel racconto giapponese, è finalizzato ad essere una perfetta cartina di tornasole. Un elemento che non priva l’uomo della sua virilità, ma piuttosto gli attribuisce coscienza dei propri errori in proporzione alle virtù dell’altro. Una solidarietà maschile che va oltre l’onore e di cui se ne è parlato sempre molto poco.

Murakami scrive dei sentimenti degli uomini in maniera delicata. Scardina e supera il pragmatismo e la freddezza tipica del presunto ed ormai superato “sesso forte” e li rielabora in concettualismi femminili.

Il metateatro e Zio Vanja

Al termine del racconto e con gli ultimi “botta e risposta”, l’attore si sposta dal sedile posteriore a quello anteriore della Saab 900 gialla accanto a Misaki, segno di massima apertura e confidenza acquisita chilometro dopo chilometro, e che pone la parola “fine” al suo viaggio interiore.

Drive my car è apologia pura del metateatro. 

Più volte viene citato Zio Vanja di Čechov, spettacolo che lo stesso regista teatrale è chiamato a dover interpretare, descrivendone i passaggi e le difficoltà che l’arte del palcoscenico incontra quotidianamente. 

La vita è un grande teatro dove ognuno è chiamato a dover recitare la propria parte nel mondo, con l’unico scopo di resistere e sopravvivere alle sofferenze.

Il disincanto di Zio Vanja trova ampio spazio nelle righe di Drive my car con Kafuku e Misaki.

Misaki: “Tutto quel che possiamo fare è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti”.
Kafuku: “Allora tutti dobbiamo recitare?”.
Misaki: “Sì, più o meno è così”.

Per lo scrittore, i sentimenti, le passioni, la vita sono nient’altro che un trucco. 

Soltanto un trucco che trova pace ai tormenti esclusivamente con la recita scenica dell’esistenza.

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Annamaria Martinisi
Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.