
È disponibile dal 28 novembre su Raiplay, con tutti i suoi 8 episodi, L’appartamento – Sold Out: una “favola” contemporanea ambientata a Centocelle, dove per colpa di una truffa immobiliare tre coppie molto diverse tra loro si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto. Dalla regia di Giulio Manfredonia e Francesco Appolloni, la serie si concentra sul senso di casa, trovando nel genere dramedy la chiave giusta per far riflettere chi guarda.
Nel ruolo di Luisa Fusco, una parrucchiera di borgata che non ha più fiducia negli uomini ma che ha un amore smisurato per suo figlio, che cresce da sola, c’è Liliana Fiorelli; dolce, autoironica, calata in un personaggio che rivela paure e fragilità in cui ritrovarsi. L’attrice ha raccontato a FRAMED cosa significa mettere in scena una storia priva di luoghi comuni, in un’Italia multiculturale dove ognuno ha una voce da far sentire.
Chi è ne L’appartamento – Sold Out il tuo personaggio, Luisa Fusco, e come ti sei approcciata a tematiche così attuali e urgenti?
Luisa Fusco lavora come parrucchiera in casa, è un’abitante dell’appartamento da molto tempo, quindi osserva l’incursione di queste varie famiglie, che entreranno all’interno dello stesso appartamento a causa di una truffa fatta a loro insaputa. Luisa, oltre a ritrovare se stessa anche sfiorando forme di spiritualità, è un’ascoltatrice di storie, delle storie di ognuno di loro; cerca di essere un’amica, ma è anche una mamma che cresce suo figlio da sola, di certo non crede più da molto tempo nell’amore o comunque nella possibilità di essere felice con una persona, per questo ha coltivato una durezza, una corazza che tira fuori anche nella risoluzione dei problemi in maniera un po’ ruvida, ma sicuramente molto concreta. Ci sarà poi forse una possibilità di riscoprire la tenerezza o almeno la possibilità di contraddirla? Chissà…
Abbiamo presentato L’appartamento – Sold Out ad Alice nella Città 2025 come evento speciale e abbiamo ricevuto subito una calorosa accoglienza. È una serie piuttosto insolita, proprio per l’Italia, perché racconta del presente: il presente di un Paese diviso in fette di multiculturalità, immaginandolo come una grande torta dai tanti colori. I temi affrontati sono davvero delicatissimi, e spesso proprio inediti, lo dico in questo caso da spettatrice; si parla di maternità, di paternità in una chiava molto moderna, senza moralismi, lasciando anche aperte delle contraddizioni, dell’ingresso nell’età della maturità, dello scontro fra religioni. L’appartamento diventa la metafora del nostro Paese in qualche modo, cosa vuol dire coabitare all’interno di quello che diventa un luogo dell’anima, una metafora in cui ognuno può rispecchiarsi.
Inoltre ciò che è davvero bello della scrittura, e anche della regia di Giulio Manfredonia e Francesco Apolloni, è la capacità di restituire a ogni fetta di questa torta una dignità autonoma, fuori dai cliché. I personaggi piano piano si smussano, evolvono, anche per quanto riguarda me, per il mio personaggio, dove si vede anche un cambio di look che segue forse un cambio interiore. L’intera storia è una commedia, ma chi guarda empatizza con una serie di ferite, che ognuno dei personaggi porta con sé, tentando come può di essere felice, e di trovare un posto nel mondo.

Il tuo lavoro non è solo nella serialità e al cinema ma anche a teatro: sei la co-protagonista dell’intenso spettacolo Girl in the Machine, che abbiamo amato nel 2021.
Mi ricordi qualcosa che mi emoziona molto, Girl in the Machine fu uno spettacolo tosto, ancora me lo sento dentro, e ha una super scrittura, ovvero quella di Stef Smith, vincitrice dell’Olivier Award nel 2012.
È un progetto a cui sono rimasta molto affezionata, una storia incredibilmente attuale, che lo diventa di più di anno in anno, in riferimento al rapporto con la tecnologia. Molti lo definirono uno spettacolo distopico, magari fosse distopico; a me è sembrato iperrealistico. Si arriva a delle conseguenze molto accese, è vero, ma il rapporto con IA, l’istigazione al suicidio, sono tematiche che riscontriamo anche nelle notizie di cronaca.
Hai anche scritto tu stessa uno spettacolo teatrale, vero?
Sì, insieme a Gianni Corsi ho scritto lo spettacolo Degne di nota. Lo spunto è nato durante una cena con amici in cui pensavamo per gioco a nomi di registi e registe, poi pittori e pittrici, poeti e poetesse, e ogni funzione artistica trovava un corrispettivo sia per il maschile che per il femminile, anche più di uno, ma quando ho detto “composizione classica” non c’era nemmeno una compositrice, a nessuno veniva in mente, e mi sono chiesta: non ci sono state oppure sono state arginate? O eliminate dalla Storia? Da qui nasce la provocazione a cui rispondo con lo spettacolo: le grandi biografie di donne compositrici sono state condotte all’oblio per mancanza di talento o per una damnatio memoriae?
A partire da questa riflessione è uscito fuori uno studio di alcuni mesi che ho portato avanti con il mio coautore, è stato come mettere le mani su un tesoro sommerso, prima abbiamo cercato notizie online, poi tantissimi libri, enciclopedie, anche qualche consulenza con musicologhe che ci hanno saputo indicare la via. Degne di nota è un’antologia di biografie e poi di invito all’ascolto di sei compositrici classiche dal Rinascimento fino ai giorni nostri, per raccontare e per rispondere alla domanda provocatoria dell’inizio. La risposta è che le donne compositrici ci sono state, pure bravissime, ma ostacolate dalla corsa forsennata alla memoria storica. Infine lo spettacolo è stato prodotto dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, e ha debuttato lo scorso anno all’Auditorium Parco della Musica, quindi abbiamo avuto il nulla osta da questa struttura così prestigiosa.
Pensi la tua laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo sia determinante in questa tua poliedricità artistica?
Credo proprio di sì, la laurea la sto riscoprendo paradossalmente come un buon vino, anche le mie letture, gli studi, i legami con alcuni professori, mi piace essere a volte competente su alcune passioni. Spesso, anche in questo campo attoriale, ma in generale gli artisti, sono curiosi ma difficilmente ad approfondire, per mancanza di tempo soprattutto. Ricollegandomi al periodo universitario ho riscoperto tantissimi libri, materiali o anche appunti che hanno reso il mio sguardo e anche la mia mente più onnicomprensivi rispetto a una serie di cose.
Alla scorsa Festa del Cinema è stato presentato anche Il grande Boccia; che tipo di esperienza è stata omaggiare il mondo dei B movies?
Innanzitutto Il grande Boccia racconta una storia magistralmente diretta da Kare Di Porto, ed è l’ultima produzione di Galliano Juso, una colonna della produzione italiana di una certa epoca e di un certo modo di fare cinema. Il protagonista è Tanio Boccia, uno dei più prolifici registi di B movies, e il mio personaggio è Carmen Pepe, ed è ispirato ad attrici come Moira Orfei o Rosalba Neri. È stato interessante far parte di un racconto che ovviamente parla di cinema, ma anche di un’italianità poco conosciuta; di italiani ingegnosi che avevano il sogno italiano, parafrasando il sogno americano, ovvero quello di fare cinema trovando il modo, in un’ottica molto più artigianale che di strategia. Questo aspetto volitivo è impersonificato da Boccia, magnificamente interpretato da Ricky Memphis, che gli restituisce tridimensionalità, vulnerabilità e anche una profonda, amara ironia, perché può succedere che il sogno venga preso a sassate dalla realtà.
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