Elvind Landsvik, Alice nella Città 2026
Elvind Landsvik, foto di Emma Šukalić. Alice nella Città 2026

Il regista norvegese Elvind Landsvik presenta ad Alice nella Città 2026 il suo primo lungometraggio, Low Expectations (Lave forventninger): il film dopo essere stato a Cannes entra nel programma di Alice grazie alla sua rara capacità di fare da ponte tra due generazioni, di parlare a chi ha avuto una battuta d’arresto e non sa come rialzarsi, ma anche a chi deve ancora buttarsi e non sa ancora come farlo davvero.

Il regista riesce a creare un’atmosfera ovattata in cui le emozioni e i sentimenti si sbiadiscono nelle giornate tutte uguali della protagonista, Maja, che nel momento di massimo successo per la sua carriera musicale crolla, ha un esaurimento che la riporterà a vivere a casa di sua madre, senza riuscire a raccontarle come si sente, e a fare la supplente in una scuola superiore, costantemente a disagio tra ragazzi e ragazze che hanno ancora un ricco ventaglio di possibilità di fronte a loro. Il lavoro di Landsvik restituisce una ricchezza di sfumature sussurrandole allo spettatore, raccontando una storia di depressione e inadeguatezza, ma anche di ricerca nei confronti delle piccole cose.

Cosa volevi che Marie portasse nel suo ruolo? E come avete lavorato insieme voi due per dare vita a quel personaggio?

Marie è entrata nel processo di casting piuttosto tardi. Non avrei mai e poi mai immaginato che avrebbe interpretato questo personaggio, ma stavo cercando Maja e non l’avevo ancora trovata, dopo aver provato sia attori professionisti che non professionisti.

Poi mi è venuta l’idea di fare i provini anche ad artisti, e il nome di Marie è stato praticamente l’ultimo a saltare fuori. Quando l’ho incontrata, ha portato qualcosa che non avrei mai potuto immaginare, perché la sua energia come persona è così lontana da quella di Maya…ma mi ha convinto in quel preciso istante, perché ha questa forza davanti alla telecamera che quando l’ho ripresa e l’ho vista semplicemente pensare senza dire niente, mi è venuta voglia di entrarle nella testa. È questa la cosa principale che ha portato.

E, a parte questo, ne abbiamo parlato molto. La sceneggiatura non è cambiata poi così tanto, ma penso che sia perché Marie ha capito il personaggio in un modo davvero speciale.

Cosa rappresenta il sound design? Cosa vuoi trasmettere allo spettatore attraverso il suono?

Volevo che il suono fosse in contrasto con la musica nel film. Quindi ho immaginato che ci sarebbe stata molta quiete, in termini di come suona sedersi in un’aula scolastica silenziosa e cose del genere. E questo è stato un importante contrasto con la vita frenetica che Maya ha vissuto: ora tutto è diventato silenzioso e la musica è svanita. Ma in quella quiete, se ascolti, c’è un sacco di suono ed è in realtà molto ricco.

La figlia di uno dei miei migliori amici è alle superiori e, dopo aver visto il film, è venuta a casa da suo padre un giorno e ha detto: “In Low Expectations, il suono dell’aula è esattamente quello che si sente davvero in un’aula”. Sono stato molto felice di sentirlo! Volevo che il sound design apparisse autentico e normale, non mi piace quando la gente esagera. Posso apprezzarlo in un film horror, ma quando vedo un film del genere non voglio che, se c’è una porta nuova, faccia rumore, perché le porte nuove non fanno rumore. Ho cercato di fare qualcosa di autentico, reale e di tutti i giorni.

Quando Maya e i suoi colleghi danno voce ai ragazzi che interagiscono fuori dalla finestra, sembra che superino di slancio tutto l’imbarazzo tipico delle relazioni adulte. Ma è davvero così? C’è la sensazione che certi nodi irrisolti non si sciolgano mai del tutto.

Hai ragione, in realtà non superano del tutto quell’imbarazzo. Entrando in questo universo fantastico in cui doppiano i ragazzi, riescono a spingersi oltre semplicemente perché stanno giocando. Per quanto mi riguarda, a volte trovo più facile recitare o fingere che parlare apertamente di questioni complesse. Quindi non si tratta di esserci “passati sopra”: piuttosto, quel meccanismo riflette proprio la difficoltà intrinseca nel comunicare le cose che pesano di più.

LOW EXPECTATIONS

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.