Roberto Zibetti. Foto di Roberta Krasnig
Roberto Zibetti. Foto di Roberta Krasnig

Attore e regista teatrale, Roberto Zibetti sta attraversando una stagione di straordinaria versatilità interpretativa che lo vede diviso tra TV, cinema e teatro: sarà dal 9 ottobre su Sky e Now TV in Nord Sud Ovest Est (prodotto da Groenlandia, con la regia di Sydney Sibilia, Alessio Lauria, Simone Godano, Alice Filippi), dove veste i panni del carismatico Claudio Cecchetto: un ritratto appassionato del “Re Mida” che ha rivoluzionato il pop e la cultura mediatica italiana.

Una prova complessa a cui si affianca la recente parentesi veneziana con Il Grande Giaffa di Marco Santi, in cui dà corpo al Grande Giason — una parabola sull’eccentricità e il “finto-profondismo” della società odierna —, per poi approdare il 19 novembre nelle sale con Un weekend artificiale di Leonardo Pieraccioni. A FRAMED Roberto Zibetti racconta il lavoro di ricerca necessario per incarnare una figura iconica come Cecchetto, e la sfida di esplorare i lati più ambigui e satirici dei suoi personaggi.

A Venezia ti abbiamo visto nel film Il grande Giaffa, che ha aperto la 41ª Settimana Internazionale della Critica, un’opera veramente interessante e diversa.

È un’opera molto originale, che ha anche un grande valore dal punto di vista della realizzazione, se pensi che è stato girato in appena quattro settimane e mezzo. Marco Santi è stato molto bravo, e con lui anche gli sceneggiatori Lorenzo Bagnatori ed Eva De Prosperis. Hanno fatto un gran bel lavoro. È un film abbastanza spietato, seppur con una sua chiave grottesca.

Il tuo personaggio è molto “pericoloso”, eppure perfettamente inserito nella società contemporanea…

Sì, è una sorta di modello base di questo narcisismo fondato assolutamente sul nulla. Io la chiamo “l’essenza madre” del narcisismo: non c’è più nemmeno il bisogno di pensare – e meno che mai di pensare a qualcosa di intelligente – ma vale la regola del “sono, dunque sono”. Si tratta solo di affermare selvaggiamente la propria esistenza. E in un contesto attuale così appiattito e degradato, funziona anche solo questo. Anzi, genera una specie di schizofrenia per cui andiamo tutti dietro a centri d’attenzione che non hanno alcuna coerenza da un punto di vista umanistico, né alcun tipo di qualità.

Hai avuto qualche ispirazione in particolare per il personaggio del Grande Giason?

Da un punto di vista concettuale, ho messo insieme questa ossessione di affermare la propria identità al di là di qualsiasi tipo di racconto. A livello simbolico, volevo imitare la dinamica dei social network, dove c’è questa smania di affermarsi in modo completamente gratuito. Pur di ribadire la propria identità, si prende a pretesto qualsiasi cosa per fare affermazioni che sembrano importantissime, ma che di base restano puro gossip, perché è questo che i social richiedono.

Dall’altra parte, mi sono ispirato a certe parodie della ricerca teatrale. Mi riferisco a quei personaggi degli anni ’70 – io poi ho iniziato negli anni ’90 fondando una compagnia e occupandomi di produzione e ricerca – che a un certo punto andavano un po’ oltre. Pur di risultare “strani”, facevano cose stravaganti, complice anche un’epoca fatta di provocazioni e tentativi. Il mio personaggio incarna quell’attitudine portata al parossismo: una volta ottenuta l’etichetta del successo, basta davvero pochissimo per convincere gli altri di essere depositari di un qualche valore.

Non mi sono ispirato a nessuno di specifico in realtà; sul set lo chiamavo “un David Bowie di provincia”. Dato che Bowie è un mito di precisione, concretezza e ricchezza di contenuti, questo personaggio ne rappresenta un cattivo imitatore: sfoggia un’eccentricità di cattivo gusto, piuttosto basica.

Che però, sfortunatamente, risulta ipnotica per la massa.

Esatto. Di figure così ce ne sono un sacco in giro, e non era un personaggio semplicissimo. Sulla carta è una cosa, ma poi tradurlo in scena è un’altra. Il film ha una componente legata all’assurdo che richiede grande attenzione; io dicevo sempre che mi sembrava un’opera vicina al teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco. E si sa: più le situazioni sono assurde, più le interpretazioni devono essere precise, in modo che le relazioni tra i personaggi abbiano senso e coerenza.

Dal 9 ottobre, invece, torni con Nord Sud Ovest Est, la seconda stagione della serie sugli 883. Il ruolo di Claudio Cecchetto ha rappresentato un vero e proprio viaggio nel tempo per te.

È stata un’esperienza incredibile, una grande scuola. Nel nostro mestiere è sempre un ricominciare; ci si mette al servizio del progetto come se fosse il primo giorno di scuola. In questo caso, però, avevo a che fare con un personaggio dotato di un modo di pensare e di comportarsi molto preciso, calato in un universo culturale da un lato estremamente riconoscibile, dall’altro molto interessante. È l’epoca in cui, di fatto, nasce la cultura pop in Italia, modellandosi su influenze anglosassoni. Lui andava in Inghilterra e portava qui la loro musica, andava in America e importava i videoclip; prendeva le novità e ci costruiva sopra con enorme qualità e inventiva. La cosa magnifica non è solo la sua figura, ma lui calato nel suo contesto. È un percorso che parte da lontano, dalle radio libere, che avevano un’attitudine quasi punk.

Nascevano da una necessità assoluta di espressione. Queste emittenti rompevano illegalmente il monopolio, permettendo a nuove generazioni di esprimersi in una maniera totalmente inedita per l’Italia. Da lì si è passati alla radio ufficiale, poi alla figura del produttore, fino ad arrivare al mainstream e al nazionalpopolare. Con questo ruolo mi sembra di aver fatto un riassunto di tutti quegli anni. Quando vivi le cose in prima persona, lo fai con una consapevolezza relativa; quando invece le studi per lavorarci su, le assorbi molto di più, perché lo fai con uno sguardo adulto e ragionato. Interpretare Cecchetto è stato un vero regalo.

Nella serie vi trovate a interpretare persone realmente esistite senza però cadere nella macchietta: fate emergere le persone, non soltanto i personaggi. Come ti sei avvicinato a questa sfida e come è cambiato il lavoro tra la prima e la seconda stagione?

Esatto, credo che la forza stia proprio lì: non sono semplici macchiette. Come avviene nelle migliori produzioni sui personaggi reali – penso ad esempio a The Crown – si cerca una somiglianza profonda nel modo in cui la persona si rapporta alle cose, piuttosto che un’imitazione di superficie. La serie vive di un’ironia che nasce da un’autenticità di fondo.

Per prepararmi ho fatto una full immersion nel suo mondo: ho letto la biografia, ascoltato tantissima musica, tutto quell’immaginario che in parte aveva importato e in parte inventato. Ma la svolta è arrivata trovando sul web un vecchio provino che fece per la RAI a venticinque anni per la conduzione di Discoring. Vedere un personaggio pubblico – solitamente percepito come sicuro di sé – in una zona di vulnerabilità è stato illuminante. In quel provino emergeva un contrasto affascinante tra grande umiltà e un pizzico di spavalderia, con tutto il desiderio di emergere di fronte a una commissione che lo stava giudicando.

Una volta compreso il suo modo di pensare e le sue dinamiche emotive, ho studiato a memoria testi e movimenti, sfruttando il materiale d’archivio disponibile come un’ancora concreta. Poi c’è il lavoro sulla distanza della serie: nella prima stagione disegni il personaggio in forma empirica, prendi le misure; nella seconda, una volta interiorizzato, puoi finalmente portarlo “in giro” con disinvoltura e grande divertimento.

Roberto Zibetti in Nord Sud Ovest Est. Sky Foto Ciriello
Prossimamente ti vedremo al cinema nel nuovo film di Leonardo Pieraccioni. Che esperienza è stata?

Sarò l’antagonista della storia, ma si tratta di un personaggio pensato decisamente in chiave comica. Nel film, Leonardo affronta il tema dell’intelligenza artificiale con molta brillantezza: il mio personaggio è un super guru dei tech e dell’AI.

Mi sono trovato benissimo a lavorare con questo gruppo di comici, che considero dei grandissimi artigiani dello spettacolo. C’è una vera e propria scuola dietro il loro lavoro. Quando il contesto è chiaro, strutturato e affrontato con questo rigore artigianale, per me è molto più semplice calarmi nella parte e variare registro. Con Leonardo è stato esattamente così.

Un altro progetto molto atteso è Ombra, la nuova serie diretta dai Manetti Bros. Che tono dobbiamo aspettarci?

Ombra è un progetto estremamente interessante e perfettamente nelle corde dei Manetti. Lavorare con loro è bellissimo perché hanno mantenuto un entusiasmo quasi adolescenziale: sul set hai la sensazione di muoverti dentro un grande fumetto. La serie è un poliziesco thriller del tutto sui generis, con una vena fantasiosa che sfiora quasi il mondo dei supereroi.

Tra cinema e serie TV riesci comunque a mantenere un forte legame con il teatro. Nel 2027 porterai a Londra un tuo progetto da regista, The Shiver. Come nasce questa sfida internazionale?

A gennaio 2027 saremo a Londra con The Fever di Baret Magarian, in un piccolo teatro. È una tappa importante di un percorso partito da lontano: vivendo tra Parigi e Roma, l’ho messo in scena prima in francese a Parigi, poi in italiano a Roma, e ora in inglese a Londra. È un lavoro sulle identità linguistiche multiple e lo considero un omaggio culturale all’Europa.

Il teatro indipendente e di ricerca richiede uno sforzo enorme: in Italia è complesso penetrare nel sistema pubblico con progetti di questo tipo, quindi spesso finisci per essere l’unico attore a cui puoi chiedere di lavorare tanto a fronte di risorse contenute. A Londra c’è un circuito straordinariamente vitale. Se Los Angeles è la capitale dell’industria audiovisiva contemporanea, Londra resta la capitale storica del nostro mestiere, dove teatro, cinema e televisione mantengono una compiutezza che affascina e intimorisce. È un lavoro faticoso, ma portato avanti con passione pura e spirito di ricerca.

Per concludere, c’è un film recente che ti ha particolarmente colpito o emozionato al cinema?

Non solo mi ha colpito, ma dopo averlo visto quasi non volevo più entrare in sala per non rovinare quella sensazione di totale appagamento! Sto parlando di Wild Horse Nine. Per me è un film aureo.

La scrittura è straordinaria, capace di maneggiare il grottesco con una brillantezza al servizio di una tesi intelligente e plausibile. Prende un evento cruciale del Novecento e la rilegge attraverso un’ipotesi paradossale ma perfettamente coerente. Il trio d’attori funziona come un’orchestra classica: John Malkovich fa un lavoro sublime nel calarsi in un personaggio che “finge di fingere”, mostrando una gamma emotiva di una chiarezza disarmante, come nella scena in cui parla con la ragazza. C’è una poesia e una metafisica dei luoghi incredibile.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.