
Il remake di prossima uscita del cult del 1994 The Crow rievoca il nome di Alex Proyas, che proprio con la tenebrosa storia (sia davanti la telecamera che dietro le quinte) diventò celeberrimo nel mondo del cinema, e anche in quello della cronaca nera.
Ma mentre le prime immagini del nuovo film, stavolta con la regia di Rupert Sanders e con protagonista Bill Skarsgård, dividono il pubblico di seguaci e riportano alla memoria la triste scomparsa di Brandon Lee, morto a soli 28 anni per un incidente sul set, un’altra opera molto oscura fa capolino dalla filmografia del regista egiziano, e si tratta di Dark City. Molto più sfortunato di The Crow ma sicuramente più ricercato a livello visivo e narrativo, nel 1998 Dark City, dopo essere stato presentato fuori concorso a Cannes, arrivò al cinema, portando con sé un raffinato gusto noir tradotto in una storia fantascientifica, e ispirando molte pellicole successive. Visionario e intriso di cinema a 360 gradi, fu però perlopiù dimenticato dal grande pubblico.
Perché è un film da recuperare? Sicuramente per l’impatto che come opera ha esercitato su uno dei cult del genere, ovvero Matrix, delle sorelle Wachowski, uscito solo un anno dopo, ma non solo: ritroverete in Dark City anche l’eco di Metropolis e la ricercatezza registica di film come Il terzo uomo, la ricostruzione di scenari alla Gotham City di Batman (i due di Tim Burton) con estetica dark e steampunk, e alieni che sembrano Nosferatu collegati da una memoria collettiva.
John è una sorta di eletto ma anche un Truman che scappa dal mondo fittizio in cui non si sa come è arrivato. I suoi ricordi sono veri? O lo è il suo potere?
Di cosa parla Dark City
Un uomo si risveglia in una vasca da bagno senza sapere come è finito lì: non ricorda nulla, neanche quella camera d’hotel in cui si trova. Riceve una chiamata molto misteriosa da un certo dottor Schreber, che lo esorta a darsi alla fuga se tiene alla sua vita. Ma il nostro disorientato protagonista non è solo, nella camera c’è il cadavere di una donna. Di lì a poco scoprirà di chiamarsi John Murdock e di essere ricercato sia dalla polizia, indagato per vari omicidi di prostitute, che da una comunità di alieni, che vivono nascosti nel sotto strato cittadino per controllare in segreto ogni abitante della città.
Nella dark city di Proyas il giorno non arriva mai e ogni uomo, donna o bambino viene addormentato esattamente allo scoccare della mezzanotte per volere degli Stranieri, un ordine di creature che gioca a combinazioni e scambi con loro come se disponesse di una casa di bambole gigante. I palazzi si traslano, la città cambia sembianze, le identità delle loro pedine vengono confuse in un gioco di sperimentazione finché non arriva un eletto, John, l’unico affetto da continui flashback e sprazzi di memoria nonostante il lavaggio del cervello subito, nonché dotato di poteri psicocinetici molto simili a quelli degli alieni.
John Murdock si ricorda di sua moglie, Emma, e di altri dettagli che lo portano a ricostruire tassello per tassello il suo passato, ma quali sono veri e quali manipolati? Non può averne la certezza, come gli spiega il dott. Schreber, perché oramai nessuno può distinguere tra veri ricordi e ricordi iniettati per sondare l’animo umano e le sue possibilità.
Mentre tutti vengono addormentati per dare modo agli Stranieri di studiarne gli aspetti, le dinamiche e l’umanità, John si spinge fino all’estremità della città, scoprendo che nulla di ciò che sta calpestando o toccando è vero. Sbattendo contro un cartellone sonda i limiti della metropoli, che è una colonia spaziale cinta da un campo di forza, un laboratorio esteso per cavie umane. Il superamento dei propri limiti, come lo scavalcamento delle prigioni (sociali o mediatiche) è una tematica che nello stesso anno torna anche con The Truman Show di Peter Weir; identico cartellone dipinto e bidimensionale, stessa voglia di varcarlo e liberarsi.
Non vi dirò come andrà a finire per il protagonista, se riuscirà come Truman a togliersi dall’occhio costantemente puntato su di lui, ma sicuramente la risoluzione di Proyas è degna di uno dei migliori racconti di Philip K. Dick.
Assonanze e ispirazioni
È impossibile guardare Dark City e non pensare a Matrix. Un plagio? Non ci sono mai state dichiarazioni ufficiali, e di certo non è da tralasciare che molti tra i tecnici degli effetti visivi più bravi di quel periodo lavorarono ad entrambi i progetti. Ma l’ispirazione è lampante e diventerà la vostra ossessione durante l’intera visione.
Non solo John diviene colui che vede al di là della struttura, ma acquista poteri molto simili a quelli di Neo. Certo, non ha lo stile urbano e underground di Keanu Reeves, ma un nemico molto simile all’agente Smith, ovvero lo Straniero di nome Mister Hand, a cui sono stati iniettati i veri ricordi di John in modo da scovarlo e annientarlo.
Al di là del concept incredibilmente somigliante, in Matrix ritroviamo scene e inquadrature identiche, come la telefonata dalla cabina telefonica, o gli inseguimenti sui tetti. A decretare il successo dell’uno, e il latente oblio dell’altro, è che la narrativa di Dark City rimane ingolfata, a differenza di quella di Matrix, ancora sorprendentemente contemporanea. Ma questo non ne annulla il fascino, lo rende solo un po’ troppo vincolato a stilemi 90s.
Il cast
Dark City ha inoltre un cast molto interessante, in linea con molti altri progetti cinematografici sci-fi che raccoglievano attori e attrici spesso provenienti da generi lontanissimi, come Flatliners del 1990, dove troviamo sia Julia Roberts che Kiefer Sutherland. Lo stesso Sutherland è l’insicuro ma brillante dottor Schreber, agli ordini degli Stranieri ma disposto ad aiutare John, interpretato da Rufus Sewell, qui già al suo decimo lungometraggio e ormai inscindibile da suo ruolo in The Man in the High Castle.
Emma, la moglie cantante nei night di John, è niente di meno che Jennifer Connelly, fascinosa ed enigmatica, un po’ dark lady un po’ bambina in trappola, mentre l’ispettore Frank Bumstead ha il volto di William Hurt, a cui l’attore dona una profonda allure nostalgica, da poliziotto solitario e pieno di ferite invisibili all’occhio umano.

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L’illustrazione originale è di Cristiano Baricelli, che ringraziamo. Qui il suo sito ufficiale.






