Dollface - STAR/Disney+

Anche nell’universo Marvel, nei panni della Dottoressa Lewis, Kat Dennings non abbandona mai la sua vena ironica, per questo siamo felici di rivederla in primo piano in una nuova serie comedy, Dollface. Dimenticate però le atmosfere fumose di New York, i cupcake di Brooklyn e il sarcasmo spietato di Max in 2 Broke Girls. Dollface è un nuovo mondo, a tratti un po’ surreale, sulla vita ben più patinata delle it girls di Los Angeles e di Jules (la nostra Dennings), un pesce fuor d’acqua.

Dollface, il pilot

A introdurci nella storia è una macchina da presa sospesa tra i tavoli di un bistrot, probabilmente all’ora del brunch. Quando si sofferma su Jules, ci mostra la secca rottura del rapporto con Jeremy. Un fulmine a ciel sereno che stravolge la vita della ragazza, isolatasi negli anni, fino a vivere in simbiosi con il compagno.

Improvvisamente comprende di aver lasciato troppo, tutto, alle spalle e di dover in qualche modo riconnettersi all’intero genere femminile. Un’iperbole azzardata, quest’ultima, ma usata in maniera intelligentissima, attraverso l’introduzione di un elemento surreale.

Dal nulla, infatti, compare spesso una donna-gatta (significativamente detta Cat Lady, l’anglicismo per gattara,e interpretata da Beth Grant)> che si pone come spirito guida di Jules nei momenti in cui si sente più persa e sconsolata. La sua prima apparizione, a pochi minuti dall’inizio del pilot, è davvero esilarante. Si materializza, come da un luogo irreale e sospeso, all’interno di un bus occupato interamente da donne in lacrime. Il bus è di fatto una rappresentazione parodica di quella sensazione paralizzante che almeno una volta nella vita abbiamo provato tutti: il cuore a pezzi.

Cat Lady (Beth Grant) in Dollface 1x01
Cat Lady (Beth Grant) in Dollface 1×01

Jules deve completare la sua corsa prima di tornare nel mondo reale ma in realtà tutta questa sequenza non dura che pochi minuti, e detta comunque il tono dell’intera serie. Senza prendersi troppo sul serio, infatti, Dollface sottolinea l’importanza della sorellanza, dell’alleanza tra donne, cercando di evitare facili stereotipi o dinamiche conflittuali già trite e ritrite.

Nel suo nuovo percorso, dunque, Jules cerca di riavvicinarsi alle persone che aveva abbandonato, prime fra tutte Madison (Brenda Song) e Stella (Shay Mitchell), a cui poi si aggiunge Izzy (Esther Povitsky). Scopre e riscopre una parte di sé, a cui forse aveva rinunciato per stare con Jeremy o che, semplicemente, non aveva mai ascoltato prima. Il risultato è comunque una narrazione piacevole, divertente e poco impegnativa, anche a livello di tempo.

Una serie leggera per un messaggio importante

Dollface si compone di dieci episodi, da 20 minuti, disponibili su STAR-Disney+. Non si presenta quindi come un “impegno”, al più è una bella storia da gustare in un fine settimana, o in un pomeriggio. La sua leggerezza non è tuttavia superficialità. Affronta infatti con ironia e freschezza temi ed elementi dell’immaginario attuale. Si pensi solo a come rielabora il Mondo di Oz nel nono episodio, Feminist, immaginandolo appunto come una marcia femminista nella Los Angeles contemporanea.

Ogni tema e ogni episodio, inoltre, torna sempre circolarmente al messaggio essenziale della serie: l’alleanza femminile. Alla base delle surreali avventure di Jules, cioè, rimane sempre l’importante relazione con le amiche, ritrovate dopo anni di assenza o conosciute subito dopo la sua “rinascita”. Laddove il nostro contesto sociale non fa che ripeterci quanto sia infantile, immaturo e persino fastidioso circondarsi di un gruppo di amicizie esclusivamente femminile in età adulta, Dollface afferma esattamente il contrario.

Fa crollare quel tipo di rappresentazione stereotipata e interiorizzata di donna che è tale, adulta, solo quando si lascia alle spalle le serate con le amiche. Quando trova un posto, che sia la carriera, un compagno o figli. Come se tutto questo non potesse invece coesistere. Il pregio di Dollface è quello di ricordarci che possiamo essere e possiamo fare tutto. E che women supporting women non sono solo tre parole da ripetere come un slogan vuoto. Sono le fondamenta del mondo in cui vogliamo vivere.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies. Tra questi, solo per dirne alcuni, rientrano gli studi post-coloniali, gli studi femministi e quelli etnografici.

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