glow-Netflix
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GLOW debutta il 23 giugno 2017: tra femminismo, scenari anni ’80 e grande ironia supera gli stereotipi e conquista il suo pubblico.

GLOW è una delle serie più femministe degli ultimi anni ed è un’idea che non mi toglierò mai dalla testa. Viene lanciata nel 2017 e conclusa bruscamente con la cancellazione di una quarta stagione già scritta. Avrei voluto davvero conoscere i destini delle mie wrestler del cuore ma, in attesa che una divinità della produzione sovversiva si manifesti e realizzi un finale col botto, vi spiego perché GLOW è una serie da non perdere, e lo faccio con 10 buone motivazioni.

(Ci sono spoiler disseminati qua è là, quindi se la serie fosse già nella vostra watchlist senza il bisogno che la elogi io in 10 punti correte a vederla e non leggete oltre!)

1 – Il conflitto femminile come motore narrativo

Tutto inizia dal rapporto tra Ruth e Debbie, amiche da anni, entrambe con la passione per la recitazione benché la prima non riesca a trovare ingaggi decenti e la seconda, dopo un fortunato e breve successo in una serie televisiva, opta per diventare mamma e dedicarsi alla famiglia. Ruth è sempre la seconda scelta, Debbie quella che sembra ottenere qualsiasi cosa. Complice un senso di competizione onnipresente (ma celato), le due si trovano a dover fare i conti con un evento disastroso per la loro amicizia: Ruth va a letto con Mark, marito di Debbie.

La rabbia, l’insoddisfazione e le molteplici frustrazioni delle due donne si amplificano in uno scontro senza precedenti. L’enorme risentimento sarà insopportabile nella vita di tutti i giorni, ma fondamentale per la lotta (finta) sul ring, quando entrambe parteciperanno allo show televisivo GLOW, dedicato al wrestling femminile. Lo scontro fisico aiuterà ad elaborare quello emotivo, lo scontro emotivo renderà credibile lo svolgimento dello spettacolo. Entrambi aiuteranno le due donne ad accettare se stesse e a capirsi meglio l’una con l’altra.

2 – L’appianamento del conflitto femminile come inizio per un fronte comune più forte che mai

Oltre a Ruth e Debbie altre donne partecipano alle selezioni di GLOW. Ognuna di loro ha un trascorso differente, una diversa estrazione sociale, sensibilità più o meno accentuate e tanto altro. Apportano così alla trasmissione una ricchezza di punti di vista che fa leva sulla condizione femminile di quegli anni. Impersonando ruoli di finzione fortemente stereotipati in base alla provenienza etnica o all’aspetto fisico, tirano fuori il loro vero Io, in un confronto costante con le compagne d’avventura. Le loro diversità contribuiranno a farne un grande gruppo di performer, ma anche un team unito dal rispetto e dalla comprensione. GLOW mette in scena la possibilità di un’unità femminile potente e in grado di scegliere il proprio destino, sognando in grande.

3 – Lo scavalcamento degli stereotipi degli anni ’80 attraverso la loro esibizione

Quando si parla di wrestling, specialmente per il filone degli anni ’80, si parla di stereotipi puri. Chi si scontra sul ring, in una performance prevalentemente teatrale e quindi priva di colpi veri, è il frutto di una rappresentazione spicciola ma efficace per attirare lo spettatore. Questo accadeva sia nella versione maschile che in quella femminile e in GLOW ne ritroviamo i parametri, sfruttati però per una rilettura di genere. Le combattenti della serie si ritrovano in tali costruzioni limitanti come in abiti troppo stretti, divertenti da vedere indossati ma scomodi, a lungo andare. Saranno capaci di scavalcarne le limitazioni, adeguandoli alle proprie attitudini e non il contrario. L’esibizione dei loro corpi a quel punto è il loro modo di far finta di obbedire ad una società che le considera oggetti da guardare, mentre con grande ironia ne spezzano le dinamiche.

4 – La minuziosa riproduzione dei dettagli

In GLOW ogni dettaglio riproduce alla perfezione agli anni ’80. Dal packaging dei prodotti in vendita sugli scaffali del supermercato allo stile delle lottatrici, abiti, acconciature e make up. Ad esempio nella prima puntata della seconda stagione l’inizio è ambientato in un centro commerciale che espone poster pubblicitari originali della campagna di UNITED COLOR OF BENETTON della metà degli anni ’80. Gli oggetti e lo stile riproducono il mood ironicamente eccessivo dell’epoca di Like a Virgin e delle tutine sintetiche abbinate a fasce per capelli di spugna. Se l’esubero di glitter e i capelli cotonati fanno per voi potete anche tralasciare le altre motivazioni e correre a mettere PLAY.

GLOW – Netflix

5 – La trattazione dei personaggi maschili

Dove risiede il vero spirito di lettura femminista in una serie TV riuscita? Nella trattazione dei personaggi maschili a mio parere, che qui vince grazie alla viscerale sincerità voluta dalla scrittura dei loro profili. I protagonisti maschili, il regista Sam Sylvia e il produttore Sebastian “Bash” Howard, immersi fino al collo in una prorompente realtà al femminile, fanno i conti con la loro sensibilità, messa a tacere la maggior parte delle volte, e trovano il coraggio di agire, cosa in cui prima del programma erano parecchio scarsi. Se mi chiedeste chi è il personaggio che amo di più della serie vi risponderei senza indugio Sam, interpretato da un eccezionale Marc Maron. Il regista, inizialmente alla deriva, tossicodipendente e insofferente si evolve incredibilmente nell’arco della narrazione, mostrando un ampio spettro di ricerca e accuratezza da parte delle autrici. Con il genere femminile viveva un rapporto “volutamente” conflittuale e, nel corso delle puntate, ne comprende il perché.

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6 – L’evoluzione dei personaggi

Non solo Sam e Bash si evolvono lungo le tre stagioni, ma ogni personaggio cresce rispetto all’inizio. Nessuna delle individualità affrontate rimane ferma, ma si modifica rispondendo a logiche narrative estremamente riuscite. Lo show televisivo GLOW nel quale tutte e tutti vengono coinvolti è un pretesto per affrontare i cambiamenti delle lottatrici e di chi hanno attorno. Rispettando, ovviamente, l’idea che avevamo in testa già dalle prime apparizioni.

7 – Lo spettacolo nello spettacolo

Le attrici del cast di GLOW lavorano sulla recitazione ma soprattutto si allenano sul serio! Le prestazioni fisiche che forniscono durante i combattimenti dipendono da un grande lavoro sul loro corpo e dalla effettiva resistenza che ha sotto sforzo. L’esibizione di forza fisica ci diverte ma è utile per lasciarsi coinvolgere dalla loro femminilità che non dipende dalla magrezza o meno, ma unicamente dall’elevazione di un corpo che le rappresenta, in tutto e per tutto. La lotta è una messa in scena, l’esercizio fisico che c’è dietro assolutamente no.

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8 – L’aspetto metatelevisivo

In GLOW dalla prima scena si passa attraverso una doppia lente: vediamo Ruth fare il provino per una parte in un film e non sarà l’unica volta. Sam, il regista del pilot, viene da un passato di film underground horror e sovversivi, dalla forte spinta politica. Dalle aspirazioni alte di cinema e teatro, finiscono in televisione ma non tutto è perduto perché vi è la rivalutazione di un mezzo definito “popolare”. La regia e la fotografia contribuiscono a mostrare allo spettatore un gusto fedele dell’epoca. Nella serie abbiamo “la TV nella TV”, che si diverte a riprendere modalità di ripresa retrò mostrando spesso e volentieri anche i dispositivi usati, prettamente vintage. Il formato cambia in alcune scene particolari per emulare lo stile di quell’era di televisione. Proprio Ruth scoprirà di amare la regia (televisiva) e grazie a Sam imparerà a vedere lo spettacolo da un punto diverso da quello attoriale.

9 – La puntata 2×08

L’ottava puntata della seconda stagione, The Good Twin, è probabilmente la migliore, nonché la più sperimentale, delle tre stagioni. Si tratta della trasmissione GLOW messa in onda su K-DTV: una puntata intera senza stacchi, se non per intervalli pubblicitari a tema. Tutto ciò che vediamo è spettacolo televisivo. È come se mettendo PLAY accendessimo a caso su un canale locale nel 1985 in California, facendo un viaggio nel tempo nella televisione degli anni ’80. In un mix di incontri di wrestling, spot ricreati per l’occasione, videoclip e gag l’aspetto metatelevisivo di GLOW esplode in tutto il suo fascino, lasciandoci a bocca aperta.

10 – Le ispirazioni storiche

Sapevate che la serie Netflix GLOW si ispira alla messa in onda di una trasmissione realmente esistita? Il vero pilota di Gorgeous Ladies of Wrestling venne girato nel 1985 grazie all’idea dell’imprenditore David McLane, grande appassionato di wrestling, e diretto da Matt Cimber (vi ricordano qualcuno?). Ci furono veramente le audizioni con donne che non erano mai salite sul ring ma facevano le attrici, o le ballerine. Lo show super innovativo andò in onda dal 1986 al 1990 (se volete saperne di più vi consiglio GLOW: The Story of the Gorgeous Ladies of Wrestling, 2012, il documentario diretto da Brett Whitcomb).

Molti tra i ruoli originali impersonati dalle lottatrici storiche sono ripresi nella serie televisiva: Hollywood, interpretata da Jeanne Basone, ricorda molto Liberty Belle, patriottica eroina portata in scena da Betty Gilpin.

Pronti per iniziare?

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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