Good People, il nuovo lavoro di Milcho Manchevski presentato in anteprima mondiale il 16 agosto al Sarajevo Film Festival
Good People, il nuovo lavoro di Milcho Manchevski presentato in anteprima mondiale il 16 agosto al Sarajevo Film Festival

La visione di Good People, il nuovo lavoro di Milcho Manchevski presentato in anteprima mondiale il 16 agosto al Sarajevo Film Festival, potrebbe destabilizzare gli stessi estimatori del cineasta macedone (Leone d’oro e candidato all’Oscar per Prima della pioggia). Non solo per la terribile vicenda che racconta, ma perché il regista, stavolta alle prese con un lungometraggio documentario (benché sui meccanismi del cinema del reale avesse riflettuto già in titoli come Bikini Moon), si mette radicalmente in discussione anzitutto dal punto di vista formale.

Non troveremo qui i giochi a incastro con i piani temporali, le contaminazioni di generi o l’ironia nera di altre opere del filmmaker (che ha autoprodotto e girato clandestinamente il doc, in contemporanea con l’atteso Fratello sorella tombino, durante il periodo di ostracismo subito in patria a seguito delle sue denunce per i casi di corruzione e irregolarità nella Macedonian Film Agency). Perché il suo intento dichiarato, ricostruendo le angoscianti ore dell’incendio alla discoteca Pulse, avvenuto il 16 marzo 2025 causando 63 morti e centinaia di feriti, era di raccontare i sopravvissuti e testimoni della tragedia in modo «ascetico, minimalista, dandogli la parola anziché narrare io la loro storia».

Ciò non vuol dire, naturalmente, che lo sguardo e la poetica di Manchevski non traspaiano da questo approccio così ridotto all’essenziale. Al contrario, Good People è uno dei film dove emerge maggiormente la volontà, costante nella ricerca del regista, di partire dalle persone (o dai personaggi, quando si tratta di fiction) prima che da qualunque elaborazione estetica, etica, sociale, politica della loro esperienza. Una messa in ascolto che qui si fa tanto più scoperta ed estrema, consegnandoci l’affresco di una comunità posta di fronte a un orrore la cui evocazione sconfina ben oltre la cronaca.

Parole da una tomba ardente

Fra i pochissimi interventi diretti del narratore esterno in Good People, c’è la didascalia iniziale, dove viene ricordato come, la notte dell’incidente, il «popolare ma illegale club Pulse di Kočani», cittadina da poco più di 20.000 abitanti nella Macedonia del Nord, si trasformò in una «tomba ardente». L’asciutta introduzione rimanda certo alle responsabilità umane dietro l’accaduto (sottolineate più avanti anche da una testimone: «Nessuno doveva permettere che ciò accadesse») mentre è tuttora in corso il processo con 35 imputati per le inadeguate condizioni di sicurezza del locale. Ma non è la vicenda giudiziaria l’oggetto del doc, e parlare al contempo di “tomba ardente” rimanda a uno scenario quasi metafisico, da scena dantesca: proprio questo inferno terreno domina nei resoconti a seguire.

Quasi però a ribaltare la tradizione dei disaster movie hollywoodiani (pensiamo, a proposito di inferni, a quello Di cristallo del 1974), di fiamme e fumo quasi non se ne vedono negli 86 minuti del film, eccezion fatta per pochi brevi video, uno dei quali ci mostra l’origine dell’incendio, innescato dalle scintille di effetti pirotecnici che fanno prendere fuoco al soffitto. Tutte le altre immagini di quelle ore interminabili le componiamo nella nostra mente in base ai ricordi condivisi da superstiti e gente intervenuta sul posto (tra cui alcuni parenti e amici delle vittime).

I genitori di una delle vittime del Pulse intervistati in Good People.

Lo sfondo dietro le sagome degli intervistati è un drappo nero, come in nero sono le dissolvenze che a più riprese interrompono l’alternarsi a ritmo sostenuto delle testimonianze (il montaggio è di Mishko Chunihin). Tali stacchi offrono una tregua solo apparente, perché in quell’oscurità si percepiscono tanto più la morte che incombe e l’incubo (letteralmente) claustrofobico degli oltre 300 ospiti della discoteca, quasi tutti giovani, rimasti intrappolati nel tentativo di uscire. Al nostro occhio non è offerta perciò nessuna ricostruzione o fotogramma delle atroci scene descritte, ma nemmeno alcuna fuga verso un altrove che allenti la tensione: al centro dell’attenzione restano i volti, le voci, le memorie di chi sta parlando, di chi ha perso molto, di chi poteva perdere tutto.

Il regista non compare, né lo udiamo commentare o porre domande, ma significativamente seleziona alcune frasi delle persone interpellate, eleggendole a titoli che scandiscono la progressione lineare dei racconti e disegnano una mappa per orientarci nel fluire delle sensazioni e degli eventi vissuti e verbalizzati: «Il cielo fuori», quello a cui si cerca disperatamente di arrivare sfuggendo alla «fornace» in cui si tramuta rapidamente il club, «È finita», quando in più di una persona schiacciata tra corpi urlanti, svenuti o già cadaveri si materializza l’idea che non ci potrà essere scampo. Ma si fanno strada anche gli atti di solidarietà e di coraggio («Riuscii a riprendere fiato, poi sono tornato in discoteca», «È tornato indietro per il suo amico»), da parte di chi accorre da fuori, di chi è rimasto dentro o di chi, appena uscito, rientra per portare via gli altri.

Rialzarsi dopo il trauma, insieme

La “brava gente” del doc di Manchevski non è idealizzata (c’è chi ammette di aver camminato sopra altre persone nel tentativo disperato di salvarsi, o chi ha lasciato andare una mano bisognosa per non venire risucchiata da troppe altre mani in cerca di un appiglio). Ma, catapultata di punto in bianco dal divertimento inconsapevole all’emergenza e alla catastrofe, riscopre e rivela un senso di fratellanza e appartenenza trasversale alle differenze e divisioni: «Ho visto ragazzi che erano stati in conflitto per tutta la vita abbracciarsi, stringersi, aiutarsi a vicenda», sentiamo dire da una sopravvissuta.

Come le inquadrature iniziali e finali sulla distesa verde e azzurra delle risaie di Kočani fanno da contrappunto alla “tomba ardente”, così dal trauma collettivo e individuale (i testimoni, nell’ultima parte del film, parlano delle loro cicatrici fisiche ed emotive, tra ustioni sulla pelle e sensi di colpa) si afferma l’empatia e la forza, dei singoli e della comunità, di rialzarsi, chiedendo e offrendo sostegno. A suggerirci come, anche dalle ferite più profonde e ingiuste, non si debba uscire necessariamente peggiori. E che all’inferno del mondo in cui ci troviamo, dove gli innocenti bruciano per gli interessi di chi ha il potere e l’indifferenza di chi guarda dall’altra parte, possa esserci un’alternativa.

Un momento di Good People che ci mostra le risaie di Kočani.

Continua a seguire FRAMED! Siamo anche su FacebookInstagram Telegram.

RASSEGNA PANORAMICA
Voto
8.5
Emanuele Bucci
Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.
good-people-milcho-manchevski-recensioneGood People è uno dei film dove emerge maggiormente la volontà, costante nella ricerca del regista, di partire dalle persone (o dai personaggi, quando si tratta di fiction) prima che da qualunque elaborazione estetica, etica, sociale, politica della loro esperienza.