
Sarà consegnato ad Antonio Capuano il Premio Pietro Bianchi 2025, riconoscimento che i Giornalisti Cinematografici Italiani assegnano ogni anno al Lido in collaborazione con la Biennale e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La cerimonia si terrà venerdì 5 settembre in Sala Giardino, in occasione della proiezione fuori concorso del suo ultimo film, L’isola di Andrea.
I giornalisti cinematografici hanno giustificato così la motivazione del Premio, al regista “ribelle” del cinema italiano: “Antonio Capuano ha saputo conservare intatto, nel tempo, il suo sguardo acuto e dissacrante su un mondo spesso dilaniato da dolore, ingiustizia e infelicità. Un mondo dove, però, è sempre possibile, per chi ne è capace, scorgere lampi di bellezza, tracce di umana pietà, ipotesi di ribellione. La sua lezione, così libera e potente, incanta anche i più giovani, che nei suoi film si ritrovano per naturale affinità e tutti quelli che, come dice l’attore che lo interpreta nel film di Paolo Sorrentino è stata la mano di Dio (“non ti disunire”), sanno cosa voglia dire mantenersi aderenti alla propria natura umana, al proprio essere più autentico e profondo”.
Il cinema di Antonio Capuano
Descritto poco tempo fa con un’immagine forte, spontanea, quasi iconografica nella scena cult de il film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio, Capuano affonda la sua essenza e la sua identità artistica in una Napoli celata dal folclore variopinto e concitato. Lui non ci sta, non si nasconde, non teme, e si mostra nel pieno della sua verità, che è vorace, eccentrica e soprattutto portavoce di una nouvelle vague napoletana nata negli anni ’90.
Un regista senza censure, senza ipocrisie, tanto da attirare la curiosità fino oltre oceano; di lui si è interessato anche il Moma di New York.
Una poetica, quella di Antonio Capuano, vivida, carnale, sfacciata e che ha tracciato i confini di un cinema identificante, specifico, totalmente plasmato dalla natura del cineasta e dalla sua visone nei confronti della vita, e di quest’ultima chiusa all’interno di una Napoli che alle volte non perdona.
Capuano e la macchina da presa sperimentale e disturbante
Nel ’91 il regista napoletano esordisce con Vito e gli altri, vincitore del premio internazionale della critica a Venezia nel ’92. Un film violento, cupissimo, che mostra fin da subito un’abilità innata di narrare con le immagini del cinema, una realtà dannata, senza filtri, che coinvolge per realismo freddo e spietato.
Nel ’96 presenta a Venezia Pianese Nunzio, 14 anni a maggio. Anche in questo caso Capuano non usa mezzi termini, affonda la lama immaginaria della settima arte introducendo un soggetto molto complesso: si parla di pedofilia. La vicenda di cronaca a cui era ispirato è quella del rapporto tra un prete e un ragazzino dei vicoli; oltre all’abuso, la trama si districa attraverso una storia d’amore e di povertà, di dubbi e dissidi interiori.
Nel 1998 è la volta di Polvere di Napoli, in cui la città è la vera protagonista della storia e la quale viene attraversata da personaggi bislacchi, diversissimi tra di loro e che versano le loro esistenze grottesche in un vortice fatto di speranze ed illusioni.
Antonio Capuano, di film in film, concretizza sempre di più un marchio personalissimo da assoggettare alle sue opere. C’è lo sguardo all’adolescenza, senza mai dimenticare un richiamo politico, che accoglie e cerca di mettere in luce i disagi introspettivi, e non solo, dell’intera collettività.
Autentico e temerario, il regista partenopeo, si fa manifesto anche della lotta contro la camorra.
Con Bagnoli Jungle (2015), per esempio, viene descritto un quartiere in declino, dove fanno da sfondo furti e dolore, e dove il tessuto narrativo, pari all’archetipo di una tragedia greca, è pronto a mettere in risalto lo sfascio di un territorio calpestato dalla malavita, tipico della criminalità organizzata, e in cui l’unico motore in grado di risollevare quel territorio è la speranza in un progresso.
Il buco in testa, il film più recente di Antonio Capuano
Il film più recente, Il buco in testa (2020), è ancora una volta un lavoro che dimostra senza sconti una pagina dolorosa della storia italiana, archiviata ma ancora viva, quella del terrorismo. La storia è ispirata all’omicidio di Antonio Custra, vicebrigadiere ucciso a Milano nel corso di una manifestazione il 14 maggio del 1977. Il personaggio chiave è la figlia di Custra, a cui dà volto una tormentata Teresa Saponangelo, con un’interpretazione brillante.
Antonio Capuano, il regista dall’estetica morbosa, “sporca”, quasi assassina è pronto a tornare al Festival del Cinema di Venezia, e lo fa nuovamente con disarmante verismo e franchezza, a riconferma del fatto che soltanto lui avrebbe potuto chiarire il concetto del non “snaturarsi mai”, al giovane Schisa (Filippo Scotti).
È proprio il caso di scriverlo, dopo 34 anni di carriera, Capuano è tornato e lo ha fatto senza essersi disunito.
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