È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino - Netflix
È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino - Netflix

È stata la mano di Dio è l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Vincitore del Leone d’argento – Gran Premio della Giuria alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e adesso candidato dall’Italia per gli Oscar 2022 (Miglior film internazionale).

Paolo Sorrentino ritorna nella sua città natale, esattamente dopo vent’anni dall’esordio, L’uomo in più.

Con il raggiungimento dei cinquant’anni e con un bagaglio notevole di esperienza e maturità creativa, comprensiva di un Oscar, si è sentito pronto a spogliarsi di orpelli e “trucchi” e di donare al pubblico, il suo film più intimo e personale, manifestando i lati più insidiosi, sofferenti e viscerali della sua vita.

È stata la mano di Dio può essere definito il suo Amarcord familiare, calcistico e cinematografico.

Maradona è Dio. È rivoluzione. È il Masaniello che ce l’ha fatta

Ci troviamo nella Napoli degli anni ‘80 ed il pensiero ricorrente per ogni napoletano è solo uno: arriverà Maradona al Napoli?

Nel film, Maradona è onnipresente. Lo si sente nell’aria costantemente e lo si vede nell’azzurro del mare della città. Il riferimento al calciatore è vigente già dal titolo, per Paolo Sorrentino e per i napoletani Maradona è Dio. È un altro Carlo di Borbone, è il Masaniello che ce l’ha fatta. 

Maradona è rivoluzione, tanto da essere colui, che con il gol di mano, compie un vero e proprio atto politico. È quella figura messianica, che quando si palesa, il Mondo si ferma.

L’emblema del significato divino, che il regista attribuisce a Diego Armando Maradona, sta nella scelta di anteporre “El Pibe de oro” alla figura di San Gennaro (Enzo Decaro). Quest’ultimo, infatti, nonostante sia una figura effettivamente santificata, risulta essere terrena, tangibile, umana ed a tratti lasciva, come nel gesto del dare uno schiaffo sul sedere a zia Patrizia (Luisa Ranieri). Maradona al contrario, è quel Dio intoccabile ed inarrivabile che è in grado di compiere miracoli, come salvare la vita a Fabietto.

La famiglia Schisa e la sacra napoletanità

La trama ha inizio attorno alla quotidianità dei coniugi Schisa (i magistrali Toni Servillo e Teresa Saponangelo) e dei loro tre figli. Il protagonista del film è il più piccolo, di nome Fabietto, interpretato da un bravissimo Filippo Scotti, che ha dato prova di eccellenti doti recitative, grazie al suo sguardo puro e malinconico e da determinati silenzi che sono valsi più di mille battute. Grazie ai consigli del regista, il vincitore del Premio Marcello Mastroianni, ha saputo vestire ineccepibilmente i panni del protagonista, calandosi perfettamente nelle vesti di un Sorrentino adolescente.

Fabietto è un ragazzo di diciassette anni, solitario, senza amici, silenzioso, composto e caratterizzato da una profonda sensibilità. Insieme a i suoi genitori è circondato da una famiglia numerosissima, fatta di parenti stravaganti che non lasciano spazio alle sue lacune sentimentali.

La prima parte del film è incentrata sugli episodi teneri e divertenti della famiglia Schisa, che rievocano il senso di calore e di “sacra” napoletanità, come il gesto di cambiare canale del televisore con un lungo bastone, gli scherzi telefonici di Maria, i lunghi dibattiti sul calcio tra gli uomini della casa o la zia che indossa la pelliccia in estate esclusivamente per una banale e bislacca ostentazione. Con il racconto familiare, Sorrentino è riuscito a coinvolgere il pubblico, facendolo sentire parte integrante della famiglia. Si ride con Maria Schisa, ci si diverte con la signora Gentile e ci si sente ammaliati dalla Baronessa, inquilina del piano di sopra di Fabietto.

Nessuno dei personaggi può essere considerato secondario: per la vita di Fabietto, ognuno è importante e necessario e nella narrazione nulla è fuori posto, tutto è misurato con delicatezza e precisione.

Il processo di transustanziazione di Paolo Sorrentino e la sofferenza priva di commiserazione

Se la prima parte della trama è intrisa di gioia e comicità, la seconda rappresenta il vero e proprio processo di transustanziazione di Paolo Sorrentino. Egli si rivela al pubblico in modo quasi religioso. Prendete e “guardatene” tutti. Si dona per la prima volta, e lo fa mettendo in scena la sofferenza vera e personale, a differenza di tutte le sue opere antecedenti, in cui essa è interamente recitata

Il regista fa rivivere al pubblico, la medesima dimensione “proustiana” emotiva di Fabietto, fatta di innumerevoli sensazioni contrastanti.

Si ride, si piange, ci si strugge e tutto in una manciata di minuti, non riuscendo più a distinguere la vita vera dal film.

Raccontare un episodio così devastante e invalidante, come la morte di entrambi i genitori in età adolescenziale, non deve essere stato affatto facile per Paolo Sorrentino. Lo fa con estrema dignità, senza mai trascendere nel pietismo e nell’autocommiserazione, tanto da riuscire ad evocare una delicata ironia anche nei momenti più distruttivi della sua adolescenza, riconducendoli tutti in un umoristico: “sta facc ‘e cazz”.

Napoli ed il calcio di punizione di Maradona come colonna sonora

A differenza delle altre opere “sorrentiniane”, nelle quali il regista si è sempre destreggiato abilmente nella scelta dei brani, divertendosi a giocare con i diversi generi musicali (basti ricordare il mix tra “L’orchestrina” del cantautore Paolo Conte ed il brano pop Good time Girl di Sofi Tukker, nella serie The New Pope), in È stata la mano di Dio, Sorrentino decide di “cambiare modulo di gioco”.

Questa volta la musica è quasi assente e lo si nota sin dalla scena iniziale del film, dove vi è un roboante silenzio e la ripresa sul golfo di Napoli. È una scelta consapevole e studiata. Le uniche melodie che irrompono nelle scene del film, sono commemorative dei due punti focali della trama: Napoli e Maradona. La canzone di Pino Daniele Napul’è”, la telecronaca sportiva in televisione e il calcio di punizione tirato da Maradona durante l’allenamento (il tocco di Dio), sono pressoché gli unici elementi sonori del lungometraggio e che rimangono nella mente del grande pubblico, anche dopo la visione del film.

L’iniziazione all’età adulta

La perdita di entrambe le figure genitoriali metterà Fabietto ed i suoi fratelli con le spalle al muro, gettando loro addosso il peso della vita, costringendoli a guardare in faccia il futuro e a diventare grandi. Non per scelta, ma per necessità.

A differenza del fratello maggiore Marchino (un immenso Marlon Joubert), che decide di non voler pensare al futuro, ma vivere il presente rincorrendo la felicità. Fabietto, invece, vuole capire cosa poter fare da grande, ma per poterlo capire, deve prima crescere

Riuscirà a farlo grazie a colei che “gli mostrerà il futuro”, la Baronessa Focale, interpretata da Betti Pedrazzi. La scena tra Fabietto e la Baronessa è una tra le più travolgenti del film. Tra i due avviene un vero e proprio rito di iniziazione all’età adulta, nel quale l’adolescente, in quel momento, mostra tutta la sua goffaggine ed inadeguatezza, dipingendo quell’istante di una tenerezza disarmante.  

Una volta diventato grande, Fabietto, finalmente, si sente pronto ad affrontare la realtà, una realtà che non gli piace più, che coraggiosamente definisce scadente e che desidera poterla cambiare con una più bella, proprio come quella che aveva prima della perdita dei suoi genitori.

Ed è proprio all’ora che Fabietto comprende cosa voler fare. “Il regista di film, questo vorrei fare” dice alla zia, perché il cinema è l’unica via che può donargli una realtà diversa.

La follia e la scintilla di genialità

Il ruolo di zia Patrizia (Luisa Ranieri), rappresenta uno degli elementi più raffinati del film. La folle della famiglia Schisa, che innanzi alla visione del “monaciello”, non viene creduta da nessuno.

L’unico a crederle è Fabietto che è anche l’unico a condividere quella sua stessa follia. Quella scintilla di genialità e d’intelligenza, che però trova nei due personaggi strade diverse. Se zia Patrizia l’ha patita, Fabietto invece l’ha sfruttata, l’ha guidata e l’ha usata per diventare ciò che è ora. È quella stessa follia che ha concesso a Sorrentino di inserire una giraffa all’interno di uno dei sui film e vincere l’Oscar.

Non a caso, È stata la mano di Dio inizia e si conclude, proprio con l’allegoria del “monaciello”. La personificazione di quella genialità, percepibile solo da Fabietto, che lo accompagnerà fino al treno per Roma e lo porterà verso il futuro.

Il dolore come necessità, il ritorno alle origini ed il tema dell’abbandono

Il dialogo tra Fabietto ed il regista Antonio Capuano è il momento in cui avviene la rivelazione massima di Paolo Sorrentino.

“Sono morti e non me li hanno fatti vedere” confessa il giovane Schisa. Una privazione che gli causa un senso di abbandono invalidante, perché l’unica cosa che Fabietto sa fare, è proprio saper vedere. Nel trattare il tema dell’abbandono ed il senso di vuoto che ne discende, Sorrentino decide di coinvolgere anche il pubblico. Infatti, la possibilità di poter vedere i genitori per l’ultima volta, è tolta anche a noi.

Aggrappandosi al desiderio del ragazzo nel volere “fare” il cinema, Capuano lo esorta a non andarsene da Napoli. Da quella città che gli ha dato la vita e il dolore.

“Non ti disunire”, Capuano urla a Fabietto. E Paolo Sorrentino raccoglie la raccomandazione.

Nonostante sia andato a Roma per iniziare la sua carriera dietro la macchina da presa, il regista alla fine ritorna a Napoli, decidendo di immergersi in quella realtà priva di trucchi e piena di ricordi tormentati. In fondo non ci si può staccare dalle proprie origini, e non si può scappare dalla realtà scadente. Nemmeno il trucco più sofisticato è in grado di far scomparire il dolore. Non può essere cancellato.

Per avere qualcosa da raccontare, il dolore è necessario. Bisogna attraversarlo e viverlo. Ed è esattamente quello che fa Paolo Sorrentino, ritornare nei luoghi dell’abbandono e della sofferenza, dando dimostrazione di non essersi mai disunito e di avere una storia da raccontare, che ha il sapore della candidatura agli Oscar.

dimmell’!”. Lui ce l’ha detto, ce l’ha raccontato.

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Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.

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